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giovedì 10 marzo 2011

I ragazzi stanno bene

Nel film di Lisa Cholodenko viene trattato il tema della “famiglia allargata”: un tema attualissimo, trattato con onestà e delicatezza.



Presentato allo scorso Festival del Film di Roma, dove una radiosa Julianne Moore ha solcato con passo aggraziato il tappeto rosso, al Sundance e alla 60esima Berlinale, "I ragazzi stanno bene" ha vinto il Golden Globe 2011 per la Migliore Attrice Protagonista in una commedia, Annette Bening, e ottenuto ben quattro nomination agli Oscar 2011.

Un film di attori quindi, ma non solo: si parla di una coppia di lesbiche, Nick (Annette Bening) e Jules (Julianne Moore), insieme da più di 20 anni, che si sono costruite una famiglia. Vivono in una bellissima casa e hanno avuto due figli: Joni (Mia Wasikowska, l'Alice dell'ultimo film di Tim Burton) e Laser (Josh Hutcherson), entrambi concepiti grazie all'inseminazione artificiale con lo sperma dello stesso uomo. Con la maggiore età, Joni, spinta dal fratello, si mette in contatto con il donatore: i due ragazzi scoprono così che il loro padre biologico, Paul (Mark Ruffalo), è un ristoratore, motociclista e rubacuori molto cool. L'arrivo di Paul nel consolidato microcosmo di questa famiglia non convenzionale porterà allo stessotempo scompiglio e una ventata d'aria fresca: alla fine del ‘tornado Paul’ ciò che veramente risulterà rinforzato è il valore della famiglia.

Il film non convenzionale di Lisa Cholodenko rientra nel filone delle pellicole a tema gay che ultimamente stanno invadendo il cinema, soprattutto americano: ricordiamo ad esempio il rapporto di forte impronta lesbica del recente “Il cigno nero”, “Milk”, o, l'ormai classico, “I segreti di Brokeback Mountain”. A differenza di queste pellicole però, in cui il tema dell'omosessualità è affrontato nella sua parte più difficile, e cioè quella in cui un individuo prende coscienza della sua diversità e deve lottare con i pregiudizi della società, qui c'è un salto in avanti di diversi anni: siamo di fronte non a due giovani che devono lottare contro famiglie e conoscenti ostili, ma a due donne ormai mature che hanno lottato per costruirsi la loro famiglia ed hanno vinto. Il tema si sposta quindi non sull'omosessualità, ma sul concetto di “famiglia allargata”, una realtà sempre più presente nella nostra società e che merita di essere approfondita.

Grazie al film vediamo quindi come non sia importante che ci siano necessariamente un uomo e una donna a costruire una famiglia, ma la volontà di due persone che si amano di volersi impegnare per costruire un futuro insieme. La regista è molto abile nel presentarci i protagonisti sempre come una famiglia nel vero senso della parola, e non come un gruppo di persone ‘strane’: le due mamme lavorano, i due figli studiano, c'è una casa a cui pensare e degli affetti da proteggere. Come in qualsiasi altra famiglia.
Una storia coraggiosa e onesta, che aggiunge una preziosa e veritiera testimonianza di tutte quelle famiglie viste ancora troppo spesso come ‘particolari’, ma che in realtà sono esattamente come tutte le altre perché composte da persone che si amano e che vogliono costruire una vita insieme.

Annette Bening e Julianne Moore


La citazione: "Ognuna delle mie mamme ha avuto un figlio col tuo sperma..."

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥1/2


Uscita italiana: 11 marzo 2011

Pubblicato su Ecodelcinema.it

Titolo originale: The kids are allright
Regia: Lisa Cholodenko
Anno: 2010
Cast: Annette Bening, Julianne Moore, Mark Ruffalo, Mia Wasikowska, Josh Hutcherson

mercoledì 29 dicembre 2010

In un mondo migliore


Un medico che opera in Africa.
Un uomo d'affari che aiuta la moglie malata di cancro a morire.
Entrambi, non volendo, sono causa di sofferenza per le proprie famiglie.
I rispettivi figli infatti sentono, già piccolissimi, il peso dei tiri sinistri che la vita può dare. Non aiutati affatto dai compagni di scuola e dalle persone che li circondano che, anzi, fanno di tutto per dimostrare loro che la vita è difficile, reagiranno a modo loro: diventati amici risponderanno alla violenza del mondo con altra violenza.

La regista danese Susanne Bier si conferma come un'artista sensibile ed intimista, capace, con poche inquadrature, di trasmettere emozioni e sensazioni racchiuse nella mente e nel cuore dei suoi personaggi. Il continuo ed assordante silenzio della pellicola ci mette di fronte alle nostre angosce più profonde, al senso di inadeguatezza e alla rabbia contro le ingiustizie di tutti i giorni.
Due situazioni e due ambienti talmente diversi come quelli del Darfour e della Danimarca sono posti uno accanto all'altro mostrandoci come la solitudine, la disperazione e l'insensatezza della violenza siano un problema di tutta l'umanità.
Gli splendidi paesaggi danesi dall'ampio respiro e dalla bellezza composta fanno il resto.
Una pellicola preziosa ed affascinante che ha vinto il premio della giuria e del pubblico al Festival di Roma 2010.




La citazione: "Così non si arriva da nessuna parte: che mondo sarebbe se facessimo tutti così?"


Hearting/Curometro: ♥♥♥1/2


Titolo originale: Heavnen
Regia: Susanne Bier
Anno: 2010
Cast: Mikael Presbrandt, Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Markus Rygaard, William Johnk

lunedì 13 dicembre 2010

Le cinefile - novembre 2010

Zazie De Paris in Kill me please


MY NAME IS KHAN: In India fanno dei c&%%o di filmoni che noi ci sognamo...

RABBIT HOLE: La cognizione del dolore con la Kidman e Eckhart.

MOTHER OF ROCK: HELL YEAH!

PRAY: Una porcata di lusso. O meglio, una cinghialata.

PEOPLE VS GEORGE LUCAS: Nerdissimamente imperdibile.

THE PROMISE: Il boss in tutta la sua lagerthanlifeaggine.

YVES SAINT LORANT - AMOUR FOU: Elegantemente sentimentale.

PETE SMALL IS DEAD: Intrippantemente incasinato.

HAEVNEN - IN UN MONDO MIGLIORE: Algidamente profondo.

KILL ME PLEASE: Follia all'ennesima potenza. Imperdibile. Zazie De Paris mito dell'anno!

THE SOCIAL NETWORK: Mark Zuckerberg secondo Fincher è Sheldon Cooper più antipatico.

HARRY POTTER E I DONI DELLA MORTE PARTE 1: Finalmente un Harry Potter fichissimo!!!Ma come si fa ad aspettare fino a luglio ora?!

STANNO TUTTI BENE: Mica tanto...

TRE ALL'IMPROVVISO: Il virus Aniston ha contagiato anche la Heigl: Katherine hai rotto!

THE KILLER INSIDE ME: Gelidamente disturbante.

RAPUNZEL: Finalmente la Disney ha sfornato un film degno dei suoi grandi classici!


Rapunzel




Le cinefile è una rubrica di Donna Moderna che potete leggere su Twitter.
Il mio profilo è Sparkling_DM.

giovedì 25 novembre 2010

Il mio nome è Khan



Quando pensiamo all'India ancora oggi ci vengono in mente stereotipi come elefanti, vestiti colorati e santoni che dormono su letti di chiodi.
E' vero, girando per le strade di Bombay queste cose si possono ancora vedere, ma si vedrebbe anche che ci sono 30 milioni di abitanti, 13 scuole di Medicina, un traffico pazzesco che farebbe impallidire quello sul lungotevere romano all'ora di punta e grattacieli immensi.
E soprattutto, l'India è ormai da anni una fiorente potenza economica in espansione.
Una delle sue industrie più potenti è proprio quella cinematografica: a Bombay, soprannominata Bollywood, si sfornano ogni anno più film che in qualsiasi altro paese, il cinema è popolare come non mai e i suoi divi sono venerati e amati come semi-dei.
Una delle stelle più luminose della cinematografia indiana è proprio Shahrhuk Khan, protagonista di My name is Khan, ad oggi, la pellicola che ha incassato di più nella storia di Bollywood.

Tratto da una storia vera, il film parla della vita di Rizwan Khan, ragazzo indiano affetto dalla sindrome di Asperger, che però, grazie all'immenso amore di una madre, riesce ad avere una vita quasi normale. Ormai adulto, Rizwan va in America per costruirsi una vita più felice e qui incontra Mandira, ragazza indiana che fa la parrucchiera e sogna di aprire un salone tutto suo. Dopo un lunghissimo, serrato e appassionante corteggiamento, Rizwan riesce a sposare la donna dei suoi sogni. Tutto sembra andare per il meglio, ma dopo l'11 settembre niente è più come prima: Mandira e Rizwan sono musulmani e i loro concittadini americani non li guardano più con gli stesi occhi. Un evento tragico porta così Rizwan ad intraprendere un viaggio da solo per l'America con lo scopo di incontrare il presidente degli Stati Uniti per dirgli: “Il mio nome è Khan e non sono un terrorista”.

My name is Khan è un filmone costosissimo, imponente, ricco, maestoso.
E' il Forrest Gump indiano.
Vero e proprio kolossal in cui la vita reale si fonde con il racconto, My name is Khan colpisce per l'energia del suo protagonista e per il mix di buoni sentimenti mischiati con eventi più difficili.
E' vero, ci sono delle esagerazioni e c'è un sentimento generale di “volemose bene”, ma al cinema è bello vedere anche questo: storie di persone normali rese grandi dallo schermo.
E poi noi è inutile che facciamo gli schizzinosi: in Italia una roba così ce la sogniamo.  

Shahrhuk Khan


La citazione: "Ricordati sempre una cosa figlio mio: al mondo esistono due tipologie di persone. Quelle buone, che fanno le cose buone, e quelle cattive, che fanno le cose cattive: questa è l'unica differenza che c'è tra le persone. L'unica".

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥

Uscita italiana: 26 novembre 2010

Titolo originale: My name is Khan
Regia: Karan Johar
Anno: 2010
Cast: Shahrhuk Khan, Kajol, Shane Harper, Michele Marsh, Katia A. Keane

domenica 14 novembre 2010

The Social Network



Qual è una delle prime cose che la maggior parte di noi fa la mattina?
Dopo esserci stiracchiati, aver sbadigliato a più non posso, ed aver fatto una capatina in bagno con l'andatura di uno zombie, in molti accendiamo il computer e controlliamo la posta.
E una volta fatto questo?
Diamo un'occhiata alla nostra home page di Facebook: non sia mai sia successo qualcosa di clamoroso nelle ore in cui abbiamo dormito.
Nato come uno strumento di aggregazione per pochi (la prestigiosa università di Harvard) Facebook si è poi esteso alle altre università americane e, come un ciclone, al resto del mondo.
Strumento ormai fondamentale per comunicare e farsi pubblicità, Facebook è stato accusato di rendere meno autentiche le relazioni tra le persone, di separare invece che unire, di distaccarci sempre più dalla realtà. La verità forse, come in quasi tutte le cose, è nel mezzo: se ci si relaziona con gli altri solo tramite Facebook si ha un problema (e anche grave!), se invece lo si usa come mezzo per comunicare rapidamente anche con persone che si trovano all'altro capo del mondo, per scambiarsi foto e informazioni e per ottenere facilmente contatti, Facebook è un mezzo veramente utile.

Ma qual è stato il motore di questo clamoroso mezzo di comunicazione?
Secondo la storia raccontata da David Fincher nel suo ultimo film, per dirla alla Cetto Laqualunque, il motore di tutto è lui: il “pilu”!
Mollato da una ragazza e snobbato dai fusti dei club sportivi, il giovane Mark Zuckerberg si è chiuso nella sua stanza a commiserarsi e sbronzarsi.
Ma, a differenza di tutti noi comuni mortali, da questa rabbia distruttiva e rancorosa Mark ha partorito un'idea geniale: un sito dove poter commentare foto di persone che si conosce.
Il resto poi è storia misto a leggenda: da quest'idea iniziale di Zuckerberg, altri studenti avrebbero avuto l'idea di Facebook, idea che, secondo il film, Mark avrebbe preso e rielaborato per diffondere a suo nome il social network, così come lo conosciamo oggi, nel mondo.

Questo è il plot in poche righe.
Ma il plot non è poi così importante.
Il vero punto vincente del film (insieme a moltissimi altri come la sceneggiatura praticamente perfetta, il ritmo sempre incalzante, i dialoghi scoppiettanti e rapidissimi, gli attori perfetti, l'azzeccatissima colonna sonor) è il suo onnipresente e ambiguo protagonista.
Il Mark Zuckerberg che ci presenta Fincher (interpretato da un ottimo Jesse Eisenberg) è un piccolo genio che però non sa assolutamente relazionarsi agli altri. Il suo atteggiamento e i suoi interessi sono quelli del nerd per antonomasia, ma le sue aspirazioni sono altre. Vuole avere una ragazza, vuole entrare nei club esclusivi, vuole che gli altri sappiano il suo nome e lo rispettino.
Da un lato quindi sembra che Zuckerberg crei Facebook perché ha avuto un'epifania, perché ha concretizzato un'idea che era nell'aria in quel momento e che lui ha reso tangibile, dall'altra sembra che la sua scalata al successo sia dovuta ad una sete incredibile di potere e di autoaffermazione.
Il suo personaggio è estremamente antipatico e per certi versi anche inquietante: siamo di fronte ad una vittima dei tempi e del sistema che, schiacciata da coetanei più ricchi, più belli e più socialmente accettati di lei vuole ed ottiene la sua rivincita, o ad un genio anaffettivo e senza scrupoli pronto a sacrificare chiunque pur di ottenere il suo scopo?
In quest'ottica il film diventa una grande metafora della società contemporanea, ritratta in tempo reale (ed è questo un altro dei grandi pregi del film), con il suo protagonista che è una creatura figlia di questi tempi, ambigua e misteriosa, facilmente etichettabile ma difficilmente comprensibile nella sua interezza.
Un film da vedere assolutamente perché dietro la biografia di facciata rispecchia la nostra società mentre sta ancora cambiando e mutando.
E poi la scena finale, in cui è racchiuso tutto il succo del film, vale da sola il prezzo del biglietto.

Jesse Eisenberg e Justin Timberlake



La citazione: "Abbiamo vissuto nelle fattorie, poi nelle città e adesso vivremo in internet!"

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥♥

Titolo originale: The Social Network
Regia: David Fincher
Anno: 2010
Cast: Jesse Eisenberg, Andrew Garfield, Armie Hammer, Max Minghella, Justin Timberlake, Rooney Mara, Rashida Jones

giovedì 4 novembre 2010

Festival del film di Roma 2010 - DAY 7: 3.11.2010



Ormai siamo veramente alle battute finali del Festival.
Cosa resta da fare dunque?
Ovvio: il cazzeggio.

E dai allora con chiacchere da bar e foto con Delorean.

C'è ancora qualche film da vedere però.
Anzi.
Qualche documentario.
Questo rimarrà nella memoria come il Festival dei documentari.
Tanti, belli, originali, emozionanti.

Ho visto quello sul boss e quello su Yves Saint Laurant.

The promise: The Making of Darkness on the Edge of Town di Thom Zimny
Documentario non molto originale - il regista ha una sola buona idea ed è quella di sovrapporre, al momento dei titoli di coda, un concerto di Springsteen di 30 anni fa con uno di oggi - in cui si ripercorre il travagliato e storico processo di creazione di Darkness on the Edge of Town, secondo disco del boss.
Filmati di repertorio e commenti dei protagonisti oggi, a 30 anni dall'esperienza.
Fino a qui non sarebbe nulla di sconvolgente.
Se non fosse che Springsteen è un vero animale da palcoscenico: anche solo nel commentare una vecchia canzone, o un suono che non riusciva a trovare, fa intuire che dietro la sua opera c'è un mondo, un'idea di vita, un pensiero, un certo modo di vedere l'uomo.
Imperdibile per i fan del boss e interessante per chiunque ami la musica.
Fenomenale anche il chitarrista Steve van Zandt altro personaggio clamoroso.

Scene da festival: al momento dei titoli di coda (dove c'era il concerto sovrapposto ieri/oggi) un tizio voleva andarsene prima. Il signore che avrebbe dovuto farlo passare gli ha risposto in malo modo dicendo che era un maleducato e un cafone e che non si sarebbe alzato fino a quando non sarebbe finito l'ultimo titolo di coda. Il signore che aveva fretta è rimasto in piedi immobile per 20-30 secondi. Poi ha sbroccato tutto insieme, lanciandosi letteralmente sopra il giornalista pignolo. E' stata quasi rissa. Il tizio mi è caduto a 1 cm dai piedi. Ha fatto giusto in tempo a dirmi : "Scusa!" e poi è scappato.
Senza parole.

Yves Saint Laurant: amour fou di Pierre Thoretton
Altro personaggio larger than life: il geniale stilista YSL.
Vero e proprio artista, amante dell'arte e della bellezza in tutte le sue forme, era in realtà un uomo molto tormentato e perennemente insoddisfatto, sempre alla ricerca del momento, sempre in cerca della perfezione.
La sua vita, gli eccessi, la geniale creatività sono raccontati attraverso gli occhi commossi del compagno di una vita: Pierre Bergé.
Un documentario che diventa una seduta psicanalitica, una riflessione sulla vita, sul novecento, sull'idea di bellezza e sulla ricerca della felicità.

Piccolo aneddoto gossipparo: a fine proiezione regalavano un pacco YSL contenente una piccola boccetta del profumo Parisienne e un porta trucco con tanto di specchio e pennelli. E' stata l'apocalisse. Gente che tornava a riprenderti 8-9 volte, gente che si litigava gli ultimi...
Nemmeno in The Horde ho visto tanta ferocia. 

Insomma ora ci resta solo di aspettare fino a venerdì per vedere chi saranno i vincitori.

Festival del film di Roma 2010 - DAY 6: 2.11.2010

martedì 2 novembre 2010

Festival del film di Roma 2010: DAY 5



Nonostante le ore piccole, mi sono fatta coraggio e sono andata presto al Festival.
Prima di andare ho pure cucinato i brownies: praticamente in trance.

Ho visto Rabbit Hole, il film prodotto e interpretato da Nicole Kidman, con Aaron Eckhart e Christina Yang (Sandra Oh)!
Il film mi è piaciuto, è giocato tutto sulle ottime prove degli attori, ma Nicole ormai è andata. Nicole, io ti adoravo, ti adoro ancora, ma di te non è rimasto quasi nulla. Gli occhi espressivissimi della Kidman sono imprigionati in una maschera immobile e quasi grottesca di botulino e silicone. Se loro continuano ad essere intensi, il resto del viso dell'attrice fa quasi paura. Orribile. Si è deturpata una delle attrici più brave e belle del cinema. 

Per presentare il film è venuto però solo Aaron Eckhart.
Il mitico due facce, si è presentato in abbigliamento casual, parlata calma, lenta e soft.
Mi aspettavo uno burbero ed energico, vista la sua spigolosissima faccia, invece ci siamo trovati di fronte un uomo rassicurante e affascinante.
Grande Aaron.

Aaron Eckhart (foto di Valentina Ariete)

Il film evento della giornata è stato però The social network di David Fincher.
Sono andati a ruba i quaderni del film.
A presentarlo è venuto il protagonista, Jesse Eisenberg: un grande.
A soli 27 anni ha detto le cose più intelligenti e divertenti di tutto il Festival.
Simpatico, con parlantina spigliata e a mitraglia, il buon Jesse mi ha fatto davvero un'ottima impressione. In Adventurland già si capiva che aveva stoffa da vendere e con questo film ha veramente svoltato: secondo me potrebbe arrivare anche all'Oscar.

Puntuale come al solito è arrivata al Festival la pioggia: il red carpet si è allagato per l'ennesima volta. Che Festival di Roma sarebbe senza la pioggia?!

Jesse Eisenberg (foto di Valentina Ariete)

Ho visto poi:

Mother of rock di Paul Clarke: interessante documentario sulla vita di Lillian Roxon, giornalista e critica musicale degli anni '60 che ha avuto grande importanze nella diffusione e nella comprensione della musica rock. 

Proie di Antoine Blossier: un horror con dei cinghiali mutanti assassini. Una vera porcata. O una cinghialata, se volete. Nonostante tutto, ha un suo perché. Giuro.

People vs George Lucas di Alexandre O. Philippe: una vera chicca. Un'ora e mezza di pazzi invasati totali che sbraitano contro Lucas per aver stuprato gli Star Wars e Indiana Jones con i recenti sequel. Divertentissimo ed estremamente nerd. Solo per fanatici del cinema e soprattutto di Star Wars. O di The big bang theory.

Dopo questo, sono scappata via dal Festival per altri impegni.
Ebbene sì: mi sono persa Bruce Springsteen.
Shame on me.









Le cinefile - ottobre 2010

Jon Hamm in The Town


In THE TOWN ci stanno Don Draper, L'uomo in nero e Serena van der Woodsen tutti insieme!!!

LA PRIMA COSA BELLA: La prima cosa moscia.

L'UOMO CHE VERRA': farebbe meglio a sbrigarsi.

IL RICCIO: voglio anche io dei vicini così!

L'ULTIMO DOMINATORE DELL'ARIA: E che sia davvero l'ultimo.

THE HORDE: Venghino signori zobies, venghino! C'è cervello per tutti!

INNOCENTI BUGIE: Colpevoli cazzate.

SALT: Chi è Salt? Comunque sia, non fatela incazzare!

BURKE AND HARE: Amputazioni, squartamenti, humor nero, Tim Curry...Bentornato Landis!

THE FREEBIE: la risposta americana ai film di Muccino. Ma senza gente che corre.

ANIMAL KINGDOM: Tosto, solido, asciutto, crudo.

LEILA: sorpresona per tutti gli amanti del musical. Una vera chicca.

RASHOMON: a 60 anni è ancora un capolavoro assoluto.

Angelina Jolie in Salt




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lunedì 1 novembre 2010

Festival del film di Roma 2010: DAY 4 31.10.2010




Oggi me la sono presa veramente comoda.
Arrivata al Festival nel pomeriggio, invece di vedere film, conferenze stampa o altro, sono passata subito a ritirare il leggendario pass per il Lancia café.
Quest'anno mi sono finalmente decisa a prenderlo visto che il partner in coppia con Lancia è Moët & Chandon. L'anno scorso era Levi's e in omaggio ti davano una shopper in plastica a forma di tasche di jeans. Quest'anno invece, a tutte le ore, quante volte si vuole, salendo al Lancia café ti coprono di fiumi di champagne. E scusate se è poco. 
Annusato l'andazzo quest'anno ho detto: "Pass Lancia subito!".
Champagne tutti i giorni.
Sarà dura tornare alla realtà.

Dopo aver ampiamente sbevazzato e mangiato (oltre allo champagne danno degli stuzzichini favolosi) ho assistito all'evento della giornata: il mitico Shahrukh Khan è a Roma.
E chi diavolo è direte voi?
E' la più grande star indiana, e, considerato che in India è venerato come un dio e che ci sono 1 miliardo di abitanti, è una delle più grandi e seguite star del mondo.
Tutta la comunità indiana di Roma era all'Auditorium.
Mai viste scene di panico così.
Nemmeno per De Niro e Al Pacino.
Gente che gli si buttava al collo, lo baciava, cercava di toccarlo...è addirittura intervenuta la security!
Sul red carpet ballerine fasciate in coloratissimi sari hanno ballato a tempo di musica hindi.

Dopo il red carpet, è seguito l'incontro con il divo.
C'era un'atmosfera elettrica: il pubblico pendeva letteralmente dalle labbra dell'attore.
Che comunque è un grande intrattenitore, sa entrare egregiamente in contatto con il pubblico. Un vero animale da palcoscenico.

Shahrukh Khan (foto di Valentina Ariete)

A seguire il film My name is Khan di Karan Johar, che non è potuto venire a causa di una infezione grave di malaria (e poi la gente non si vuole vaccinare quando viaggia...).
Il film parla di una storia vera: un indiano affetto dalla sindrome di Asperger va a rifarsi una vita in America, a San Francisco, e qui incontra la donna della sua vita.
Dopo un lunghissimo e ostinato corteggiamento i due si sposano, ma un evento drammatico mette a dura prova il loro amore. Per dare una svolta alla sua vita Khan si mette in viaggio attraverso l'America per incontrare il presidente degli Stati Uniti.
Un film colossale, mastodontico, larger than life, con il protagonista che gigioneggia, musica sparata a mille, colori accesi, toni che passano dalla commedia al dramma più nero. Hanno realizzato un ibrido perfetto tra cinema americano e stile bollywood: tolti elefanti e danze, ridotti al minimo i canti, gli indiani hanno dimostrato che anche loro possono fare dei kolossal degni di rispetto. Noi ce li sogniamo! Non li vediamo neanche con il binocolo!
La cinematografia indiana è prolificissima, ricca e straripante.
Un settore da scoprire e tenere d'occhio.

Poi ho abbandonato il Festival per festeggiare, ballando, Halloween.
Ebbene sì. 
Ho messo prima il divertimento personale.
Eh, sì, avete letto bene: ho festeggiato Halloween.

Ho perso punti, lo so.



domenica 31 ottobre 2010

Festival del film di Roma: DAY 3



Alla terza giornata uno dei pezzi forti: Martin Scorsese arriva a Roma per presentare la versione restaurata del capolavoro di Fellini La dolce vita.
Il buon Martin è rimasto poco, ma come al solito ha snocciolato chicche grazie alla sua vastissima cultura cinematografica. Citazioni a gogò, riferimenti alla pittura (stupenda la sua pronuncia di "Caravaggio"!).

Il tappeto rosso per La dolce vita è stato però la vera sorpresa della giornata: a buffo e soprattutto a sorpresa si sono presentate una quantità impressionante di star. E' rispuntata fuori Eva Mendes, c'era il genio Paolo Sorrentino che diceva a tutti: "Ma che lo chiedete a fare l'autografo a me? Tra un po' arriva Scorsese chiedetelo a lui!" e James Franco con tanto di baffo! Poi Er Freddo (e il trio è completo: dopo Er Dandi alla protesta, Er Libanese con gli zingari, Er Freddo con la Dolce vita!), Luca Argentero e Miriam Catania, Valeria Solarino, Isabella Ferrari, pure Charlotte Casiraghi (e qui mi fermo perché sennò sembra un articolo di Diva e donna).


Martin Scorsese (foto di Valentina Ariete)



E' stata però anche una giornata di film: 

The Freebie di Katie Aselton: storia di una coppia che dopo 7 anni di matrimonio non ha più la passione di un tempo tra le lenzuola e decide per una notte di fare sesso con degli sconosciuti. A proporre l'idea è lui, ma dopo? Interessante, cinema povero, girato praticamente in una stanza, con due soli attori (lui è il sosia di Zach Braff però biondo), molto parlato, l'anti-azione per eccellenza, ma reso divertente grazie ai due bravi protagonisti. L'attrice protagonista è anche la regista.
La risposta americana ai film di Muccino.

Animal kingdom di David Michod: film tosto. Un ragazzo rimane solo e va a vivere con la nonna. I suoi zii però sono dei criminali invischiati in affari di droga e rapine e presto coinvolgeranno anche lui. Presentato come "la risposta australiana a Scorsese", nonché vincitore del Sundence, il film è solido, asciutto, quasi asettico, regge bene, non siamo di fronte ad un capolavoro ma sicuramente è un ottima pellicola. Perfetto il cast: oltre a Guy Pearce, che è il nome grosso della pellicola, Joel Edgerton, Luke Ford, Sullivan Stapleton, Ben Mendelsohn sono perfetti, così come il giovane protagonista James Francheville. A rubare la scena però è l'allucinata e inquietante madre: Jacki Weaver, con quella vocina delicata e i boccoli biondi, è una maschera inquietante e perversa, che con il suo rapporto morboso con i figli ci dà i brividi con un solo sguardo.
Nella trama mi ha ricordato moltissimo A distanza ravvicinata, con un giovanissimo Sean Penn e uno dei Christopher Walken più inquietanti mai visti sullo schermo.

Leila di Audrey Estrougo: e per finire, la sorpresa della giornata. Leila è un musical francese ambientato ai giorni nostri a Parigi, che attraverso canzoni degli anni '60 affronta il tema dell'integrazione tra arabi, africani e francesi. Mica cavoli. Capito? Noi facciamo Questo piccolo grande amore, e i francesi se ne escono con un gioiellino come questo.
Ci sono tutti i capisaldi del musical: la storia d'amore contrastata, i due mondi diversi, gli antagonisti, amori difficili, lacrime, lotte, personaggi secondari stereotipati e simpatici.
E poi coreografie che spaziano dallo stile Bollywood alle citazioni di capolavori come Singing in the rain e West side story, con i più un'estetica da video musicale e coreografie da strada.
Carino, divertente, con un messaggio di sottofondo forte.
Una vera chicca per gli amanti del musical.




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