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lunedì 19 novembre 2012

Matthew Modine: "Così sono diventato amico di Kubrick"

L’attore americano presenta il libro fotografico “Full Metal Jacket Diary” al Festival Internazionale del Film di Roma nell’ambito della mostra “Full Metal Jacket Diary Redux”  

Matthew Modine, foto di Alessio Trerotoli

Sono passati 25 anni da quando uno dei capolavori più amati di Stanley Kubrick è uscito nelle sale cinematografiche: la guerra del Vietnam, i discorsi del sergente Hartman, la tortura psicologica di Palla di Lardo, l’addestramento militare, i cori, tutto è diventato iconico, soprattutto lui, il protagonista, il marine Joker, interpretato da un allora semi sconosciuto Matthew Modine, diventato poi, grazie all’effetto Kubrick, una stella del cinema. 

Da allora Modine ne ha fatta di strada, lavorando con alcuni dei più grandi registi contemporanei, da Robert Altman a Abel Ferrara, fino all’ultimo capitolo della trilogia di Batman firmata da Christopher Nolan, ma il ruolo a cui la sua immagine è rimasta più legata è proprio quella del marine Joker, testimone dapprima smarrito e poi consapevole della follia della guerra e della natura umana. 

Durante i due anni di lavorazione del film, l’attore e produttore Modine ha tenuto un diario e scattato foto: da questo lavoro nasce ora il libro “Full Metal Jacket Diary”, raccolta fotografica dell’esperienza sul set, presentato in anteprima al Festival Internazionale del Film di Roma nell’ambito della mostra fotografica “Full Metal Jacket Diary Redux”. Il libro è stato presentato al Festival in occasione del 25esimo anniversario di Full Metal Jacket, che sarà proiettato l’undici novembre, in versione restaurata, insieme al documentario Full Metal Joker di Emiliano Montanari, dedicato al personaggio interpretato da Modine. 

Durante l’inaugurazione della mostra, accessibile gratuitamente all’interno dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, Modine ha rivelato alcuni dettagli del suo rapporto con Stanley Kubrick sotto gli occhi orgogliosi di Marco Müller, direttore del Festival, e quelli complici di Emilio D’Alessandro, assistente personale di Kubrick per 30 anni, autore del libro Stanley Kubrick e me, divenuto amico dell’attore durante la lavorazione del film. «Ho sempre tenuto un diario: è stata mia nonna a spingermi a farlo. Il mio rapporto con le foto invece è nato in maniera del tutto casuale: dovevo fare il provino per il film di Kubrick e un mio amico mi suggerì di procurarmi una macchina fotografica e cominciare a fare foto, così avrei avuto qualcosa di cui parlare con lui» ha rivelato l’attore che, come molti all’epoca, viveva nella leggenda di “Stanley Kubrick il regista impossibile”: «Kubrick era una leggenda, una figura quasi misteriosa, tutti avevano soggezione di lui. In realtà poi ho scoperto che era una persona gentilissima, un uomo che amava sopra ogni cosa fare film». Lo stratagemma delle foto funzionò, Modine ottenne la parte, ma Kubrick non si smentì: «Mi disse: ma cos’è questa schifezza che usi per fare le foto? Devi comprarti una macchina migliore, una Milolta! Io invece da dislessico della fotografia mi trovo meglio con una Rolleiflex». Il rapporto tra i due ha segnato profondamente Modine: «Tutto serve per imparare, ogni ruolo lascia un segno. Ancora adesso sto imparando, ma l’esperienza con Kubrick mi ha colpito particolarmente». 

La mostra fotografica sarà accessibile fino al prossimo 17 novembre, ultimo giorno del Festival, mentre sarà possibile vedere il film in versione restaurata e il documentario nei giorni 11, 14 e 16 novembre nella sala Teatro Studio dell’Auditorium Parco della Musica.


Pubblicato su Trovacinema.

domenica 18 novembre 2012

Diario di un Festival: considerazioni finali


Ormai lo sapete tutti.
Hanno vinto i due film più brutti non solo di questa edizione, ma della storia del Festival di Roma, ovvero Marfa Girl di Larry Clark e E la chiamano estate di Paolo Franchi.

La premiazione è stata un qualcosa di imbarazzante.
Gente che urlava, smaniava, insultava come se si fosse allo stadio.
Le motivazioni sono sacrosante, premiare dei film così osceni è uno scandalo - ma d'altra parte cosa ti aspetti se metti in giuria il regista di Abrham Lincoln vampire hunter?! -, il modo invece ingiustificabile.
Dopo le risse alle proiezioni anche gli insulti alla premiazione: la solita figuraccia italiana.

Una cosa è sicura: la giuria si è presa qualcosa di veramente pesante durante le proiezioni.

Premi a parte, non si era mai vista una tale quantità di film brutti al Festival di Roma.
E dire che fare peggio della coppia De Tassis-Rondi era difficilissimo.

Se analizziamo bene i fatti però, i nomi grandi ci sono stati: Guillermo Del Toro, Takashi Miike, Paul Verhoeven, Walter Hill, Matthew Modine, Sylvester Stallone. Magari non tutti nomi popolarissimi, ma per chi è appassionato di cinema sono imprescindibili.

Marco Müller ci ha provato, e per aver organizzato il Festival in così poco tempo si è anche salvato; c'è da dire che ha avuto anche sfortuna con il rinvio all'ultimo momento di Django Unchained e Il grande Gatsby che avrebbero reso il Festival memorabile. 
Diciamo che ha beccato in pieno la famigerata crisi del settimo anno.
Per la selezione dei film lo aspettiamo quindi al varco l'anno prossimo, quando non avrà più scuse.

Il problema però è nelle intenzioni: non bisogna abolire gli incontri con il pubblico e presentare grandi anteprime non è assolutamente un male. Questi sono i punti di forza di Roma, quelli che lo distinguono dagli altri Festival: puntare ad una manifestazione più classica non mi sembra un'idea interessante.

Per il resto: la selezione dei film in concorso deve assolutamente migliorare e la prossima giuria dovrà superare un duro test psico-attitudinale nonché un test antidroga.

Ci vediamo il prossimo anno.

domenica 11 novembre 2012

Diario di un Festival: prime impressioni



Pensavate di esservi liberati dell'ormai storico (?) Diario di un Festival di Eyes Wide Ciak!, vero? 
E invece no!
Nonostante i tagli, nonostante i cambiamenti di direttore, nonostante il forfait di Tarantino e Baz Luhrmann noi siamo ancora una volta qui, per raccontare dall'interno il Festival Internazionale del Film di Roma.

Causa problemi tecnici ci stiamo mettendo più del solito a pubblicare i video, ma a breve arriveranno anche quelli, addirittura su un canale tutto nuovo: venghino sssiori, venghino!
Questa volta niente interviste al pubblico e agli addetti ai lavori: semplicemente un racconto per immagini dei fatti salienti della giornata e qualche commento dell'accaduto.

Perché niente domande al pubblico?
Perché il Festival del nuovo direttore Marco Müller, vuoi per mancanza di tempo, vuoi per la sua natura ancora ibrida tra manifestazione popolare e d'élite, presenta un grande assente: il pubblico.

In questi primi due giorni infatti all'Auditorium Parco della Musica si sono visti solo accreditati, e sono Paolo Ferrari e Marco Müller stesso a confermare la notizia: secondo i loro dati ci sono molti più accreditati ma le vendite dei biglietti sono scese del 15% rispetto alla precedente edizione.

Come mai?
La risposta forse è semplice: pochi film di grande effetto, quasi nessun incontro con il pubblico ed eliminazione della sezione Extra. Praticamente una tragedia.
Nato come festa popolare in cui il pubblico aveva finalmente la possibilità di incontrare registi e attori, il festival si sta piano piano trasformando in una manifestazione più classica, cosa che lo priva del suo fascino unico e lo mette in competizione con altri festival molto più consolidati.

La sezione Extra curata da Mario Sesti, sostituita dalla Maxxi, era l'altro grande fiore all'occhiello di Roma, e quest'anno la qualità della selezione non è all'altezza delle precedenti.

Marco Müller e la "teoria dei pantaloni"

Ad oggi, secondo giorno, non c'è un solo film che sia veramente forte.
Le cose migliori viste fino ad ora, ma senza troppo entusiasmo, sono due commedie, Main dans la main di Valérie Donzelli e Mental di P.J. Hogan, e il film di Miike.
Fatto che si spiega con l'ormai leggendario metodo di selezione di Müller e soci, descritto da Müller in persona come "la teoria dei pantaloni": pare che il buon Müller selezioni un film solo se vede che i suoi collaboratori alla fine della visione hanno i pantaloni perfettamente stirati. Perché? Perché se sono sgualciti vuol dire che durante la proiezione si sono mossi, quindi non erano presi dal film, quindi la pellicola non è buona.
Giuro che l'ha detto davvero.

La giuria per fortuna sembra più promettente: Jeff Nichols, regista dell'ottimo Take Shelter, è un presidente giovanissimo, ad affiancarlo l'attrice Valentina Cervi, il regista Timur Bekmanbetov (sì, proprio quello di Abraham Lincoln Vampire Hunter), P. J. Hogan, Leila Hatami, Chris Fujiwara e Edgardo Cozarinsky.

Jeff Nichols, presidente della giuria

Un ensemble molto variegato, che vede un regista di commedie come Hogan accanto ad uno di blockbuster trash come Bekmanbetov, che si è dichiarato "not a festival persona" e che non crede in registi che giudicano altri registi, e ad uno più impegnato come Cozarinsky che ha affermato di voler vedere film originali e che lascino qualcosa anche 2-3 ore dopo la visione.

Vedremo se nei prossimi giorni e con diverse star in arrivo, tra cui Sylvester Stallone e Jude Law, la situazione del Festival migliorerà, fatto sta che per giudicare seriamente l'operato di Müller bisognerà aspettare il prossimo anno.
Se ci sarà ancora un Festival di Roma.


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