martedì 2 settembre 2014

Guillermo Arriaga, nove registi per raccontare la religione in "Words with Gods"

Il regista, ospite alla Mostra di Venezia dove ha presentato il suo nuovo lavoro, progetto collettivo a "18 mani" sul rapporto con i diversi credo, racconta: "Ogni religione dovrebbe essere un punto d'incontro, non una giustificazione per la morte o il rifiuto" 




VENEZIA - In passato ha affrontato, come sceneggiatore, le diverse sfumature della morte e dell'incomunicabilità tra le persone nella cosiddetta "trilogia della morte"- il tris di pellicole Amores perros, 21 grammi e Babel -, firmata insieme al collega Alejandro González Iñárritu e ha messo in scena una famiglia distrutta nel suo esordio The Burning Plan, presentato nel 2008 proprio al festival di Venezia: oggi, tornato al Lido per la 71esima Mostra d'Arte Cinematografica, il regista messicano Guillermo Arriaga ha scelto di parlare del suo rapporto con Dio e con la religione nel film collettivo Words with Gods, coinvolgendo nel progetto altri otto colleghi. Presentata fuori concorso, la pellicola coinvolge in tutto nove autori di altrettante nazionalità e religioni, cui è stata data carta bianca per parlare della loro visione del divino: un'impresa difficile e ambiziosa, fortemente voluta da Arriaga, ideatore del progetto. 

Il regista messicano ha scelto personalmente i colleghi: lo spagnolo Alex de la Iglesia, l'indiana Mira Nair, lo jugoslavo Emir Kusturica, il giapponese Hideo Nakata, l'israeliano Amos Gitai, l'argentino Hector Babenco, l'iraniano Bahman Ghobadi e l'australiano Warwick Thornton. Arriaga ha lasciato per sé l'ultimo corto, Il sangue di Dio, dedicato all'ateismo, in cui dal cielo comincia improvvisamente a piovere sangue quando un uomo si uccide dopo aver sentito Dio dirgli del suo desiderio di morire. Un tema certamente complesso e una metafora potente, racchiusi in un progetto cui ha partecipato anche Peter Gabriel, che ha composto la musica per questo corto. Abbiamo discusso del progetto proprio con Arriaga, voce gentile e sguardo cristallino, che ci ha parlato del suo rapporto con la religione e dei suoi progetti futuri. 




Lei è il creatore del progetto: perché ha voluto realizzare un film su Dio? 

"Sono convinto che la religione non possa essere una giustificazione per la morte o il rifiuto: credo piuttosto che dovrebbe essere un punto d'incontro. La morale del nostro film consiste nel dire che è arrivato il momento di conoscerci l'un l'altro davvero. E credo nel fatto che il cinema possa essere una delle forze in grado di portare avanti questo processo". 

Nei suoi film, come Babel, spesso le persone non riescono a comunicare: oggi viviamo un paradosso in cui grazie alla tecnologia riusciamo a essere sempre connessi con chiunque e ovunque ma forse non comunichiamo sul serio. Secondo lei come mai? 

"Siamo informati: ma non comunichiamo davvero. Credo che anzi ci siano sempre più problemi di comunicazione: ed è terribile perché quando ci sono problemi a capirsi si diventa nemici. Per me il cinema può essere un veicolo, magari modesto, ma comunque un mezzo efficace per guardarsi intorno e arricchire la propria mente. Grazie a Words with Gods per esempio ho scoperto che in India le case hanno una stanza dedicata a Dio o che in Giappone hanno otto categorie di sofferenze: è una cosa importante apprendere perché con una maggiore conoscenza si può comunicare meglio". 

Quindi che opinione si è fatto degli ultimi avvenimenti nella striscia di Gaza? Pensa che anche lì ci sia un problema di comunicazione dovuto alla differenza di religione? 

"Credo che debbano fermarsi: devono fermarsi. Dobbiamo tornare alle origini del problema e smettere di focalizzarci ogni volta su chi ha lanciato i razzi per primo: se si continua ad accusare l'una o l'altra parte si andrà avanti all'infinito. Per uscirne davvero deve esserci però la volontà di trovare un accordo da parte di entrambi ed è necessario anche il supporto della comunità mondiale". 

Come ha messo insieme il gruppo di Words with Gods? 

"Ho scelto tutti i registi personalmente: ho una profonda ammirazione per ognuno di loro. Inoltre volevo dei registi che avessero una voce originale, una forza visiva che significasse qualcosa e che fossero ben consapevoli della religione di cui avrebbero parlato: volevo che ognuno di loro fosse immerso in quella determinata cultura". 

Lei ha scelto di parlare dell'ateismo: nel suo corto c'è una metafora molto forte, sembra quasi che il mondo stia per collassare. Cosa voleva dire? 

"Io sono ateo e volevo realizzare qualcosa di ambiguo: volevo che guardando il corto la gente si facesse delle domande, come: Dio esiste? Dio può morire? È solo la visione di un uomo che è impazzito e vuole uccidersi? Volevo essere il più ambiguo possibile e confondere lo spettatore. Non voglio emettere una sentenza sull'argomento: voglio suscitare dei sentimenti e far sorgere delle domande. Credo che l'arte difficilmente possa dare delle risposte ma che invece debba porre domande". 

Generalmente le persone credenti etichettano negativamente gli atei dal punto di vista morale. Lei invece si fa delle domande e si interroga. Come risponderebbe a una critica del genere? 

"Gli atei possono essere estremamente morali, esattamente come tutte le altre persone. L'altro giorno parlavo con una persona religiosa che mi ha detto: 'Tu sei ateo, quindi sei un nichilista' e gli ho chiesto perché pensasse questo. La sua risposta è stata: 'Perché dal tuo punto di vista nessuno ti sta guardando': mi domando perché la conclusione sia questa. Io mi guardo ogni giorno: non ho bisogno di qualcuno che mi giudichi o mi punisca, so cosa è giusto o sbagliato e mi comporto di conseguenza. Desidero essere una brava persona esattamente come gli altri: non vedo perché un ateo debba per forza essere immorale. Un ateo è un umanista: non guarda in alto ma direttamente negli occhi delle persone che ha di fronte". 

Spesso nei suoi film sono messi in scena rapporti difficili tra genitori e figli: come mai la colpiscono così tanto i drammi familiari? 

"Mi affascina la complessità delle relazioni umane: non siamo bianchi o neri, credo che il mondo sia governato dal paradosso e per questo amo personaggi pieni di contraddizioni. Amo il fatto che guardando i miei personaggi la gente possa dire: "Lo detesto ma lo capisco". Inoltre quando scrivo è come se non avessi davvero una mia volontà: è come se una forza esterna mi obbligasse a scrivere quello che vedo nella mia mente". 

Allora crede che ci siano delle forze più grandi dell'uomo? 

"Non devono essere necessariamente forze divine: sono umori che si trovano nell'aria, che derivano dalle esperienze delle altre persone che ti sono intorno. Quello che mi ispira è tutto ciò che arriva dall'esterno: leggendo i notiziari, ascoltando i racconti degli amici. Queste sono le forze esterne a cui mi riferisco". 

Perché nel suo corto è data grande importanza alla natura? 

"Ho usato la metafora della natura perché l'uomo è in cima alla natura e può cambiare il mondo: in un certo senso ha il destino della natura nelle sue mani e quindi deve prendersene cura". 

Ha qualche nuovo progetto in cantiere? 

"Sto finendo un romanzo e ho appena concluso un altro progetto collettivo: si intitola Rio, I Love You, simile al progetto Paris, je t'aime, sono uno dei dieci registi coinvolti". 

Ha salutato il suo collega Iñárritu qui al festival? Ha visto il suo nuovo film Birdman? Pensa che lavorerete ancora insieme in futuro? 

"No. Gli auguro fortuna per il suo film ma non credo che lavoreremo più insieme. Abbiamo divorziato".


Pubblicato su Repubblica.it

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