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martedì 11 marzo 2014

Diego Luna: "Il mio film mette l'America di fronte a una realtà scomoda"

Il regista e attore Diego Luna ha presentato il suo ultimo film, "César Chávez", raccontando la vita di un eroe semplice e di un'America diversa 



Sguardo intelligente e parlantina veloce: Diego Luna, attore messicano che in 20 anni di carriera ha lavorato con molti dei più grandi registi contemporanei, da Alfonso Cuaron a Spielberg, passando per Harmony Korine e Gus Van Sant, ha presentato, fuori concorso, alla 64esima Berlinale il suo ultimo film da regista, "César Chávez", pellicola sulla vita di César Chávez, attivista americano di origini messicane che negli anni '60 fondò la National Farm Workers Associacion, boicottando i produttori di uva americani che costringevano i braccianti di origine messicana a salari miseri. Nella pellicola figurano Michal Pena, nel ruolo di César, America Ferrera, protagonista della serie tv "Ugly Betty", che veste i panni di Helen, la moglie di Chávez, Rosario Dawson e John Malkovich. 

Orgoglioso della sua ultima opera, Luna ci ha parlato proprio a Berlino del suo film e di come affronta, da attore, il ruolo da regista. 
"Questo film è stato una sfida, un lungo viaggio che si è concluso solo con la fine della proiezione a Berlino: è stato in quel momento che ho capito di aver finito questo percorso. In un certo senso mi sono tolto un gran peso dalle spalle, mi sono liberato dalla tensione. Allo stesso tempo ho sentito un senso di vuoto: non farei questo mestiere se non mi piacesse la sensazione che dà essere sotto pressione. Il rischio che qualcosa possa andare storto, la paura che il pubblico possa non apprezzare, sono tutte cose che mi terrorizzano e stimolano allo stesso tempo. Durante la proiezione del film ho sentito il rumore di una poltrona che si spostava: ho visto una spettatrice andare via e mi sono sentito perso. Sono stato a proiezioni, a Cannes per esempio, dove il rumore delle persone che se ne vanno sembra quello del pop corn che esplode ed è terribile: ho pensato che anche la mia proiezione sarebbe andata così. Invece un minuto dopo questa spettatrice è tornata in sala: era semplicemente andata in bagno! Tutti hanno seguito con attenzione il film e alla fine, quando hanno applaudito, mi sono sentito felice e appagato. Poi mi sono sentito anche triste: ormai il film non è più mio e devo tornare alla vita normale". 

Una soddisfazione incontenibile quella di Luna, che ha creduto fin da subito nel progetto, imbarcandosi in un'avventura difficile, quella di raccontare le gesta di un uomo i cui parenti sono tuttora in vita e le cui azioni sono ancora oggi una testimonianza storica importante. 
"Il movimento è ben documentato, ci sono tonnellate di registrazioni, video e articoli: c'era molto materiale da cui attingere. Il punto di vista su cui mi sono voluto concentrare però è quello dei figli: la nuova generazione. La persona con cui ho lavorato di più per realizzare il film è Paul Chávez, il più giovane dei figli di César, ho incontrato tutti quelli ancora in vita, Helen, gli altri figli, e ci hanno dato tutti molti dettagli e materiale su cui lavorare, ma la prospettiva che ho scelto è quella di chi è rimasto a casa e ha vissuto il movimento da fuori. Alla fine la storia è quella di un rapporto genitori figli, di un padre che per lottare in quello in cui crede sacrifica il tempo da trascorrere con la famiglia. E' un aspetto che mi interessa molto: alla fine, a prescindere dal tipo di film che faccio, parlo sempre di rapporti tra padri e figli". 

Per Luna umanizzare la lotta politica di Chávez è stato un punto fondamentale, così da dare ancora più forza alla sua causa. 
"Il rapporto padre figlio rende la storia universale: così diventa non solo un film sulla dura condizione dei braccianti nei campi o sui diritti dei lavoratori, ma sul rapporto tra un padre e un figlio in cui ci ritroviamo a capire l'uno o l'altro, o entrambi. A fine proiezione ho capito che questa storia è ancora molto importante. Il pubblico tedesco ha seguito il film con attenzione, l'ha apprezzato, alcuni ne sono stati ispirati, altri toccati, tutti volevano parlarne. Il boicottaggio ha in qualche modo affascinato il pubblico: una forma di protesta non violenta ma efficace. Spiegando che dietro un prodotto o un'industria c'è la vita di altre persone o soprusi come il lavoro minorile, la gente capisce di che cosa stai parlando: quando le vittime sono solo numeri la reazione della gente è fredda, ma quando qualcuno racconta cosa c'è dietro quei numeri, una famiglia ad esempio, la gente reagisce perché capisce che non facendo nulla un giorno potrebbe succedere anche a lei. Oggi raccontare storie è la cosa più importante che si possa fare per sensibilizzare la gente". 

Un cinema d'impegno quindi quello di Diego Luna, che ha ribadito come sia essenziale raccontare la storia della comunità latina degli Stati Uniti, molto spesso ancora oggi messa in secondo piano. 
"Il popolo latino mette quello americano di fronte a una verità scomoda: il bisogno di una riforma sull'immigrazione. Una realtà che gli americani non vogliono vedere e allo stesso tempo non possono rinunciare alla manodopera. C'è molta ipocrisia: l'America si vende come terra della libertà dove la legalità e la giustizia sono i valori più importanti e allo stesso tempo sfrutta tutti questi lavoratori in nero lasciandoli senza diritti". 

Lo spirito democratico dell'attore si riflette anche nel suo modo di essere regista. 
"Essere un attore mi ha aiutato moltissimo a essere un regista: gli attori sanno che posso capirli e inoltre posso mostrare loro come vorrei che interpretassero una determinata scena. Essere un attore mi aiuta a risultare sia rassicurante che una guida quando dirigo. Ci sono registi che non amano condividere le proprie idee con gli attori: ho girato diversi film in cui fino alla fine non ho capito che tipo di film stessi girando, alcuni registi danno agli attori solo le pagine di copione con le loro battute, io invece non sono questo tipo di regista. Credo nel rendere tutti parte della squadra, credo nel chiarire fin da subito qual è l'obbiettivo che voglio raggiungere. Per me essere un regista è trovare un equilibrio tra l'ascoltare il parere di tutti e sapere quand'è il momento di prendere le redini in mano. Amo essere sorpreso degli attori: credo sia fondamentale lasciarli liberi di esplorare". Finita quest'avventura Luna, per sua stessa ammissione, non ha ancora pensato a cosa fare in seguito: "La mia priorità è stata fare questo film negli ultimi mesi e ora promuoverlo. Mi sono svegliato l'altra mattina pensando: mio dio non ho più niente da fare! Non so cosa fare adesso! Mi ci vorranno altri quattro anni per riuscire a fare un nuovo film, cinque-sei mesi per trovare un ruolo da attore.... Sono un idiota, avrei dovuto cominciare a cercare qualcos'altro molto prima. E mi avevano anche avvertito: un regista mi ha detto che non appena comincia la fase del montaggio, quello è il momento in cui bisogna cercare un nuovo progetto. Non l'ho ascoltato e ora sono così depresso! E così vuoto!". 

Il film "César Chávez" uscirà nelle sale americane il prossimo 28 marzo.


Pubblicato su Trovacinema.

giovedì 6 marzo 2014

Mélanie Laurent: "Quando dirigo sono il capitano di una grande nave"

L'attrice francese, protagonista con Jennifer Connelly di "Aloft" di Claudia Llosa, ci ha parlato del suo metodo d'attrice, di colleghi insopportabili e della sua doppia vita di regista e cantante 



Minuta, solare, eterea, gentile e diretta: Mélanie Laurent quando parla ti guarda negli occhi e ti conquista con il suo sorriso spontaneo e intelligente. Elegante e allo stesso tempo semplice, l'attrice francese, resa celebre da Quentin Tarantino in "Bastardi senza gloria", affascina con la sua grazia e la parlantina veloce ed estroversa. L'abbiamo incontrata dopo la presentazione di "Aloft", film della regista peruviana Claudia Llosa, in cui è una giornalista che deve affrontare una situazione difficile. Per girare il film, le cui riprese si sono svolte nel Canada del nord, Mélanie ha dovuto affrontare temperature ostili: "Abbiamo sfruttato il freddo, era un elemento essenziale per la storia. Io però ero incinta di tre mesi e non ho sentito davvero il freddo, ero l'unica che aveva sempre caldo. Spesso mi dicevano: “Mélanie ma non hai freddo? Fanno meno 27 gradi!” ma io non lo sentivo!".

Nel film la Laurent divide la scena con Cillian Murphy, che interpreta Ivan, un figlio abbandonato 20 anni prima da Nana, madre che scopre di avere poteri mistici, con il volto gelido di Jennifer Connelly. 
"Ho avuto solo una scena con Jennifer ed è stato un peccato perché era il suo primo giorno di riprese e il mio ultimo. E' stato strano ma bello. Cillian è fantastico: è una persona molto alla mano e professionale, tranquillo. Non ha un grosso ego, alla fine è diventato il mio miglior amico sul set". 

Parlando della gioia di lavorare con una persona così disponibile come Murphy, l'attrice ci ha rivelato che non sempre accade di poter lavorare serenamente su un set, soprattutto quando alcuni colleghi sfoderano un ego smisurato. 
"Oh là. Oh là là. Anche oh là là là! Quando succede è la cosa peggiore. Reagisco sempre piangendo perché è una cosa che mi influenza molto. La trovo una cosa stupida e alla fine della giornata non me ne importa nulla ma è un peccato. Mi è successo di recente di lavorare con un attore terribile che si crede dio: è frustrante perché facciamo un lavoro che è così bello e potrebbe essere così divertente e queste persone ti fanno sentire come se stessi sprecando del tempo. Ho lavorato con attori differenti provenienti da ogni paese e ho notato che molti degli attori che usano il “metodo” spesso tendono a escluderti dal loro percorso e si dimostrano egoisti. Alcuni non ti parlano perché il loro personaggio odia il tuo, mentre io vorrei instaurare un bel rapporto con tutti. E' brutto quando ti escludono a priori. Io sono l'opposto: devo amare ogni personaggio, anche quello più sgradevole".

Screzi isolati sul set a parte, l'attrice francese negli ultimi anni è riuscita a costruirsi una solida carriera internazionale. 
"Non era un mio sogno, anche perché fino a quattro anni fa non parlavo una parola d'inglese. Imparare la lingua è stata una bella sfida e ora amo poter far parte di progetti così internazionali, che mi mettono a contatto con persone provenienti da tanti paesi diversi. Mi sento così fortunata perché è una cosa rara avere l'opportunità di lavorare con persone così diverse. Non so se i produttori mi vedono in maniera diversa: grazie a dio non faccio quella vita! E' vero che ultimamente ho fatto tanti film diversi: per me l'importante è fare sempre del mio meglio. Il mio obbiettivo primario non è ottenere per forza il grande incasso, ma poter fare sempre cose diverse e lavorare con persone di talento". 

"Bastardi senza gloria", "Il concerto", "Beginners": Mélanie non ha sbagliato un colpo negli ultimi cinque anni, le abbiamo dunque chiesto come sceglie i suoi ruoli. 
"Il mio metro di giudizio è cambiato molto dall'inizio della mia carriera: in principio ero felicissima di ottenere qualsiasi parte, poi volevo solo grandi parti, e ora non mi importa quanto sia rilevante il mio ruolo, anche se mi chiamano per tre giorni di riprese non mi interessa, l'importante è che il ruolo mi colpisca. Prima pensavo che la cosa più importante fosse la sceneggiatura, ora credo invece che sia il regista. Ma l'anno prossimo potrei aver cambiato idea. Ora so che l'unica cosa che conta è realizzare film straordinari come questo, perché alla fine è quello che resta". 

L'amore per il cinema di Mélanie Laurent non si limita alla recitazione, l'attrice ha infatti girato il suo secondo film da regista. 
"Ho appena finito un mese fa di girare il mio secondo film. Ora sono in fase di montaggio e adesso che ho visto il film di Claudia (Llosa) cambierò tutto! Il primo film che ho diretto è stato dopo aver interpretato "Beginners" e allora era esattamente quello che volevo fare, anche se non ero espertissima in materia. Mentre durante questo secondo film ho potuto contare sui consigli di un'artista come Claudia e credo che la differenza si noterà. Credo di essere completamente me stessa come regista: quando recito molto dipende da chi mi dirige, mentre invece quando dirigo sono il capitano di una grande nave e adoro essere un capitano!". 

La seconda opera da regista dell'attrice è un progetto ambizioso, che l'artista coltiva ormai da più di dieci anni. 
"Il mio film parla di due ragazze all'ultimo anno di liceo: la storia è oscura e pericolosa, tra le due si instaura un rapporto malato, una domina l'altra che è totalmente succube. E' basato su un libro che ho letto 12 anni fa quando avevo 16 anni, un grande successo in Francia, e già allora, mentre stavo compiendo i miei primi passi d'attrice, sapevo che avrei voluto dirigere quella storia. Tutti mi hanno detto che ero troppo giovane per dirigere un film e allora ho chiamato l'autrice, che all'epoca aveva la mia stessa età, e le ho fatto promettere che soltanto io avrei diretto il film un giorno". 

Mentre parla di cinema e set cinematografici Mélanie Laurent si illumina e da star internazionale diventa una semplice appassionata desiderosa di condividere il suo entusiasmo; quando le facciamo notare che è "super cool" ride e diventa subito auto-ironica, risultando, se possibile, ancora più adorabile. 
"Possiamo smettere di mentire?! Non sono super cool! Però amo alla follia il cinema: ho il sacro fuoco del cinema. E quando lavoro con persone di talento come Claudia il mio amore si alimenta. Sono una grande osservatrice e sono affascinata da come i registi accarezzino le loro idee e le trasformino in visioni. Mi sento così fortunata a svegliarmi ogni giorno facendo parte di questo mondo. Amo il talento: non sono mai gelosa di qualcuno pieno di talento, adoro incontrare persone piene di talento perché ti ispirano a migliorare. E questo vale per tutto: la vita, l'amore". 

Attrice, regista e anche cantante, l'artista francese si esprime a tutto tondo, anche se, inevitabilmente, deve affrontare delle critiche. 
"Quando ho realizzato il mio disco ho scritto ogni verso e tutte le musiche, ci ho messo tutta la passione di cui sono stata capace ma la stampa francese non è stata tenera con me. E' stata colpa mia perché in quel periodo ero dappertutto: avevo tre film in sala, ne stavo dirigendo uno, ogni tre settimane usciva una mia intervista. E in Francia la gente si stufa presto. Non so se il disco si meritasse più successo, ma so per certo che quando ne farò un altro lo farò uscire ovunque tranne che in Francia. Adesso ho imparato: la vita è piena di errori ed è giusto che sia così. L'importante è trarre un insegnamento da essi e non fare lo stesso errore due volte".


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venerdì 28 febbraio 2014

Jennifer Connelly: "Per la prima volta a letto col regista"

Abbiamo incontrato l'attrice premio Oscar dopo la presentazione del film "Aloft" di cui è protagonista insieme a Cillian Murphy e Mélanie Laurent. Ci ha raccontato dei suoi ultimi film, dell'essere madre e del suo rapporto con il marito Paul Bettany 



Sguardo di ghiaccio, magrezza impressionante e atteggiamento fiero: Jennifer Connelly, bimba prodigio passata dal set di "C'era una volta in America" di Sergio Leone, in cui era la giovane Deborah, ai labirinti costruiti dal re degli gnomi più cool che si sia mai visto, ovvero il Duca Bianco David Bowie, in "Labyritnth", ha vissuto su un set per gran parte della sua vita, fino a ottenere l'Oscar per la sua interpretazione in "A beautiful mind" di Ron Howard. Dopo la statuetta, l'attrice ha diluito la sua presenza sullo schermo, per dedicarsi alla famiglia: sposata da undici anni con il collega Paul Bettany, la Connelly ha avuto dal compagno due bambini, il secondo nel 2011, e, dopo qualche tempo lontana dalle scene, è tornata a lavoro a pieno ritmo, con ben quattro pellicole in arrivo sul grande schermo quest'anno. Una di queste è "Aloft", film della regista peruviana Claudia Llosa, in cui recita al fianco di Cillian Murphy e Mélanie Laurent. 

Jennifer Connelly ci ha parlato di questo suo ritorno in grande stile: "Mi ero presa una pausa perché ho avuto un altro bambino: non ho lavorato durante la gravidanza e nemmeno nel primo anno di mio figlio. Quindi quando sono tornata a lavoro mi sono arrivate molte proposte e ho affrontato più progetti insieme. E' stato eccitante tornare a lavorare. Il mio ritmo di lavoro è molto rilassato: in genere faccio un paio di film e poi mi prendo una pausa. Quando ho trovato tutti questi progetti per me così interessanti invece ho deciso di affrontarli uno dietro l'altro, ma non è stata una scelta calcolata". 

In "Aloft" Jennifer interpreta Nana, una madre single che si separa dai figli quando scopre di avere dei poteri misteriosi. 
"Ho amato la sceneggiatura, penso che sia bellissima, avevo visto il film precedente di Claudia (Llosa) e mi aveva colpito molto; conoscendola mi sono trovata benissimo con lei: creativamente siamo sulla stessa lunghezza d'onda. Quindi ho accettato con gioia il ruolo". 

Sul set l'attrice ha respirato un'atmosfera particolare e cosmopolita. 
"Il cast proviene da ogni angolo del mondo: Claudia è peruviana e vive in Spagna, Mélanie (Laurent) è francese, Cillian (Murphy) irlandese, sul si respirava un'atmosfera molto aperta. Lavorare a questo film con queste persone mi ha dato molta gioia, è stata un'occasione di crescita personale. Credo che Claudia sia una vera artista: ha un buon giudizio, è in grado di creare delle immagini meravigliose ma non è sentimentale. Sa cosa le piace, è molto intuitiva e come regista è molto fluida. Lavorerei di nuovo con lei subito: anche se mi affidasse un piccolo ruolo. Con lei si è creata un'alchimia perfetta. Mi piace molto come si approccia ai personaggi: in questo film i protagonisti fanno delle scelte che sono difficili da giudicare ma lei li rappresenta come degli esseri umani. Tutti i protagonisti sono a pezzi e per me girare un film con dei personaggi del genere è coraggioso: odio quelle pellicole in cui tutti si possono etichettare solo come buoni o cattivi. Nessuno è perfetto. Ogni persona che conosco ha dei difetti: quando cresciamo tutti ci trasformiamo in degli adulti con luci e ombre. Girare un film in cui i personaggi sono così vicini agli esseri umani reali per me è fondamentale". 

Nel film l'attrice interpreta una madre insolita, una figura quasi mistica che abbandona i suoi figli. 
"Credo che il mio personaggio in realtà sia molto pratico, appartiene alla terra e non è una figura eterea. Poi la sua vita cambia e diventa qualcos'altro ma la Nana che impariamo a conoscere è un essere umano in tutto e per tutto. Per quanto riguarda la spiritualità credo che le cose che non siamo in grado di capire siano molte di più di quelle che effettivamente conosciamo. Almeno per quanto mi riguarda". 

Il personaggio di Nana dunque è una madre molto diversa da quella che Jennifer Connelly è nella realtà, come ha sottolineato lei stessa. 
"Essere madre ha condizionato il mio lavoro in generale, non solo in questo film. Essere madre ha cambiato ogni aspetto della mia vita. Per quanto riguarda il personaggio di Nana lei è una madre molto diversa da come sono io, non mi riconosco in lei". 

Tra gli altri progetti di Jennifer Connelly in uscita quest'anno ci sono "Storia d'inverno", "Noah", il colossal biblico di Darren Aronofsky con protagonista Russell Crowe, e "Shelter", storia d'amore e povertà scritta e diretta da Paul Bettany, marito dell'attrice. 
"Paul ha scritto la sceneggiatura, ha diretto il film e mi ha affidato una parte. Non so se il ruolo che ha scritto sia stato pensato apposta per me, questo bisognerebbe chiederlo a lui. Insieme abbiamo girato diversi film come attori, le nostre strade lavorative si sono incrociate diverse volte, siamo sposati da undici anni e abbiamo avuto due bambini, insieme abbiamo vissuto diverse esperienze e situazioni, siamo un po' come cane e gatto e spesso siamo circondati dal caos. Quindi lavorare insieme in questo film è stato facile, si è instaurato subito un rapporto di fiducia totale, cosa fondamentale visto che, essendo un film a budget molto basso, abbiamo avuto pochissimi giorni a disposizione per girare. Inoltre è stata la prima volta in assoluto che sono andata a letto con il regista".


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lunedì 19 novembre 2012

Paul Verhoeven e il suo film esperimento

Il regista olandese ha presentato al Festival Internazionale del Film di Roma il mediometraggio “Steekspel - Triceked ”, opera-esperimento che unisce cinema, televisione e web 

Paul Verhoeven

“Per un autore è fondamentale fare salti nell'ignoto, mettersi in gioco e provare un po' di paura ogni tanto: essere troppo sicuri di sé non è la condizione ideale per fare film”. Parole di Paul Verhoeven, regista olandese che ha realizzato alcuni dei maggiori cult degli anni '80 e '90, tra cui “Atto di forza”, “Robocop”, “Basic Instinct” e “Starship Troopers”, uno dei pochi autori europei ad essersi affermato in America e ad aver contemporaneamente mantenuto la sua visione di cinema nonostante le pressioni di Hollywood. 

Inattivo dal 2006, anno di uscita di “Black Book” film ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, Verhoeven torna sulle scene grazie a “Steekspel – Tricked”, mediometraggio di 50 minuti nato da un progetto interessante: il regista, insieme agli sceneggiatori Kim van Kooten e Robert Alberdingk Thijm, ha pubblicato su internet i primi cinque minuti del film, invitando i fan e gli appassionati di cinema a completare la sceneggiatura della pellicola. 

Presentato in anteprima al Festival Internazionale del film di Roma, il progetto nasce dall'idea dei produttori di realizzare un'opera che rispecchi i gusti del pubblico, chiamato a partecipare attivamente alla realizzazione del film e coinvolgendolo come quando segue una serie tv. L'opera è quindi un interessante ibrido tra cinema, avendo a disposizione un autore come Verhoeven alla regia, televisione, vista la durata che rispecchia quella di un episodio televisivo, e social web, essendo nato dai commenti e suggerimenti del popolo della rete. Un'idea moderna, che è stata già venduta in diversi paesi, con lo scopo di coinvolgere un pubblico sempre maggiore e registi dalla differente sensibilità. 

La pellicola ruota intorno al personaggio di Remco, interpretato da Peter Blok, imprenditore fedifrago che si trova a dover fronteggiare la moglie, le diverse amanti, un nuovo figlio in arrivo e problemi economici: commedia scorretta infarcita di gag surreali, “Steekspel - Tricked” diverte in maniera intelligente, anche grazie all'ottimo cast e alla regia irriverente di Verhoeven. 

Nato dal rapporto diretto con il pubblico, il film è stato scritto prendendo in considerazione tutte le tremila e più sceneggiature inviate dagli utenti: “Pensavo che avremmo ricevuto solo un paio di buoni copioni, invece, delle oltre tremila sceneggiature arrivate, abbiamo selezionato ben 50 copioni validi! Abbiamo dovuto fare un lavoro certosino di lettura e selezione, raccogliendo le idee migliori da ogni proposta”, ha dichiarato Verhoeven. Il regista ha però affermato che, nonostante la grande capacità di comunicazione di internet, il ruolo dell'autore rimane ancora fondamentale: “Anche nell'era di internet, l'autore è centrale. Fare lo sceneggiatore richiede studio e preparazione, esattamente come fare il neurochirurgo”. 

L'inusuale ibrido narrativo rispecchia i tempi, cercando di indirizzare un'arte consolidata come il cinema verso forme di narrazione più giovani ed emergenti, come la tv di qualità e lo scambio di idee su internet, segno che i vari media sono destinati a fondersi sempre di più.


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Matthew Modine: "Così sono diventato amico di Kubrick"

L’attore americano presenta il libro fotografico “Full Metal Jacket Diary” al Festival Internazionale del Film di Roma nell’ambito della mostra “Full Metal Jacket Diary Redux”  

Matthew Modine, foto di Alessio Trerotoli

Sono passati 25 anni da quando uno dei capolavori più amati di Stanley Kubrick è uscito nelle sale cinematografiche: la guerra del Vietnam, i discorsi del sergente Hartman, la tortura psicologica di Palla di Lardo, l’addestramento militare, i cori, tutto è diventato iconico, soprattutto lui, il protagonista, il marine Joker, interpretato da un allora semi sconosciuto Matthew Modine, diventato poi, grazie all’effetto Kubrick, una stella del cinema. 

Da allora Modine ne ha fatta di strada, lavorando con alcuni dei più grandi registi contemporanei, da Robert Altman a Abel Ferrara, fino all’ultimo capitolo della trilogia di Batman firmata da Christopher Nolan, ma il ruolo a cui la sua immagine è rimasta più legata è proprio quella del marine Joker, testimone dapprima smarrito e poi consapevole della follia della guerra e della natura umana. 

Durante i due anni di lavorazione del film, l’attore e produttore Modine ha tenuto un diario e scattato foto: da questo lavoro nasce ora il libro “Full Metal Jacket Diary”, raccolta fotografica dell’esperienza sul set, presentato in anteprima al Festival Internazionale del Film di Roma nell’ambito della mostra fotografica “Full Metal Jacket Diary Redux”. Il libro è stato presentato al Festival in occasione del 25esimo anniversario di Full Metal Jacket, che sarà proiettato l’undici novembre, in versione restaurata, insieme al documentario Full Metal Joker di Emiliano Montanari, dedicato al personaggio interpretato da Modine. 

Durante l’inaugurazione della mostra, accessibile gratuitamente all’interno dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, Modine ha rivelato alcuni dettagli del suo rapporto con Stanley Kubrick sotto gli occhi orgogliosi di Marco Müller, direttore del Festival, e quelli complici di Emilio D’Alessandro, assistente personale di Kubrick per 30 anni, autore del libro Stanley Kubrick e me, divenuto amico dell’attore durante la lavorazione del film. «Ho sempre tenuto un diario: è stata mia nonna a spingermi a farlo. Il mio rapporto con le foto invece è nato in maniera del tutto casuale: dovevo fare il provino per il film di Kubrick e un mio amico mi suggerì di procurarmi una macchina fotografica e cominciare a fare foto, così avrei avuto qualcosa di cui parlare con lui» ha rivelato l’attore che, come molti all’epoca, viveva nella leggenda di “Stanley Kubrick il regista impossibile”: «Kubrick era una leggenda, una figura quasi misteriosa, tutti avevano soggezione di lui. In realtà poi ho scoperto che era una persona gentilissima, un uomo che amava sopra ogni cosa fare film». Lo stratagemma delle foto funzionò, Modine ottenne la parte, ma Kubrick non si smentì: «Mi disse: ma cos’è questa schifezza che usi per fare le foto? Devi comprarti una macchina migliore, una Milolta! Io invece da dislessico della fotografia mi trovo meglio con una Rolleiflex». Il rapporto tra i due ha segnato profondamente Modine: «Tutto serve per imparare, ogni ruolo lascia un segno. Ancora adesso sto imparando, ma l’esperienza con Kubrick mi ha colpito particolarmente». 

La mostra fotografica sarà accessibile fino al prossimo 17 novembre, ultimo giorno del Festival, mentre sarà possibile vedere il film in versione restaurata e il documentario nei giorni 11, 14 e 16 novembre nella sala Teatro Studio dell’Auditorium Parco della Musica.


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