Visualizzazione post con etichetta meltinpot. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta meltinpot. Mostra tutti i post

mercoledì 24 giugno 2009

Corti and Cigarettes 2009

All'ombra del Tempio di Adriano la seconda edizione del Festival di cortometraggi di Meltin'Pot


Meltin'Pot ha colpito ancora.
Dopo il successo della prima edizione di “Corti and Cigarettes”, la prima rivista di approfondimento culturale senza pubblicità della capitale è tornata a cercare e scovare i migliori artisti emergenti del panorama cinematografico italiano.
72 corti inviati e 7 finalisti, 2 proiezioni speciali, una giuria interna per selezionare i migliori lavori e una giuria di qualità per decretare il vincitore tra i magnifici sette. Questi i numeri del secondo episodio di “Corti and Cigaretts”, con serata finale sempre a Roma, sempre nel ricercato Caffè Fandango nella suggestiva Piazza di Pietra.

Le cose sono state fatte in grande stile: l'appuntamento era alle 20:30 per un ricco aperitivo all'ombra del Tempio di Adriano a cui hanno partecipato cinefili incalliti, curiosi e volti noti come l'attore Ludovico Fremont, il popolare Walter dei “Cesaroni”, e l'attrice Corinne Cléry, madrina del festival e diva del cinema italiano anni '70 e '80 nonché indimenticabile bond girl di “Moonraker” con Roger Moore.
Soddisfatto gusto e olfatto, cinefili e addetti ai lavori hanno potuto deliziare anche la loro vista con la proiezione dei cortometraggi finalisti.

Ludovico Fremont con gli organizzatori del concorso (foto di Simona Belotti)


Ha aperto le danze il primo dei due corti fuori concorso “Poor baby” (2'30'') di Valentina Caliguri: montaggio da videoclip, forte ispirazione newyorchese e richiami ad Andy Warhol, esplicitamente citato con un volume di foto posto su un tavolino, pellicola in elegante bianco e nero. Una ragazza è ritratta in atteggiamenti “sconvenienti”: va al bagno, rutta bevendo birra e si masturba con un vibratore. Ironica e originale rappresentazione dell'essere femminile che gli uomini e la società vorrebbero ipocritamente nell'apparenza perfetto e quasi inumano. Anche le donne emettono gas.

E' stata poi la volta del primo corto in concorso: “Harry Partch volume 1” (2'30'') di Guglielmo Manenti. Cortometraggio d'animazione folle e visionaria: dimenticate i dolci animaletti disneyani, qui siamo decisamente in un giardino delle delizie di boschiana memoria, in cui strane creature si fagocitano l'un l'altra, l'inizio è mescolato con la fine e il comune denominatore di tutte le strane creature che vediamo sullo schermo è una caffettiera. La caffeina come perno centrale della società contemporanea.

Di tutt'altro tipo il commovente “Il cappellino” (15') di Giuseppe Marco Albano: la malattia è un momento doloroso e difficile nella vita delle persone, ma quando a stare male è un bambino sembra che tutto il mondo sia ingiusto e orribile. Qui grazie ai vivaci colori di un cappello vediamo che la vita è ancora possibile nonostante le sofferenze: negli occhi della piccola Clara finalmente tornata alla vita c'è la speranza nel futuro che la vita a volte ci strappa via. Il tutto accompagnato dalla bella colonna sonora originale di Danilo Caposeno. Nel cast anche Regina Orioli.


Angelo Maggi e Corinne Clèry (foto di Simona Belotti)


Dalla malattia fisica a quella dello spirito: in “Forte debolezza” (5'20'') di Francesco Costantini, Andrea Roncato e Alex Partexano sono due uomini impietriti di fronte all'angosciante peso della routine quotidiana, simboleggiata dalle scale che portano verso casa. Divertente e amaro allo stesso tempo.

Si è continuato con “Anima incompresa” (3'28'') di Erika Fiscella: secondo corto di animazione della serata, disegno semplice e dai toni pastello dall'effetto emozionante. In poche immagini l'autrice ha saputo emozionare lo spettatore immergendolo nel mondo dei non udenti, mondo che per i più è distante, sconosciuto e spesso non capito.
Un lavoro difficile che sorprende per la sua forza.

Temi duri anzi durissimi per “La culpa del otro” (18') di Ivan Ruiz Flores: bianco e nero drammatico, un bambino, una stanza e sua madre. Spastica. Nessun rumore se non i versi quasi bestiali della donna, corpo fuori controllo e anima disperata. Il figlio attraverso un buco nella parete spia la famiglia felice che vive nella casa accanto. Ma tanta normalità è solo apparente. Il regista con immagini crudissime ci pone diversi interrogativi: chi è il vero malato? Chi non avendo nessuna colpa ha avuto la sfortuna di ammalarsi o chi si approfitta della debolezza altrui? L'innocenza è mortificata dal brutto o dalla violenza? E soprattutto: perché nessuno ha il coraggio o la forza di denunciare gli orrendi crimini che quasi ogni giorno vengono compiuti dentro le mura domestiche? Con un'opera quasi straziante il regista ci mette di fronte alla nostra stessa ipocrisia, ipocrisia di chi non vuole vedere certe cose, non vuole ascoltarle e nemmeno ammettere che accadano.
In questo modo le colpe dei padri ricadranno sempre sui figli.
Un corto non facile, crudo, ma per questo anche importante e coraggioso che ha suscitato forti polemiche: ci sono state perfino contestazioni in sala. Segno che ha decisamente centrato lo scopo.


Marco Filiberti e Annamaria Liguori (foto di Simona Belotti)


Si è passati poi al secondo cortometraggio in concorso di Francesco Costantini: “La fiducia” (9'20''). Protagonisti la giovane coppia d'oro del cinema italiano Luca Argentero e Miriam Catania, che qui sono una coppia in crisi tra bugie e sotterfugi in cui non sempre le cose sono come sembrano. Siamo dalle parti dell'ironia amara di “L' ultimo bacio” di Gabriele Muccino.

L'ultimo corto in concorso era “Opinioni” (17') di Claudio Bandelli: ispirandosi a “Coffee and Cigarettes” di Jim Jarmusch, il regista ci pone di fronte a tre episodi – L'autografo, La palestra e Il tradimento – in cui altrettante coppie di ragazzi dissertano riguardo a luoghi comuni del quotidiano di ognuno di noi. Il tutto realizzato con l'aiuto dell'irresistibile accento toscano, terreno fertile per una comicità garbata e divertente, e, tra una birra e l'altra, il regista ci regala anche qualche riflessione interessante. Il corto ha creato anche un simpatico effetto di “citazione nella citazione” visto che “Coffe and Cigarettes” è il film che ha ispirato il nome del concorso organizzato da Meltin'Pot.

La proiezione si è poi conclusa con “Il torneo” (15') di Michele Alhaique: presentato al prestigioso Tribeca Film Festival e vincitore del Nastro d'argento, il corto parla di un gruppo di ragazzini di un quartiere popolare di Roma, in cui il calcio e l'amicizia sono la cosa più importante. Vessati dal bulletto della zona i ragazzi imparano in fretta come va il mondo e devono decidere se essere pecore in pasto ai lupi o lottare per ottenere quello che vogliono. Di vago ricordo pasoliniano, il corto vanta un sorprendente cast di attori-bambini che sono convincenti e coinvolgenti. Fa la sua figura anche Lorenzo de Angelis, doppiatore e attore professionista, nel ruolo del bullo.

Giancarlo Scarchilli con lo staff (foto di Simona Belotti)


Alla fine della proiezione la giuria si è ritirata per assegnare i premi. Giuria composta da: Maurizio Ponzi, di nuovo presidente di giuria per “Corti and Cigarettes”, che vanta collaborazioni illustri con Pasolini, Nuti e autore di fiction di successo come “Il bello delle donne” e “E poi c'è Filippo”; Annamaria Liguori, script supervisor di film cult come “Bianco, rosso e verdone”, “Borotalco” e cuore pulsante della manifestazione; Giancarlo Scarchilli, che di recente ha realizzato “Scrivilo sui muri” con Cristiana Capotondi e Primo Reggiani; Giuseppe Francone, direttore di produzione di film di grandi registi come “Allónsanfan” dei Fratelli Taviani e “I cannibali” di Liliana Cavani; Alfredo Covelli, autore di fiction popolari come “I liceali” e “Piper”; Marco Filiberti, artista poliedrico dai molti talenti, attore, scrittore, cantante e ballerino e da qualche anno anche regista, presto porterà in sala il suo nuovo film “Il compleanno” con Alessandro Gassmann e Piera Degli Esposti; Gian Paolo Cugno, regista siciliano autore di “Salvatore – Questa è la vita”; Valentina Fratini, giovane sceneggiatrice di talento, che vanta anche esperienze dietro e davanti la macchina da presa e Marta Bifano, attrice nel recente “Hotel Meina” e in fiction importanti come “Caravaggio”.


Lorenzo De Angelis e Veronica Lazar (foto di Simona Belotti)


I premi sono stati così assegnati: vincono ex aequo il premio di Miglior Corto “Anima incompresa” di Erika Fiscella e “La culpa del otro” di Ivan Ruiz Flores, che si aggiudica anche il premio per la Migliore Interprete per Montse Ortiz. Miglior Soggetto è stato quello di Giuseppe Carlo Albano e Carla Marcialis per “Il cappellino”.
Un'emozionatissima Erika Fiscella ha ringraziato commossa tutti e lo stesso vale per Albano, che si è detto contento della visibilità che ha ottenuto il suo lavoro, più loquace il portavoce di Ivan Ruiz Flores: che ha spiegato che l'opera e il suo stesso titolo sono una provocazione, quasi nessuno vuole parlare di argomenti difficili e scabrosi e “la colpa dell'altro” è proprio questa. Il portavoce ha poi ribattuto ai rumori e alle contestazioni avvenute durante la proiezione dicendo che il cinema parla attraverso mezzi non comuni ma è sempre frutto del lavoro di molte persone e per questo merita rispetto, qualunque sia l'argomento di cui tratta.
La madrina della serata Corinne Clery, che ha consegnato i premi, ha sottolineato che eventi come questo sono fondamentali per dare spinta e visibilità ai giovani autori che cercano di entrare nel circuito cinematografico e che dare un'opportunità ai giovani è una cosa che la inorgoglisce; lo stesso ha detto Scarchilli sottolineando inoltre la differenza tra il cinema italiano, maestro nel campo della commedia e della poesia, e quello spagnolo più diretto e provocatorio.

Una seconda edizione che ha quindi replicato e superato il successo della precedente, con cortometraggi di qualità notevole e una direzione artistica coraggiosa che non ha avuto paura di mostrare opere dai temi forti e provocatori che spesso non trovano spazio in festival più patinati e meno vicini alla realtà quotidiana.

Un appuntamento da non perdere dunque per il pubblico cinefilo più esigente della capitale che già pregusta la terza edizione per farsi piacevolmente stupire ancora una volta.


Pubblicato su Meltin'Pot.

lunedì 15 giugno 2009

Il carcere al cinema

Il prison-movie costituisce un genere a sé che racchiude aspetti del thriller psicologico e del film d'avventura raccontati con un sistema di valori esasperato e complesso che si fa metafora dura e violenta della società.


Il tema del carcere è uno di quei particolari soggetti, come la boxe e il road movie, che da sempre affascina il mondo del cinema, soprattutto americano: innumerevoli sono le pellicole aventi come protagonisti detenuti e secondini tanto da fare del prison-movie un genere a sé.
Il fascino dell'argomento è palpabile: l'essere umano schiacciato tra valori assoluti come colpa e pena, privato della libertà, sia fisica che psicologica, solo di fronte alla sua esistenza e ai suoi errori e costretto a ricostruirsi un'identità in uno spazio chiuso che ripete, anche se con sentimenti e azioni amplificate e violente, la società “normale”.
Come ogni genere a sé stante, il film carcerario ha un decodificato sistema di personaggi e situazioni: il protagonista, che può essere innocente o colpevole, il compagno di cella che può rivelarsi un amico fidato o al contrario un temibile aguzzino, i secondini sadici e il direttore del carcere, figura che simboleggia spesso l'autorità pura, cieca e spietata nell'esecuzione della legge.
Personaggi e situazioni sono quasi sempre gli stessi ma diverso è il modo di raccontare la storia, tanto da portare a vari sottogeneri: il più frequente è il tema della fuga, poi quello dell'innocente ingiustamente imprigionato, per arrivare ai detenuti in attesa della pena capitale, a quelli che in carcere sviluppano una personale spiritualità e alla tanto travagliata riabilitazione.


Clint Eastwood in Fuga da Alcatraz


L'evasione


La fuga dal carcere è uno dei temi più affrontati al cinema: il protagonista, innocente o colpevole che sia, è un uomo che affascina per la sua intraprendenza e intelligenza, una sorta di self made man al contrario, che, in un ambiente dove la separazione dei corpi, l'austerità della vita quotidiana, persino la condivisione del cibo sono fonte di frustrazione e mortificazione, è in grado di ricostruirsi uno status sociale e una ragione di vita.
A questo filone appartengono pellicole divenute cult come Nick mano fredda, Papillon, Fuga da Alcatraz e Il fuggitivo: i protagonisti hanno i volti carismatici e l'aura leggendaria di attori di prima grandezza come Paul Newman, Steve McQueen, Clint Eastwood e Harrison Ford.
Volti necessari ad incarnare la vitalità e il fascino di una figura che cattura l'attenzione del pubblico e che alla fine lo costringe a simpatizzare per lui a prescindere dal crimine commesso.
I bad boys al cinema funzionano sempre di più.
Negli ultimi anni anche la tv si è accorta del fascino di questo tema: Prison Break, serie del 2005, mette in scena una spettacolare fuga dal carcere, in cui il protagonista è un genio matematico che si fa imprigionare per liberare il fratello. Qui oltre all'audacia a farla da padrone è la razionalità scientifica che deve scontarsi con la violenza del carcere.

Steve McQueen in Papillon


L'innocente ingiustamente imprigionato e i condannati a morte


Alcune pellicole, piuttosto che parlare di criminali rei confessi e al limite della follia, preferiscono parlare di persone oneste ingiustamente imprigionate: la giustizia diventa un'aguzzina che abbandona i suoi protetti a un destino infernale fatto di umiliazioni e violenze, di pena senza colpa, in cui il protagonista o riesce a superare il suo calvario diventando più forte o si fa schiacciare dagli eventi. Un esempio è Nella città l'inferno, in cui un'ingenua Giulietta Masina viene incarcerata ingiustamente e sottomessa dalla ferocia di una dirompente Anna Magnani.
Un altro tema, prettamente americano, è quello dei condannati a morte: come Nel miglio verde, tratto da un racconto di Stephen King, o nel musical grottesco di Lars Von Trier Dancer in the dark viene affrontato il terribile atto della morte legalizzata, in cui il condannato è presentato come un essere umano terrorizzato di fronte a una pena tanto disumana come la morte.
In Dead man walking, con protagonista Sean Penn, il regista Tim Robbins – volto principale del prison movie per eccellenza Le ali della libertà - condanna nettamente questa pena.

La locandina di Nella città l'inferno


Spiritualità in cella


Alcune pellicole, come L'uomo di Alcatraz in cui il protagonista Burt Lancaster in carcere diventa un esperto e famoso ornitologo, parlano di un aspetto particolare: il detenuto, costretto a rimanere da solo con i suoi pensieri, sviluppa una sua spiritualità, riflette sulle sue colpe e trova una sua dimensione reinventando la propria esistenza. Un tema non facile, ma che cerca di affrontare quello che dovrebbe accadere ad ogni detenuto: riflettere sui crimini commessi e cercare di espiare in qualche modo la colpa.


Burt Lancaster in L'uomo di Alcatraz


La riabilitazione


Il carcere è un'esperienza talmente devastante che lascia indelebili cicatrici in chi l'ha vissuta. Quello che però accade all'uscita dalla prigione è altrettanto difficile.
Non tanto a causa del detenuto, quanto per i pregiudizi che lo accompagnano. Possibilità di lavoro sono scarsissime, qualsiasi “onesto cittadino” è pronto ad additare come mostro l'ex detenuto e affetti e proprietà quasi sempre sono dissolti.
E' proprio qui che lo Stato si mostra più debole, non riuscendo a garantire un dignitoso reinserimento sociale al detenuto. Un tema attualmente di grande interesse come dimostrano le due pellicole uscite quest'anno al cinema: Ti amerò sempre, con una formidabile Kristin Scott Thomas e Giulia non esce la sera, con l'intensa Valeria Golino.
Un argomento complesso, perché spesso l'esperienza in carcere più che rieducare peggiora il comportamento negativo.


Kristin Scott Thomas in Ti amerò sempre


Un filone dunque ricco, che propone sempre nuovi spunti, e che negli ultimi tempi mette in risalto soprattutto il fascino che certi comportamenti asociali e assai discutibili possono suscitare.
In fondo il carcere non è altro che una metafora dell'eterna contrapposizione tra bene e male.


lunedì 1 giugno 2009

Coco avant Chanel - l'amore prima del mito

La rivoluzione nelle gonne

Prima dei leggendari tailleurs e tubini neri, prima delle ambitissime borsette e dei profumi indossati dalle dive c'era una ragazza abbandonata dal padre e costretta ad arrangiarsi tra lavoretti di sartoria e fumosi cabaret, che capì per prima che le donne avevano il diritto di portare i pantaloni.





Il nome e il marchio Chanel sono diventati sinonimo di eleganza e moda.

Quando si pensa all'alta moda forse è il primo nome che viene in mente e non c'è donna che non subisca il fascino delle creazioni di questa storica maison.

Ma quando si parla di Chanel non si sta parlando semplicemente di vestiti: si parla di uno stile di vita, di un modo diverso di concepire la donna e la femminilità che ha contribuito enormemente all'emancipazione delle donne.

Intrappolate in bustini che non permettevano loro di respirare, oppresse da cappelli ricchi di piume e lustrini, impossibilitate a correre e muoversi secondo i loro desideri, le donne fino ai primi anni del '900 non erano nulla più che begli ornamenti per il piacere degli uomini.

L' abbigliamento rispecchiava dunque il loro ruolo sociale.

Di questa condizione se ne accorse prima di tutti una ragazza francese dalle modeste origini, orfana di madre e abbandonata in un orfanotrofio dal padre venditore ambulante, costretta a fare umili lavori da sartina e a cantare in squallidi cabaret per sopravvivere.


Audrey Tautou

Gabrielle Bonheur Chanel non lo sapeva ancora ma con il suo forte temperamento e la sua grande intelligenza avrebbe fatto fare un enorme passo avanti alle donne delle future generazioni.

Prima orfana, poi sartina, cantante di cabaret e amante di ricchi uomini, Chanel seppe cogliere il desiderio di indipendenza ed emancipazione delle donne, liberandole da quella divisa sociale che le relegava a semplici ornamenti. Ecco quindi che i suoi vestiti dalle linee semplici ed eleganti, dalle gonne corte, senza fronzoli e dai colori sobri sono diventati un mito e un punto di riferimento che si è tramandato fino ai nostri giorni.

E a compiere questa rivoluzione - Chanel è stata una delle prime donne a portare i pantaloni - non poteva che essere una donna costretta dalla vita a rendersi conto che non si può dipendere dagli altri per vivere, ma si deve lavorare ed essere indipendenti così da poter essere padroni del proprio destino.

Il film di Anne Fontaine cerca quindi di mettere in luce proprio questo: le esperienze che hanno forgiato la personalità così singolare e dirompente che tutti noi conosciamo.

Risulta quindi appropriata l'idea di concentrarsi non sui successi della famosa stilista, ma sulla sua infanzia e giovinezza, dagli anni dell'orfanotrofio fino all'apertura del suo primo negozio. Il lavoro fatto dalla Fontaine è accurato e interessante, vediamo infatti come Chanel abbia preso spunto per i suoi abiti dalle esperienze delle sua vita: il tweed e il jersey, tessuti che diventeranno il caposaldo dei suoi tailleurs, le sono stati ispirati dall'imprenditore inglese e suo grande amore Boy Capel, o come le famose bluse a righe provengano dai pescatori incontrati la prima volta che ha visto il mare. Si può dire che Chanel è stata la prima a mettere la sua vita nelle proprie creazioni e forse l'unica che ha dato una parte della sua anima e del suo essere alla moda.


Alessandro Nivole e Audrey Tautou

Audrey Tautou che dà volto e corpo alla stilista è perfetta nel ruolo: magrissima, ironica e orgogliosa allo stesso tempo, misurata ed elegante nei gesti. A farle da spalla altri due ottimi attori: il francese Benoit Poelvoorde è perfetto nel ruolo del barone Balzan, l'amante di Chanel che la sostenne economicamente per anni, e Alessandro Nivola veste bene i panni di Boy Capel, grande amore della stilista che la spinse a rendersi indipendente e ad aprire il suo primo negozio.

Ottima anche la ricostruzione degli arredi e la ricercatezza dei vestiti.

Unica pecca della pellicola è un ritmo forse poco sostenuto in alcuni punti che potrebbe provare chi non è molto interessato alle vicende della stilista, ma la scelta di seguire in punta di piedi le vicende della giovane Coco non è così deprecabile ed evita di scadere nel melodrammatico.

Di grande impatto la scena finale, quasi onirica: la Chanel degli esordi vede sfilare davanti a sé alcune delle sue creazioni più significative che hanno segnato tutto il '900.

E in quegli occhi a metà tra la soddisfazione e la malinconia c'è tutto un mondo femminile che forse è incomprensibile agli uomini ma che per le donne è insieme una vittoria e un senso di amarezza.

La citazione: "L'unica cosa interessante dell'amore è fare l'amore, peccato che ci voglia un uomo!"


Voto: ♥♥1/2

Pubblicato su Meltin'Pot.


giovedì 7 maggio 2009

Hannah Montana

L'incantevole Creamy del 2000


Dopo tre anni di successo sul piccolo schermo, l'eroina di Disney Channel approda al cinema con un film tutto suo. Per la sedicenne Miley Stewart è arrivato il momento di fare una scelta: continuare ad essere una ragazza normale o dedicarsi totalmente allo spettacolo con le sembianze biondissime e piene di lustrini di Hannah Montana?

Ricordate quel vecchio cartone animato giapponese in cui una ragazzina ha il potere di trasformarsi in un'avvenente e fascinosa cantante? Esatto, è proprio “L'incantevole Creamy”: Hannah Montana è la versione americana di quel cartone. Al posto del potere magico c'è una parrucca bionda, vestiti tempestati di paillettes e una brava truccatrice.

Apparsa sui piccoli schermi americani nel 2006, la timida ragazza di campagna che di giorno è una studentessa e di sera una celebre pop-star ha conquistato milioni di fan in tutto il mondo tanto da diventare un marchio grazie al quale la Disney vende qualsiasi tipo di merchandising, dalle magliette ai portachiavi. E proprio come è successo ai protagonisti di High School Musical anche la protagonista Miley Cyrus è diventata una star tanto da meritarsi un film tutto suo.


Miley Cyrus

A differenza della serie tv questo film non è ambientato a scuola ma è una sorta di “ritorno alle radici” della vera Hannah Montana: sopraffatta dall'enorme fama che le è piombata addosso, Miley Stewart torna in Tennesee nella sua città natale, Nashville, per passare due settimane con la sua famiglia. Qui, superata la prima fase di shock senza truccatrici e costumiste al seguito, mega-party e shopping come se piovesse, Miley torna a contatto con la tranquilla vita quotidiana della piccola città, lontano dal caos metropolitano.

Per chi non ha mai visto lo show televisivo e ha superato da un pezzo i quindici anni sarà dura seguire il film perchè la storia è un susseguirsi di numeri musicali in puro stile video-clip di Disney Channel: coreografie ammiccanti, canzoni sdolcinate o da cartone animato, costumi kitsch da principessa delle favole. In più la pellicola è di una semplicità disarmante, che certamente non può catturare l'attenzione del pubblico più maturo: i dialoghi sono ridotti al minimo indispensabile, tutti i personaggi sono quasi delle macchiette la cui comicità è basata in gran parte su gag fisiche in cui cadono, sbattono contro porte o scivolano in montagne di fango e purtroppo, nonostante questo notevole impegno fisco, non hanno la personalità e il carisma di cartoni entrati nella storia come l'Anacleto della “Spada nella roccia”.

Billy Ray Cyrus e Miley Cyrus

Miley Cyrus sa cantare, ce la mette tutta nel ballo, ma la sua recitazione è troppo sopra le righe, si comporta come se fosse un cartone animato e, se sul piccolo schermo la cosa può funzionare, al cinema risulta piuttosto fastidiosa.

Da segnalare il fatto che il film è una sorta di imitazione della realtà: Miley Cyrus è la vera figlia di Billy Ray Cyrus che nel film interpreta suo padre e che è realmente un cantante country.

Un paio di canzoni, in particolare “Hoedown Throwdown”, sono orecchiabili e ai fan della serie il film piacerà sicuramente, forse un po' meno agli eventuali accompagnatori, ma di certo si tratta di un'innocua commedia adolescenziale, che va presa per quello che è. Quindi se avete un figlio o un nipote che vi ha già fatto promettere di accompagnarlo al cinema consolatevi pensando che in sala ci sono cose molto più inquietanti.

La citazione: "La vita è una scalata ma in cima la vista è grandiosa"

Voto: ♥ 1/2

sabato 28 marzo 2009

Two Lovers

Amore fa rima con dolore
Leonard è appena uscito da una relazione devastante che lo ha portato a tentare il suicidio. A riportarlo alla vita la fortissima attrazione per la nuova ed esuberante vicina di casa Michelle. Ma i genitori vorrebbero tanto che lui si fidanzasse con la dolce e premurosa Sandra.



Il dolore che provoca un amore che finisce è terribile.
Ma il dolore che deriva da un amore finito male può essere insopportabile, al punto da togliere la voglia di vivere.
A Leonard (Joaquin Phoenix) succede proprio questo: la fine brusca di un amore in cui credeva e su cui aveva investito il suo futuro lo spinge a tentare più volte il suicidio, non riuscendo ad uscire dalla cupa depressione che si è impadronita di lui.
I genitori – un’invecchiata ma sempre affascinante Isabella Rossellini e Moni Moshonov – tentano di riportarlo alla vita facendolo lavorare nella lavanderia di famiglia, ma non riescono a stabilire un rapporto con lui, imbottito di anti-depressivi ed ostile ad ogni stimolo esterno.
Fino a che non incontra Sandra (Vanessa Shaw), figlia del futuro acquirente dell’attività di famiglia, carina, dolce e interessata a lui. Tutto sembra andare bene fino a quando non irrompe nella sua vita Michelle (Gwyneth Paltrow), vicina di casa intrigante, con qualche problema di droga e impegnata in una relazione con un uomo sposato. Leonard deve ora barcamenarsi tra queste due donne che simboleggiano due aspetti dell’amore: quello rassicurante e stabile e quello passionale, travolgente e imprevedibile.

Gwyneth Paltrow e Joaquin Phoenix

James Gray dopo i film di gangster ambientati a New York si sposta in periferia - siamo a Brooklyn - e orchestra una storia d’amore dalla forza opprimente e quasi claustrofobica.
Joaquin Phonix, in un’ interpretazione perfetta, ritrae con estrema sincerità la figura di un uomo insicuro, ferito, incapace di stabilire contatti sereni con le persone e con ogni suo gesto, persino nella postura, comunica un senso di precarietà, di sofferenza e un’indole tragica e infelice.
La due donne che gli ruotano intorno diventano simbolo di due modi di vivere l’amore: quello accettato dalla società che prevede la costruzione di una famiglia e un impegno sicuro, e forse un po’ ipocrita, e quello puramente passionale, in cui non si sa quasi nulla dell’altra persona ma si sente di amarla lo stesso, in cui tutto ciò che conta è poter stare insieme anche se provoca dolore.

Isabella Rosselline e Joaquin Phoenix

Gray mette in scena tutto questo con la cura e l’attenzione di un entomologo: fotografia curatissima, regia che si fa discreta e silenziosa come se quasi non ci fosse, camera che non lascia mai i volti dei protagonisti che seguiamo in ogni sguardo, in ogni piega del volto e smorfia di dolore.
Un film che fa riflettere su quanto siano complicati e delicati i rapporti umani e su quanto sia necessario per alcune persone l’amore: a tal punto che la scelta finale di Leonard diviene fisiologica, come se pur di non continuare a soffrire volesse quanto meno alleviare il suo dolore.
Perché l’assenza dell’amore può essere ancora più dolorosa di un amore tormentato.

La citazione:
"- Perchè piangi?
- Perchè sono felice."

Voto: ♥♥♥1/2

Pubblicato su Meltin'Pot.

domenica 15 marzo 2009

Ponyo sulla scogliera

La vita è piena di bollicine in fondo al mar
Ponyo, pesciolina disubbidiente e curiosa, rimane intrappolata in un vasetto di vetro. Per fortuna a salvarla c’è Sosuke, un bambino di cinque anni pronto a prendersi cura di lei. La pesciolina, conquistata dal bambino, e dal prosciutto, vuole assolutamente diventare umana.


Negli ultimi anni nel mondo del cinema è scoppiata una rivoluzione: generi anticamente considerati superficiali e di puro intrattenimento come il cinefumetto e l’animazione sono diventati il mezzo più efficace e spettacolare per parlare di temi importanti.
Così è stato per i recenti “Il Cavaliere Oscuro”, “Watchmen” e “Wall-e” e da meno non è “Ponyo sulla scogliera”, ultima opera di Hayao Miyazaki, considerato il genio dell’animazione nipponica.
Miyazaki, disegnatore, sceneggiatore e regista, è famoso per le sue storie dall’alto potere immaginifico, spesso complicate, piene di personaggi, a volte quasi astratte e infarcite di citazioni colte, soprattutto dalle opere di Magritte.
Con Ponyo Miyazaki passa ad un nuovo livello: una storia che parla di temi difficili come l’emergenza ambientale, l’amore, il mutare continuo e inevitabile della vita adatta ai bambini come agli adulti. La protagonista è una pesciolina rossa dal volto umano, Ponyo, disubbidiente e curiosa, che spintasi a riva rimane intrappolata in un vasetto di vetro. Per fortuna a salvarla c’è Sosuke, un bambino di cinque anni pronto a prendersi cura di lei. La pesciolina, conquistata dal bambino, e dal prosciutto, vuole assolutamente diventare umana.



A metà tra La Sirenetta e Nemo, Ponyo diventa il simbolo della natura che, nonostante la sconsideratezza degli uomini, ha un’energia talmente dirompente e inesauribile da tornare sempre a galla: nonostante la maggior parte degli uomini inquinino il mare e non rispettino la natura, Ponyo desidera diventare umana perché commossa dall’affetto di un singolo individuo.
E proprio l’amore è l’altro tema portante del film: nonostante appartengano a due mondi totalmente diversi, Ponyo e Sosuke scelgono di stare insieme perché si piacciono così come sono. Non importa che uno sia un umano e l’altra un pesce: l’amore non conosce confini, soprattutto per i bambini.
Grazie a queste due figure commoventi e tenerissime Miyazaki ci fa capire che, nonostante gli adulti spesso si comportino male, si può ancora sperare nel futuro finchè il mondo verrà visto attraverso gli occhi di un bambino: i bambini sanno già tutto, sono i grandi che dovrebbero ricordarsi come si guarda il mondo.



Il tutto è raccontato con un tratto molto semplice, quasi infantile, dai delicati colori pastello, a sottolineare maggiormente l’atmosfera magica della storia.
Miyazaki crea così un mondo incantato, surreale, quasi mitologico, in cui spicca l’innocenza dei bambini e la forza straordinaria delle donne: la giovane ed energica madre di Sosuke, le vecchiette piene di entusiasmo, la maestosa regina del mare, sono tutte figure positive, materne e rassicuranti, piene di vitalità e allo stesso tempo ferme nei loro principi, sono loro a mandare avanti l’umanità, al contrario dei mariti distratti e lontani per la maggior parte del tempo.
Miyazaki riesce quindi a stupirci ancora una volta: facendoci contemporaneamente ridere e riflettere, creando un mondo in cui è bello immergersi a tutte le età.

La citazione: "A Ponyo piace Sosuke!"

Voto: ♥♥♥♥

Uscita italiana: 20 marzo 2009

Pubblicato su Meltin'Pot.

lunedì 9 marzo 2009

Verso l'Eden

Se Ulisse nascesse oggi sarebbe un profugo

L’Odissea di un ragazzo che abbandona il proprio paese per cercare un futuro migliore in occidente. La sua Itaca è Parigi e le sirene le ricche ospiti di un lussuoso Hotel.



“Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque…”
cantava Foscolo. Come Ulisse, costretto a navigare per anni e anni, così oggi migliaia di uomini e donne ogni giorno tentano viaggi della speranza a bordo di malsicuri scafi clandestini.
A rappresentarli tutti nel nuovo film di Costa-Gavras è Elias, un sorprendente Riccardo Scamarcio, giovane dalla provenienza indefinita e dall’aspetto forte e invitante.
Giunto per mare in una bella isola greca, Elias si mescola agli ospiti del lussuoso Hotel Eden, per poi proseguire la sua odissea verso la terra promessa: Parigi.

Riccardo Scamarcio

Il viaggio, da sempre al centro dei racconti umani come metafora di percorso interiore e sete di conoscenza, nel nuovo film del regista greco naturalizzato francese raggiunge nuovi significati. Da una parte c’è il viaggio visto attraverso gli occhi degli occidentali: la vacanza, fatta di ricchi buffet e abbronzatura ottenuta su spiagge esclusive, dall’altra il viaggio per la sopravvivenza di tutti coloro che non riescono ad ottenere che le briciole dell’ opulenza del mondo occidentale.
Grazie a toni a tratti surreali, a tratti grotteschi, Costa-Gavras parla di uno dei principali problemi di oggi: l’immigrazione clandestina. Elias, che non parla che qualche parola di francese, si presenta nudo all’ingiustizia del mondo. Muto per quasi tutto il film, il ragazzo è simbolo di tutte quelle persone che per l’Occidente non sono altro che corpi: forza lavoro da sfruttare, oggetti sessuali di cui servirsi e bocche in più da sfamare. Elias deve lottare per tutto ciò che lo identifica come essere umano: i vestiti, la lingua, il rispetto. Tutti sono pronti a sfruttare la sua bellezza rozza e quasi innocente, simbolo di una parte di mondo che non ha voce per far valere i propri diritti.
E se dal canto suo Elias fa di tutto per adattarsi ai luoghi e alle persone che man mano incontra, lo stesso non si può dire dei “cittadini per bene”: o diffidenti e sprezzanti, o vogliosi del suo corpo, o intolleranti e violenti. Ma le critiche del regista non si limitano alle persone comuni: più volte nel corso del film, mentre al ragazzo succedono cose terribili, si vedono troupes cinematografiche impegnate a riprendere tutt’altro, come a dire che mentre i cosiddetti “intellettuali” si ostinano a riprendere cose insignificanti come i trattori (forse un riferimento al Lynch di “Una storia vera”?) all’altro angolo della strada la realtà più violenta, dura e disperata viene volutamente taciuta e ignorata. Alla fine però Elias, contro tutto e tutti, continua il suo viaggio, come a dire che, nonostante le resistenze del mondo occidentale, questo processo è ormai inarrestabile e inevitabile.

Riccardo Scamarcio

Costa-Gavras, autore da sempre provocatorio e voce fuori dal coro, ha cercato di dare una sua visione del fenomeno, farcendo il film di metafore più o meno evidenti: il turista che fotografa i cadaveri col cellulare, il buffet sprecato, la speranza di prosperità vista come magia.
Non tutto risulta convincente - come il passeggino con la tv incorporata - ma la pellicola ha una sua forza che spinge lo spettatore a riflettere, ad interrogarsi o quanto meno a cedere al dubbio.
Sorprendente Scamarcio, al suo primo ruolo impegnato, che dà una prova convincente, molto fisica, fatta di fughe, lotte, urla e gesti, riuscendo ad essere espressivo anche senza parlare. In quegli occhi lucidi che chiudono il film c’è tutta la nostalgia e la disperazione di colui al quale “il fato prescrisse illacrimata sepoltura”.

La citazione: "Voi mi avete detto se vieni a Parigi vienimi a trovare..."

Voto:
♥♥♥

Pubblicato su Meltin'Pot.


giovedì 5 marzo 2009

I love shopping

Quando la tua migliore amica è una carta di credito

Dal celebre romanzo di Sophie Kinsella, prende vita il personaggio che ha conquistato le trend-setter di mezzo mondo: Becky Bloomwood è pronta a stupirvi con la sua schiettezza, il suo sorriso e le sue tante, tantissime mises.


Come in ogni favola che si rispetti, in I love shopping c’è una dolce e bella fanciulla che passa tutto il suo tempo a sognare. Ma al contrario delle principesse delle fiabe, Becky Bloomwood (Isla Fisher), non sogna l’amore eterno: quello a cui lei pensa in ogni momento sono le scarpe di Prada, i cappotti di Louis Vuitton, i saldi da Bloomingdale’s e le sciarpe di cashmere.
Per amici ha centinaia di vestiti e la sua fata madrina è la carta di credito: una bacchetta magica in grado di darle la felicità. Sì perché Becky ha un grande segreto: è una drogata di shopping.
Il piacere che le dà tenere in mano gli acquisti appena fatti non è paragonabile a nessun altro. Per questo a causa di decine e decine di “acquisti compulsivi” si ritrova con un debito di sedicimila dollari. Per fortuna però, come per magia, arriva la soluzione: viene assunta dalla rivista economica “Far fortuna risparmiando”, che guarda caso ha anche un caporedattore bello, ricco e idealista.

Isla Fisher

Il celebre personaggio della saga creata da Sophie Kinsella prende vita sullo schermo, con qualche variazione, per la gioia di tutte le malate di shopping del pianeta.
Usando una formula ormai ben consolidata che strizza l’occhio al telefilm di culto Sex & The city e al recente Il diavolo veste Prada, il film diretto da P.J. Hogan è una summa dei più scontati clichè dei film pensati per il pubblico femminile.
La protagonista però si distingue dal tipico personaggio da film rosa: è bugiarda, folle e totalmente fuori controllo.
I presupposti per una commedia brillante c’erano dunque tutti: la storia d’amore, i bei vestiti, la protagonista simpatica. Se non fosse che le soluzioni di sceneggiatura a tratti siano più semplificate di quelle dei cartoni animati, i vestiti così eccessivi da risultare brutti e pacchiani e la protagonista a lungo andare diventi fastidiosa come il rumore delle unghie su una lavagna.
E’ pur vero che in tempo di crisi economica mondiale la gente ha voglia di sognare, ma sbatterle in faccia la vicenda di una squilibrata che non fa altro che spendere sembra alquanto eccessivo.

Hugh Dancy e Isla Fisher

Il successo di Sex & city stava nell’intelligenza del copione, nelle battute fulminanti, negli importanti temi trattati: lì i vestiti erano gli accessori delle protagoniste e non il contrario.
Isla Fisher per quanto si impegni non riesce a sostenere da sola il peso dell’intera pellicola, sembrando a volte niente di più che una stampella ricoperta di accessori: d’altra parte non tutte sono Meryl Streep, che ha dato lustro a Il diavolo veste Prada.
In questo modo quella che tutto sommato poteva essere una buona commedia con un minimo di riflessione sull’importanza dell’acquisto, sul consumismo sfrenato del mondo occidentale e sulla dipendenza psicologica da oggetti che colpisce sempre più persone si risolve in una serie di gag più o meno riuscite incollate insieme alle bene e meglio.
Sicuramente sarà un successo, ma l’eccitazione durerà poco: esattamente come quando si è appena usciti da un negozio con un pacchetto in mano e già si pensa all’acquisto successivo.

La citazione: "Tu parli il pradese?!"

Voto: ♥1/2

Pubblicato su Meltin'Pot.

mercoledì 4 marzo 2009

Quell’estate felice

Un professore si innamora, non ricambiato, di Maria Venera, ragazza siciliana che non vuole conformarsi alla mentalità della società italiana degli anni ‘50


Sicilia, anni ’50: il professore Angelo Amato (Dario Costa) si innamora di Maria Venera (Olivia Magnani), la ragazza più misteriosa e affascinante del paese. Rimasta orfana, la ragazza vive con il vecchio e ricco zio, si innamora di suo cugino e rimane incinta. Per evitare uno scandalo, Maria progetta di fuggire con un ballerino, ma suo zio, con l’aiuto di Angelo, la riporta sui suoi passi.

Olivia Magnani e Dario Costa

Il regista siciliano Beppe Cino, dopo “Miracolo a Palermo!”, torna nella sua amata Sicilia costruendo un film basato sul racconto “Argo il Cieco” di Gesualdo Bufalino.
Un omaggio alla Sicilia in cui i volti racchiudono tutto un mondo, lo spirito, l’essenza di un popolo misterioso, pieno di contraddizioni e allo stesso tempo di fascino.
Il regista rappresenta i siciliani partendo dagli stereotipi incarnati nell’inconscio collettivo di tutti noi, per poi dare una sferzata di modernità con il personaggio di Maria Venera. Rendendo ancora più forte il personaggio di Bufalino, il regista ha dato vita a una donna che cerca di ribellarsi all’immobilità della società in cui vive, che vuole la sua indipendenza, la sua libertà e sogna un futuro lontano dai torridi paesaggi siciliani.
A dispetto del titolo (che in origine era semplicemente “Maria Venera”) in questa pellicola c’è tutt’altro che felicità: il sentimento che prevale è la nostalgia, il rimpianto per occasioni perdute, per momenti che non torneranno mai più. Subentra allora la dolcezza dei ricordi, simboleggiati dalla sala cinematografica in cui il professore, ormai vecchio, vede proiettata la sua storia e i fantasmi del passato tornano così a fargli visita.
Come nel film di Woody Allen “La rosa purpurea del Cairo”, il protagonista stabilisce un forte legame emotivo con le immagini che vede sullo schermo e il regista vorrebbe che si sentisse così anche il pubblico, rivedendosi in questo gioco di film nel film.

Olivia Magnani

Beppe Cino ce la mette tutta per omaggiare la sua Sicilia e il cinema, allestendo con cura certosina una vicenda dal sapore antico e retrò, mostrando particolare attenzione soprattutto per i volti dei suoi personaggi, ma pecca nel voler mettere forse troppa carne al fuoco e alcuni passaggi finiscono per appesantire l’incedere della pellicola che risulta a tratti difficile da seguire.
Inoltre la protagonista Anna Magnani (vista anche nel film di Sorrentino “Le conseguenze dell’amore”) non è certo all’altezza dell’illustrissima nonna e ha ancora molto da imparare.
Molto più efficaci gli attori di contorno, tutti artisti dello Stabile di Catania, ma che da soli non possono ravvivare una pellicola che sparge un’aura di polvere intorno a sé.

Voto:♥♥

Pubblicato su Meltin'Pot.

Conferenza stampa del film Quell’estate felice

A Roma il regista siciliano Beppe Cino ha parlato del suo ultimo film, presentato in diversi Festival in giro per il mondo con il titolo “Maria Venera”

Beppe Cino è un regista colto, legato alla letteratura e al cinema italiano, soprattutto quello di Rossellini, e per raccontare la Sicilia della sua infanzia ha preso spunto dal racconto “Argo il cieco” di Gesualdo Bufalino. Dopo l’approccio magico alla sua terra nel film “Miracolo a Palermo!”, in “Quell’estate felice” Cino racconta la storia di una ragazza che deve affrontare il forte maschilismo dei suoi concittadini e che vuole sentirsi libera di vivere la sua vita come desidera.
A Roma, al cinema Quattro Fontane, il regista siciliano a parlato della sua ultima fatica.

Il romanzo di Bufalino e il film

Il regista ha spiegato che ha scelto per il suo film il romanzo di Bufalino perché sente di avere molte affinità con lo scrittore, soprattutto nel modo di vedere le cose e poi perché: “Desideravo parlare degli anni ’50: l’ultimo bastione del nostro passato. Da quegli anni in poi è cominciata una corsa incredibile che ha portato a cose impensabili come internet”.
Con questa pellicola il regista ha voluto omaggiare quell’epoca ormai così lontana nella memoria collettiva e ha pensato il film come “un ultimo valzer”.
Come nel libro, nel film si parla della società italiana, e in particolare di quella siciliana, dei rapporti di coppia, delle diverse classi sociali e delle loro interazioni e il regista ci tiene a dire che ha voluto rappresentare tutto questo evitando il più possibile di riallacciarsi a stereotipi: “Ho cercato di fare pulizia degli stereotipi: la Sicilia ha dato molto alla letteratura e al cinema italiano, ma c’è sempre stato questo potere dello stereotipo”.
Cino ha ampliato il discorso del romanzo, soprattutto per quanto riguarda la figura della protagonista: Maria Venera nel film è una donna molto più forte, che rivendica sempre la sua indipendenza, anche attraverso la decisione di abortire.

Un omaggio al potere evocativo del cinema

Il film si apre e si chiude in una sala cinematografica.
All’inizio c’è un’atmosfera vivace, mentre alla fine la scena è occupata da un forte sentimento di nostalgia: “La scena finale ci dice che i giochi sono finiti. E’ una sorta di addio alla vita da parte del protagonista. E’ una sorta di omaggio a Bufalino che era un grande cinefilo”.
L’amore per il cinema è tale che il regista ha affermato di aver rifiutato di realizzare il film per la tv: nel 1993 Cino avrebbe dovuto farlo per RaiUno, ma per divergenze sulla sceneggiatura non se ne fece più nulla. “L’approccio con i produttori non è mai asettico: c’è sempre uno scontro di forze che porta all’accettazione o al rifiuto del progetto. Per fortuna ci sono ancora isole di autonomia: insomma si cerca di morire in piedi”.

La scelta degli attori

Il regista si è detto estremamente soddisfatto del cast e ha affermato che cerca sempre di scritturare personalmente gli attori, scegliendoli autonomamente. “Credo che tutti i film dovrebbero presentare ogni volta dei volti nuovi. Auspico un turn over di facce, la possibilità per un attore di recitare una volta sola, perché amo i film con facce vere”.
Il regista ha parlato anche del suo rapporto con la protagonista Olivia Magnani – nipote della grandissima Anna e vista recentemente in “Le consegueze dell’amore” di Paolo Sorrentino – che gli ha chiesto perché avesse scelto proprio lei per il ruolo di Maria Venera. Il regista le ha così risposto: “A fine film ti accorgerai che ho rubato parte della tua anima”.

mercoledì 25 febbraio 2009

L’altra faccia di Batman

Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan

Cinema e fumetto: le due forme d’arte figlie del ‘900 nel 2000 diventano il linguaggio ideale per descrivere il nostro tempo e Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan è la punta di diamante di questo felice connubio

Cinema e fumetto hanno molto in comune: nati agli inizi del ‘900, al principio considerati semplice intrattenimento per masse poco colte ed esplosi negli anni ’30 dimostrandosi forme d’arte complete in grado di cogliere gli umori e il senso del proprio tempo.
Inevitabile quindi una loro più complessa unione.
A partire dagli anni ’60 molti supereroi della carta stampata hanno trovato una seconda vita nel piccolo schermo: Superman, Batman, Hulk tutti sono entrati nelle case della gente, ma sempre nell’ottica del divertimento puro, a volte anche parodistico.
Nei ’70 arriva la prima trasposizione cinematografica di Superman: il film di Richard Donner ottiene un grande riscontro e segna l’inizio del successo dei “cinefumetti”.

Il Batman di Frank Miller

Al cinefumetto però manca ancora quel quid che possa elevarlo dal suo stato di divertimento scacciapensieri un po’ superficiale, pieno di effetti speciali e povero di sostanza.
Negli anni ’80 a sconvolgere il genere ci pensa il genio di Tim Burton: accantonando lo stile scanzonato e ironico dei suoi predecessori e la costruzione bidimensionale dei personaggi, Burton crea un mondo molto più cupo, in cui il supereroe è una figura al di fuori della società, tormentata e complessa, un “freak” che non riesce a trovare il suo posto nel mondo e che è gettato in mezzo all’infinito scontro tra bene e male.
Per costruire il suo mondo fantastico che ha i toni della favola dark, Burton pesca a piene mani dal Batman di Frank Miller, colui che ha dato nuova linfa vitale e un fascino molto più prepotente all’uomo pipistrello.
Dopo i due capitoli di Batman firmati da Burton, il cinefumetto è diventato una costante del cinema americano che ha portato sullo schermo moltissimi personaggi: dall’imbranato Peter Parker in arte Spiderman, ai mutanti di X-man, passando per Hulk e 300, il fumetto sembra diventato il bacino più semplice da cui attingere in mancanza di idee.
Tra tutti i supereroi però l’uomo pipistrello è quello che più ha affascinato i cineasti.

Jack Nicholson è Joker nel film di Tim Burton

Ma perché proprio Batman?
Al contrario di Superman che è nato supereroe e che rappresenta il bene senza incertezze e Spiderman che ottiene i suoi superpoteri per caso, Batman è un semplice uomo: Bruce Wayne non ha superpoteri, ma sceglie comunque di combattere il male.
Bruce Wayne è ricco, giovane, famoso ma ha anche un passato tormentato: di giorno è un playboy e di notte combatte il crimine. Nel combatterlo però è sempre in preda al dubbio: il confine che separa bene e male è labile e questo suo lato oscuro lo rende più umano rispetto agli altri colleghi in calzamaglia e decisamente più affascinante.

Heath Ledger è Joker in Il Cavaliere Oscuro

Questo aspetto, in parte emerso nei film di Burton, è espresso all’ennesima potenza nei film di Christopher Nolan e in particolare in “Il Cavaliere Oscuro”.
Il Batman di Nolan non solo mette in discussione il concetto di bene e male ma si interroga sulla figura stessa del supereroe. I supereroi rappresentano tutto ciò che di giusto e buono ha l’umanità: sono coraggiosi, difendono i più deboli e non perseguono il male.
Ma quando di fronte a Batman si presenta il Joker tutto cambia: il Joker di Nolan – grazie all’interpretazione straripante e indimenticabile di Heat Ledger - non è il buffone folle di Burton, ma il male personificato. Non un criminale, non uno psicopatico, ma un messaggero del male in forma umana. Un messaggero del caos e il caos non si può capire, non si governa, non fa prigionieri. Il caos travolge tutti: eroi, falsi eroi, amanti, gente comune, criminali; brucia le convenzioni sociali, le regole, le certezze. Azzera tutto. E torna di nuovo. In questo modo la luce si fa sempre più oscurità e non ci sono più buoni e cattivi: tutti sono vittime e nessuno è innocente.
Nel film di Nolan quindi il supereroe non può più ergersi al di sopra del male perché come dice il Joker bene e male si completano: se non ci fosse l’uno non sapremmo definire l’altro. Il Jocker è così l’altra faccia di Batman. In mezzo ci siamo tutti noi, con le nostre coscienze e le nostre paure, i sogni e le speranze. In un mondo, dove non c’è più un senso comune e uno scopo collettivo ma solo interessi individuali, il caos è dietro l’angolo e non si può evitare.
Chi può dunque guidare un popolo che è un gregge di pecore in pasto a lupi senza volto?
Non l’eroe del giorno dalla faccia pulita e rassicurante incarnato da Harvey Dent: al momento opportuno tanta perfezione mostra sempre il suo lato mostruoso.
Forse gli eroi non sono che il lato glamour della violenza.
L’unica speranza allora è qualcuno in grado di sacrificarsi sapendo che il suo nome non verrà osannato, sapendo che forse il suo sacrificio ha solo ritardato l’ora della fine.
Perché il caos è multiforme e insidioso.
Chi può sopportare una croce tanto pesante?
E che senso ha la parola giustizia di fronte a queste forze inarrestabili e più grandi dell’umana comprensione? Forse la giustizia non è altro che una convenzione creata dagli uomini.
Questi sono gli interrogativi che il film di Nolan pone, in un’ottica molto più vicina alla filosofia che non al puro spettacolo, riuscendo nell’impresa di unire i gusti di pubblico e critica.
Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi dunque.
Perché con essi arriva sempre anche il caos.

lunedì 16 febbraio 2009

Il curioso caso di Benjamin Button

“Senza emozioni il tempo è solo un orologio che fa tic-tac”


“Il nostro passato ci segue e si ingrossa senza posa col presente che raccoglie lungo la strada” ha detto Bergson. E nel caso, curioso, di Benjamin Button è proprio così: nato a New Orleans nel 1918, il giorno della fine della Grande Guerra, abbandonato dal padre a causa del suo aspetto mostruoso e accolto in un ospizio da Mrs. Queenie, una badante di colore, il piccolo Benjamin è un neonato di 80 anni.

Taraji P. Henson e Brad Pitt

Le sue prime esperienze le vive su una sedia a rotelle, circondato da vecchiaia e morte, fino a quando non incontra Daisy, la nipotina di una delle anziane assistite da Queenie, dagli splendidi occhi blu e capelli rossi. Purtroppo l’amore di Benjamin non può essere corrisposto: nonostante abbia solo 10 anni ne dimostra 80 e una bambina di 5 anni per quanto curiosa e socievole non può capire tutto questo. Col passare del tempo però accadono strani eventi: Benjamin si sente più forte, ha meno rughe, può camminare. Si svela così il curioso destino di questo bambino-vecchio: col passare del tempo ringiovanisce. Benjamin può allora scoprire le gioie e i dolori della vita: viaggiare per il mondo, il primo bacio, il primo rapporto con una donna, la guerra, gli amici, la morte di questi, che pian piano invecchiano mentre lui è sempre più giovane. Fino a quando non incontra nuovamente la sua Daisy, divenuta ormai una ballerina affermata. Ma il tempo non è ancora propizio: lei ventenne e lui cinquantenne, non sono ancora pronti. Si congiungono finalmente a metà strada, quando entrambi sono sulla quarantina. Un breve attimo di felicità prima che i ruoli si invertano: ora è Benjamin ad essere troppo giovane per Daisy.

Brad Pitt e Cate Blanchett

Tratto da un racconto di F. Scott Fitzgerald, Il curioso caso di Benjamin Button ha avuto una gestazione travagliata: la sceneggiatura scritta da Eric Roth, premio Oscar per Forrest Gump, è passata in diverse mani, tra cui quelle di Spilberg e Howard, fino ad arrivare a David Fincher. L’autore di Seven e Fight Club, maestro della suspence e di storie ad alto tasso di violenza e cattiveria, cambia completamente genere: si cimenta nell’impresa difficile di una storia dal finale anticipato, piena di romanticismo e buoni sentimenti. Con l’aiuto di un ottimo cast - sopra tutti Brad Pitt, reso irriconoscibile da trucchi sorprendenti e presente praticamente in ogni inquadratura del film, e di una sempre splendida Cate Blanchett, questa volta però un po’ sacrificata in un ruolo al di sotto delle sue straordinarie potenzialità - Fincher ha costruito una storia che ha il sapore di una favola, un film che richiama lo stile delle fiabe visionarie di Tim Burton. Benjamin, un bambino nato vecchio e poi un vecchio giovane è il tempo che scorre, la rappresentazione di quello che succede ad ognuno di noi: quando nasciamo siamo esseri nuovi alla vita ma allo stesso tempo portiamo sulle nostre spalle, nel nostro DNA, la storia millenaria della nostra specie. Quando invecchiamo abbiamo conosciuto tante cose, sappiamo finalmente come vivere la vita ma ci apprestiamo a lasciarla. Benjamin ha la fortuna di poter scoprire con calma il mondo e di viverlo appieno all’età di sessant’anni, quando ha la coscienza di un uomo maturo e il corpo di un ventenne. Ma c’è un problema: vivere la vita in questo modo è un privilegio e una condanna. Come Highlander, Benjamin vede morire tutti i suoi amici, ed essere un sopravvissuto è una croce molto pesante da portare. Ma per fortuna in ogni epoca della sua vita c’è una costante a salvarlo: l’amore. L’amore per Daisy è ciò che dà vita alla sua esistenza e, in fondo, l’amore è quello che dà senso all’esistenza di tutti noi. Non importa quanti anni abbiamo, le esperienze che abbiamo vissuto, il colore della pelle o la condizione sociale, la cosa che veramente conta è amare qualcuno, condividere gioie e dolori con amici e parenti.

Brad Pitt e Cate Blanchett

Fincher racconta tutto questo, costruendo un’opera maestosa, curatissima in ogni dettaglio, con un grande cast e ottimi effetti speciali, che commuove e stupisce in alcuni punti ma che purtroppo risulta spesso un po’ fredda. Nel voler costruire quest’odissea al contrario, Fincher sacrifica per lo stile e la squisitezza della confezione un po’ di magia e passione, costruendo dei personaggi bidimensionali, che non parlano con la loro anima, ma rimangono sempre in secondo piano rispetto all’unicità della vicenda del protagonista. Lo stesso protagonista è sopraffatto dalla straordinaria vita che gli è toccata in sorte, tanto che in circostanze meno singolari nessuno forse si sarebbe accorto di lui. Un peccato, perché con un minimo di coraggio in più, si poteva realizzare un vero capolavoro, mentre alla fine ci troviamo di fronte a una serie di scene splendidamente realizzate che però non esprimono tutta la potenzialità delle riflessioni a cui aspirano.
Resta comunque un buon film, che scorre piacevolmente nonostante le quasi tre ore di durata, ma che purtroppo non è quel capolavoro che avrebbe potuto essere.

La citazione:
"- Mi amerai ancora quando sarò piena di rughe?
- Mi amerai ancora quando avrò l'acne?"

Voto:
♥♥♥1/2

Pubblicato su Meltin'Pot.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...