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mercoledì 18 febbraio 2015

The Honourable Woman: 10 curiosità sulla serie con Maggie Gyllenhaal

Scopriamo qualcosa in più su The Honourable Woman, mini-serie in otto episodi creata da Hugo Blick con protagonista Maggie Gyllenhaal nei panni di Nessa Stein, ruolo per cui ha vinto il Golden Globe, potente nobildonna anglo-israeliana invischiata in un intrigo internazionale sullo sfondo del conflitto israelo-palestinese. Dal 17 febbraio su Sky Atlantic.



Capelli corti, abiti impeccabili, gesti eleganti e parole sempre misurate: Nessa Stein (Maggie Gyllenhaal) si muove sinuosamente tra la gestione dell’azienda di famiglia, ex fabbrica di armi convertita in industria per lo sviluppo delle comunicazioni, una dimensione privata scandita da numerosi impegni mondani e il rapporto con il fratello Ephra (Andrew Buchan). Una vita apparentemente perfetta, cui si aggiunge il titolo di “Baronessa di Tilbury della contea dell’Essex“, ma che nasconde più di un segreto terribile: ventinove anni prima, quando Nessa e Ephra erano ancora molto piccoli, il padre, un rifugiato israeliano a Londra, è stato ucciso davanti ai loro occhi. Misteriosi sono anche i rapporti tra i due fratelli: ereditata l’azienda di famiglia, in principio è Ephra a gestirla, poi sostituito da Nessa, che cerca di darle una nuova pelle, concentrandosi sulla diffusione della fibra ottica in Palestina piuttosto che sul fabbricare armi. Quando però il vincitore di un importante appalto, il palestinese Samir Meshal, viene trovato morto, Nessa si trova invischiata in un complotto internazionale che coinvolge Israele, Palestina e l’M16, i servizi segreti inglesi. 

Creata da Hugo Blick, sia sceneggiatore che regista di tutti gli otto episodi, The Honourable Woman, miniserie prodotta da BBC Two, in America è stata accolta con lodi e riconoscimenti, compreso il Golden Globe alla migliore attrice in una mini-serie tv a Maggie Gyllenhaal, protagonista assoluta, che regge su di sé tutte le otto ore di durata, creando un personaggio complesso che si scopre al pubblico lentamente con il procedere dell’azione, e che, da americana nata a New York, sfodera un perfetto accento inglese, oltre che degli abiti impeccabili che oltre oceano hanno fatto impazzire le riviste di moda. 

Scopriamo qualcosa di più su The Honourable Woman, dal 17 febbraio in onda su Sky Atlantic, canale 110 di Sky, con un doppio appuntamento a partire dalle 21:10. 


1. IL COPIONE 



Hugo Blick, sceneggiatore e regista di The Honourable Woman, per convincerla ad accettare il ruolo di Nessa, ha mandato a Maggie Gyllenhaal la sceneggiatura di tutti gli otto episodi della mini-serie, un fatto inusuale per la tv. L’attrice è rimasta subito colpita dalla sceneggiatura e ha voluto prendere parte al progetto assolutamente, anche se ha due bambini piccoli e ha dovuto portarli a Londra e in Marocco per cinque mesi: “Ho fatto di tutto per non accettare, ma è stato impossibile: non riuscivo a smettere di leggere i copioni, sono così insolitamente fenomenali! Non avevo mai letto niente di simile prima: è un mix perfetto di thriller e profonda umanità” ha dichiarato in un’intervista. 


2. TRE MESI DI RIPRESE IN TRE CONTINENTI 



Le riprese di The Honourable Woman si sono svolte in tre mesi, da luglio a settembre 2013, in tre continenti differenti: i set sono stati allestiti a Londra e nel Kent, in Marocco e negli Stati Uniti. 


3. L’ACCENTO INGLESE 



Maggie Gyllenhaal è nata a New York, ma in The Honourable Woman interpreta una donna anglo-israeliana e sfoggia un perfetto accento inglese: l’attrice ha potuto contare per il ruolo sui suoi studi giovanili alla Royal Academy of Dramatic Art di Londra e ha ammesso, durante un’intervista, di adorare l’accento inglese. 


4. UN GUARDAROBA IMPECCABILE 



In America pubblico e riviste di moda sono impazziti per il look di Maggie Gyllenhaal in The Honourable Woman: il suo personaggio, Nessa Stein, sfoggia un guardaroba cento per cento british style, composto da completi di Stella McCartney dalle linee semplici ed eleganti, cappotti di Mulberry e sottovesti di Bodas. L’attrice ha dichiarato che il guardaroba di Nessa l’ha aiutata a entrare in connessione con il ruolo: “I vestiti sono sempre la chiave d’accesso al personaggio”, ha detto in un’intervista, mentre il costumista della serie, Edward K Gibbon, ha affermato: “I vestiti contano: quelli di Nessa esprimono il suo rapporto con il potere”. 


5. HUGO BLICK E BATMAN 



Il regista, sceneggiatore e produttore Hugo Blick, che ha scritto e diretto tutti gli otto episodi di The Honourable Woman, è stato anche attore e ha esordito nel film Batman diretto da Tim Burton nel 1989: Blick interpretava il giovane Jack Napier, che in seguito diventa il Joker, colui che introduce la frase di culto “Hai mai danzato col diavolo nel pallido plenilunio?” e uccide i genitori di Bruce Wayne. 


6. IL VERO NOME DI MAGGIE GYLLENHAAL 



Il vero nome di Maggie Gyllenhaal non è Margaret, come molti credono, ma Margalit Ruth Gyllenhaal: Margalit è un nome ebraico che significa perla. 


 7. LE NOBILI ORIGINI DI MAGGIE GYLLENHAAL 



Maggie Gyllenhaal appartiene a una famiglia di artisti di New York: sua madre è la sceneggiatrice Naomi Foner, suo padre è il regista Stephen Gyllenhaal e suo fratello è l’attore Jake Gyllenhaal. I Gyllenhaal discendono da una nobile dinastia svedese. 


8. MAGGIE GYLLENHAAL E IL SESSO 



In molti dei suoi lavori, Secretary e Hysteria su tutti, Maggie Gyllenhaal si è trovata a interpretare personaggi che hanno molto a che fare con il sesso: The Honourable Woman non fa eccezione, come ha commentato l’attrice: “Le persone spesso mi chiedono se mi sento attratta da film in cui c’è molto sesso: tutti sono interessati al sesso. Mi piace esplorare tutti gli aspetti dell’essere umano”. 


9. IL GOLDEN GLOBE 



Per la sua interpretazione in The Honourable Woman, lo scorso 11 gennaio Maggie Gyllenhaal ha vinto il Golden Globe come migliore attrice in una mini-serie televisiva. In precedenza l’attrice era stata nominata due volte ai Golden Globes: nel 2003 per il film Secretary di Steven Shainberg e nel 2006 per SherryBaby di Laurie Collyer. Nel 2010 era stata inoltre nominata al premio Oscar come migliore attrice non protagonista nel 2010 per la sua interpretazione in Crazy Heart di Scott Cooper, insieme al suo compagno di set Jeff Bridges, che quell’anno ha vinto il premio come migliore attore protagonista. 


10. L’IMPEGNO POLITICO 



In The Honorable Woman Maggie Gyllenhaal interpreta un personaggio che si trova a dover fronteggiare in prima persona il conflitto israelo-palestinese: nella vita privata si è esposta politicamente in diverse occasioni, soprattutto contro la guerra in Iraq, che ha definito un conflitto cominciato “in nome del petrolio e dell’imperialismo” e ha partecipato alla campagna “Artists United to Win Without War”. Nel 2004, insieme al fratello, ha supportato John Kerry alle elezioni presidenziali mentre nel 2008 si è schierata in favore di Barack Obama. Tutta la famiglia Gyllenhaal sostiene inoltre la campagna American Civil Liberties Union (ACLU) e l’organizzazione no-profit Witness, che attraverso internet, denuncia le violazioni dei diritti umani.


giovedì 5 febbraio 2015

MARION BAILEY È SOPHIA BOOTH NEL FILM “TURNER”

Abbiamo incontrato l’attrice, alla sua quarta collaborazione con il regista Mike Leigh, che questa volta l’ha voluta nel ruolo della donna con cui il pittore William Turner ha passato gli ultimi anni della sua vita 

Mation Bailey


Attrice di teatro, allieva della prestigiosa Guildhall School of Music and Drama, volto noto per gli appassionati di serie tv (ha interpretato Jill in Him&Her ed è apparsa in Being Human), al cinema la figura di Marion Bailey è indissolubilmente legata a quella di Mike Leigh, regista che le ha affidato uno dei suoi primi ruoli in Meantime, nel 1984, e con cui ha lavorato in seguito anche in Tutto o niente (2002) e Il segreto di Vera Drake (2004). Interprete malleabile, in grado di cambiare postura, tono di voce e accento a seconda del personaggio, Bailey è una delle attrici di riferimento di Leigh, che l’ha voluta anche nella sua ultima pellicola, Turner, film sulla vita del grande pittore William Turner, virtuoso dei paesaggi, in particolare marini. In Turner, presentato al 67esimo Festival del Cinema di Cannes, dove il protagonista Timothy Spall è stato premiato per la migliore interpretazione maschile, Bailey interpreta Sophia Booth, vedova proprietaria di una locanda nel Kent, con cui il pittore ha passato gli ultimi anni della sua vita. L’attrice ha dato diverse sfumature al personaggio, donandole una risata caratteristica e lavorando moltissimo su accento e postura, compito non facile vista l’assenza di testimonianze audiovisive su cui basarsi.

Abbiamo incontrato Marion Bailey in occasione della presentazione del film a Roma, dove ci ha parlato di come ha lavorato per costruire il personaggio e di come affidarsi a Mike Leigh sia un processo misterioso e allo stesso tempo magico. 

Questa è la sua quarta collaborazione con Mike Leigh: com’è lavorare con lui? 
“Con Mike ho lavorato non solo al cinema, ma anche a teatro: con lui non sai mai come potrà andare a finire. Lavoriamo insieme per creare il personaggio e costruire la storia e pian piano il film prende forma: è la sua magia, non so spiegarlo bene, ma seguiamo un canovaccio e poi tutto diventa reale. Per il ruolo di Mrs. Booth ho fatto molte ricerche: ho letto diverse biografie e mi sono resa conto che ci sono voci contrastanti sul suo conto. Alcuni dicono che fosse una brava donna affezionata a Turner, altri che cercava soltanto il suo denaro”. 

Secondo lei come mai Turner è riuscito ad avere una relazione serena praticamente soltanto con Sophia Booth? Dal film si capisce che il suo rapporto con le donne era pessimo. 
“Credo che molto sia dipeso dal fatto che la madre di Turner era una donna violenta: se ne è separato presto e la cosa lo ha sicuramente scosso, poi la sorella, che adorava, è morta quando lui aveva appena otto anni. Penso che queste esperienze lo abbiano segnato e abbiano condizionato il suo rapporto con le donne. Inoltre, anche se nel film la storia è romanzata, credo che fosse affezionato alla sua domestica e prima di morire lasciò scritto che voleva che la sua casa andasse a lei, quindi non con tutte le donne della sua vita ha avuto problemi. Non sappiamo con certezza come fosse il suo rapporto con Sophia Booth: credo che si siano trovati bene insieme perché avevano la stessa provenienza, erano entrambi provenienti dalla working class e avevano genitori illetterati”. 

Nel film interpreta una delle persone più vicine a Turner: secondo lei com’era stargli vicino? Il film fa capire come non fosse una persona amabile. 
“Turner aveva molte facce: era scorbutico, non sopportava gli stupidi e si spazientiva presto ma era anche generoso e aveva una grande sensibilità. Non tutti sanno che Turner scriveva anche poesie: non mi stupisco del fatto che Mike Leigh sia rimasto affascinato da lui. Credo che anche Mrs. Booth abbia visto la sua sensibilità al di là delle apparenze e allo stesso tempo credo che abbia sofferto a stare accanto a un uomo affetto dall’egoismo degli artisti, sono così concentrati sul loro lavoro che è difficile star loro vicino”. 

Quanto è stato difficile interpretare un personaggio realmente esistito ma di cui non esistono testimonianze audiovisive? Come lo ha costruito? 
“Ho fatto molte ricerche alla British Library e siamo riusciti a trovare delle registrazioni audio di persone nate nel Kent negli anni ’50, quindi più o meno quando Sophia Booth è morta. Grazie a questi documenti ho potuto lavorare sull’accento: in quel periodo si parlava in maniera diversa da oggi in quelle zone. Inoltre ho letto molto, soprattutto Dickens, che ha viaggiato nel Kent, e ho preso il maggiore spunto proprio da un suo personaggio, Clara Peggotty (uno dei protagonisti di David Copperfield, ndr). Inoltre ho studiato la condizione femminile dell’epoca: paradossalmente nel periodo georgiano le donne erano molto più libere che in quello vittoriano. Booth era una donna indipendente”. 

Il film è nominato a diversi premi Oscar, tra cui migliore fotografia a Dick Pope e migliore colonna sonora a Gary Yershon: ci sarà anche lei la notte degli Academy Award? 
“No, non sarò agli Oscar. Sono felice però per Dick Pope: con Mike hanno lavorato al film per dieci anni! Il film è a basso budget ma grazie al suo lavoro sembra una produzione almeno dieci volte più costosa. La musica è straordinaria: Yershon ha deciso di non usare melodie dell’epoca, creando un contrasto geniale. Vorrei che anche Mike fosse stato nominato perché ha fatto un lavoro straordinario”. 

È stato difficile recitare con quei corsetti? 
“Certo, indossare un corsetto cambia il modo in cui ti muovi, ma gli esseri umani sono sempre umani: cambiano i vestiti e le abitudini, ma la loro natura è sempre la stessa. Credo sia questo il segreto per creare un personaggio d’epoca e renderlo reale: bisogna sempre vederlo come un essere umano”. 

Questo è un film con diversi personaggi, quanto è stato importante il ruolo del regista per unire il cast? 
“Fondamentale: Mike ha fatto comunicare tutti i dipartimenti, c’è stato dialogo tra i costumisti e i responsabili degli oggetti di scena, tra tutti gli attori e io stessa ho discusso con lui di tutto, come per esempio con quanta frequenza avrei dovuto lavarmi i capelli per rendere credibile il mio personaggio”.

Timothy Spall e Marion Bailey



sabato 17 gennaio 2015

“ITALO”: VIDEOINTERVISTA A MARCO BOCCI E AL CAST

Abbiamo incontrato la regista Alessia Scarso e gli attori Marco Bocci, Elena Radonicich e Barbara Tabita, protagonisti di Italo, da questa settimana al cinema. Il film è ispirato alla storia vera di un meticcio divenuto un cittadino ufficiale di Scicli, città in provincia di Ragusa 


Pelo color miele, sguardo intelligente e una spiccata propensione a socializzare: Italo Barocco non è una persona, ma per gli abitanti di Scicli, città in provincia di Ragusa, è diventato ben presto un cittadino ufficiale. Comparso dal nulla in paese intorno al 2009, il cane si è fatto subito notare, partecipando alle funzioni religiose in Chiesa, accompagnando a casa le ragazze la sera tardi, facendo da guida ai turisti e guardando i film al cinema come uno spettatore qualsiasi. Adottato dal comune e ribattezzato Italo Barocco, in onore del barocco siciliano, il cane ha ora attirato l’attenzione del cinema. 

A trasformare la storia di Italo in un film è la regista siciliana Alessia Scarso, qui al suo esordio, che ha portato sullo schermo i colori caldi della sua terra, aiutata da un cast composto soprattutto da bambini, dal cane-attore Tomak, addestrato da Massimo Parla, e dagli interpreti Marco Bocci, amato dal pubblico soprattutto grazie al ruolo di Domenico Calcaterra in Squadra Antimafia – Palermo oggi, al suo primo ruolo da protagonista in un film, Barbara Tabita e Elena Radonicich. Bocci è Antonio Blanco, sindaco di Scicli rimasto vedovo, che deve affrontare in campagna elettorale la candidata Luisa Nigro (Tabita), vistosa nei modi e negli abiti, dovendo contemporaneamente gestire la malinconia del figlio Meno e la sua attrazione per la nuova insegnante della scuola elementare, Elena (Radonicich). 

Abbiamo parlato del film con la regista Alessia Scarso e con i protagonisti Marco Bocci, Barbara Tabita e Elena Radonicich.





Pubblicato su Ciak Magazine.

mercoledì 14 gennaio 2015

“HUNGRY HEARTS”: VIDEOINTERVISTA A SAVERIO COSTANZO E ALBA ROHRWACHER

Abbiamo incontrato il regista Saverio Costanzo e Alba Rohrwacher, protagonista del film Hungry Hearts, tratto dal romanzo Il bambino indaco di Marco Franzoso, che esce al cinema dal 15 gennaio già forte di due premi importanti: alla scorsa Mostra di Venezia sia Alba che il co-protagonista maschile Adam Driver hanno vinto la Coppa Volpi come migliori interpreti


Mina (Alba Rohrwacher) e Jude (Adam Driver) si incontrano a New York: protagonisti di un amore tenero e totalizzante, i due si sposano e hanno presto un figlio. Quello che doveva essere un lieto evento si trasforma ben presto in un incubo: Mina, vegana ossessionata dalla purezza e scettica verso la medicina tradizionale, crede che il suo bambino sia speciale e non vada contaminato con l’orrore della carne. La donna alimenta il piccolo solo con cibi di derivazione non animale, causandogli un ritardo nella crescita. Sconvolto dal cambiamento della moglie, Jude si trova nella difficile situazione di dover scegliere tra suo figlio e la donna che ama. 

Amore eccessivo, solitudine, ossessione, inadeguatezza di fronte a un compito difficile e delicato quale è essere genitore: al suo quarto film Saverio Costanzo decide di mettere in scena una storia complessa pronta a far sorgere diversi interrogativi nello spettatore. Per raccontare l’evoluzione di un amore che diventa ossessione, il regista sperimenta con le immagini, usando grandangoli e obiettivi particolari, che deformano i suoi protagonisti col procedere del loro isolamento psicologico. Alba Rohrwacher si lascia plasmare e mutare dall’occhio di Costanzo, con cui è alla seconda collaborazione dopo La solitudine dei numeri primi

Abbiamo parlato del film proprio con Costanzo e Rohrwacher, arrivati alla Casa del Cinema di Roma per presentare il film, nelle sale dal prossimo 15 gennaio.





Pubblicato su Ciak Magazine.

martedì 23 dicembre 2014

“UN NATALE STUPEFACENTE”: VIDEOINTERVISTA A LILLO E GREG

Abbiamo incontrato i protagonisti di Un Natale Stupefacente, 31esimo film di Natale prodotto dalla Filmauro di Aurelio e Luigi De Laurentiis, Lillo e Greg e Ambra Angiolini, insieme al regista e sceneggiatore Volfango De Biasi. 

Fare un cinepanettone diverso è possibile? Il duo comico formato da Lillo e Greg e il regista e sceneggiatore Volfango De Biasi, che hanno già lavorato insieme agli ultimi due “cinepanettoni classici”, ovvero Colpi di Fulmine e Colpi di Fortuna, pensano di sì e questo Natale, che segna il 31esimo anniversario dei film delle feste prodotti dalla Filmauro di Aurelio e Luigi De Laurentiis, si sono imbarcati in una sfida: rinnovare un genere amato quanto criticato. Abbandonata la struttura a episodi e le gag più “corporali” dell’era Boldi e De Sica, il trio si è concentrato su una storia fluida, in cui i diversi protagonisti interagiscono costantemente l’un l’altro.





Pubblicato su Ciak Magazine.

martedì 9 dicembre 2014

Mommy – And after all you're my wonderwall

Al suo quinto film il regista 25enne Xavier Dolan firma la sua opera più matura e ambiziosa, in bilico tra emozioni sfrenate e ricercatezza formale, animale dal fascino multiforme e dalla carica seduttiva inarrestabile, vincitrice del Premio della giuria al Festival di Cannes 2014




Diane Després (Anne Dorval) è una mamma single sboccata e irascibile, rimasta sola a occuparsi del figlio quindicenne Steve (Antoine-Olivier Pilon), violento e irrefrenabile come lei ma a livelli patologici. Continuamente in conflitto con gli altri e le istituzioni, Steve non ha amici al di fuori di sua madre, cui è legato da un complicato rapporto di amore e odio, che sfocia spesso in liti furibonde ma che ogni tanto è illuminato da disperati gesti d'affetto. Tra loro si inserisce la timida e balbuziente nuova vicina, Kyla (Suzanne Clément), paziente e silenziosa, il completo opposto di Diane e Steve: grazie a questo terzo elemento, il mondo di madre e figlio sembra trovare un insperato equilibrio. 

A soli 25 anni, il regista canadese Xavier Dolan è una delle voci più energiche e particolari del cinema contemporaneo: autore autodidatta e talento poliedrico (è sceneggiatore, regista, montatore, compositore, costumista e spesso anche attore dei suoi film), Dolan ha una carica vitale quasi animalesca e sovversiva che traspare da ogni sua pellicola, a cominciare da J'ai tué ma mère, folgorante esordio firmato ad appena 20 anni. Come nel primo film, in Mommy, sua quinta pellicola vincitrice del Premio della giuria al Festival di Cannes 2014, Dolan si concentra sul rapporto tra una madre e un figlio, allo stesso tempo soffocati e protetti dal reciproco amore: schiacciati e dimenticati da una società che li tiene ai margini, Diane e Steve vivono in un mondo parallelo in cui nessuno prima di Kyla era riuscito a entrare. Per dare la giusta forma alla sua storia, Dolan sceglie di comprimere i personaggi in un formato insolito, un 1:1 che intrappola i suoi protagonisti come pesci in un acquario, rabbiosi per la mancanza di spazio e ossigeno e continuamente sul punto di esplodere. 

Come il suo protagonista, anche il regista è dotato di una carica vitale e una forza elettrica che si fonde con la sua opera: formatosi da solo, cresciuto in un ambiente culturalmente povero e ispirato dai film della sua infanzia, tra cui ricorda spesso Titanic, Batman – Il ritorno e Mamma ho perso l'aereo, Dolan è un talento puro, che si è accresciuto con la forza della sua voglia di fare e sperimentare, a volte incosciente e forse anche compiaciuta, ma di innegabile carica trascinante. Sincero e generoso dietro e davanti la macchina da presa, Dolan non ha paura di piegare il mezzo alle sue regole, creando un cinema totale cui imprime in ogni aspetto la sua personalità, con una decisione e una naturalezza che sorprendono. 

Bipolare e folle nei temi e nello stile, il regista canadese in Mommy riesce a tenere a bada il suo furore cinematografico senza snaturarlo, firmando una delle sue opere più mature e affascinanti, in grado di spiazzare lo spettatore grazie all'uso delle musiche (straordinario il momento in cui il protagonista ascolta "Wonderwall" degli Oasis e la scena finale sulle note di Lana Del Rey) e a dialoghi frenetici: il regista mette una mano davanti alla bocca del pubblico e allo stesso tempo lo bacia, proprio come il protagonista del suo film, in un gioco di forza tra il sentimento più sfrenato e la ricerca della forma perfetta. 

Primo film del regista distribuito in Italia grazie a Good Films, Mommy è una pellicola sorprendente da seguire e vivere fino all'ultimo tragicomico minuto, così come la carriera del suo giovane regista, che speriamo riesca a domare con sempre maggior maestria il suo talento senza snaturarlo.

Antoine-Olivier Pilon


La citazione: "La vita con Steve è come un salto nel vuoto: non sai mai se cadrai in piedi o sbatterai la faccia a terra"

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥♥1/2

Uscita italiana: 4 dicembre 2014


Titolo originale: Mommy
Regia: Xavier Dolan
Anno: 2014
Cast: Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon, Suzanne Clément
Colore: colre
Durata: 134 minuti
Genere: drammatico
Sceneggiatura: Xavier Dolan
Fotografia: André Turpin
Montaggio: Xavier Dolan
Musica: Eduardo Noya
Paese di produzione: Canada
Casa di produzione: Metafilms
Distribuzione italiana: Good Films





Pubblicato su XL.


Magic in the Moonlight – A kind of magic

Dopo Midnight in Paris, Woody Allen torna nella Francia degli anni '20, imbastendo un racconto formato dagli elementi migliori delle sue commedie più riuscite degli ultimi dieci anni, interrogandosi ancora una volta sull'amore e sulle illusioni, e infondendo alla pellicola una luce e dei colori mai visti prima nella sua opera 




Berlino, 1928, spettacolo di magia: il prestigiatore Wei Ling Soo riesce a far sparire un elefante sulle note di Stravinsky, lasciando il pubblico stupefatto. Nonostante la sincera meraviglia degli spettatori, nei suoi prodigi non c'è nulla di vero, il mago non è nemmeno un vero cinese: sotto i baffi finti di Wei si cela infatti l'inglesissimo Stanley (Colin Firth), misantropo in grado di creare illusioni meravigliose. Chiamato dal collega e amico Howard (Simon McBurney) a smascherare Sophie (Emma Stone), una sedicente medium che ha stregato il rampollo della ricca famiglia Catledge, il disincantato Stanley si reca nel sud della Francia, intento a provare a tutti, e soprattutto a se stesso, che non c'è altro a questo mondo se non la realtà materiale e i trucchi che da secoli l'uomo mette in pratica per convincersi che non sia così. Le certezze del mago vacillano però quando si trova di fronte il sorriso della giovane Sophie, sensitiva che sembra leggergli nella mente soprattutto grazie ai suoi occhi luminosi. 

Tornato in Francia a tre anni di distanza da Midnight in Paris, Woody Allen continua a farsi ispirare dall'Europa - anche se, come ha dimostrato la precedente pellicola Blue Jasmine, la musa che lo ispira meglio continua a essere New York - e dopo aver celebrato Londra, Barcellona, Parigi e Roma, si concede ora un lussuoso soggiorno sulle spiagge della Costa Azzurra, imbastendo un racconto che recupera gli elementi migliori delle sue commedie dell'ultimo decennio. In Magic in the Moonlight c'è infatti la Francia degli anni '20, con il jazz e gli abiti per ballare il charleston, come in Midnight in Paris, al centro di tutto c'è la magia come in Scoop e come in Basta che funzioni i protagonisti sono una classica “strana coppia”, formata da un misantropo disilluso e nichilista e una giovane ragazza che mette in discussione la sua intera esistenza. 

Protagonisti della pellicola sono il sempre sofisticato ed elegante Colin Firth, irresistibile e cinico al punto da essere insopportabile e allo stesso tempo esilarante, ed Emma Stone, sirena che offusca la razionalità del primo: tra corse in costiera e dissertazioni sull'amore, i due instaurano un balletto verbale a tempo di swing, che tocca ancora una volta il tema caro ad Allen della felicità vista come trucco con cui beffare la morte e il nulla, secondo cui qualsiasi attimo di piacere e gioia va afferrato con la consapevolezza che è sì un'illusione, ma che, se ci rende felici, “basta che funzioni”. 

Al di là della trama simile, e affrontata forse con maggiore brillantezza in passato, ad altre pellicole del regista newyorchese, resa comunque piacevole grazie ai due ottimi protagonisti, la vera bellezza e novità di Magic in the Moonlight sta nella luce e nei colori: quasi mai in un film di Allen c'era stata una ricchezza tale di sfumature e luminosità, abbagliante di giorno ed effettivamente magica al chiaro di luna. 

La felicità sarà anche un'illusione e il mondo un posto infelice e ingannevole, ma di fronte a tanta luminosa bellezza non si può restare indifferenti.

Colin Firth ed Emma Stone


La citazione: "Tu sei la prova che c'è di più: più mistero, più magia"

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥

Uscita italiana: 4 dicembre 2014


Titolo originale: Magic in the Moonlight
Regia: Woody Allen
Anno: 2014
Cast: Colin Firth, Emma Stone, Eileen Atkins, Simon McBurney, Jacki Weaver, Marcia Gay Harden, Hamish Linklater
Colore: colore
Durata: 97 minuti
Genere: commedia
Sceneggiatura: Woody Allen
Fotografia: Darius Khondji
Montaggio: Alisa Lepselter
Musica: autori vari
Paese di produzione: USA
Casa di produzione: Perdido Productions
Distribuzione italiana: Warner Bros.





Pubblicato su XL.


lunedì 24 novembre 2014

Hunger Games: Il canto della rivolta parte 1 – Fuori dall’arena la rivoluzione è mediatica

Arriva in sala il terzo capitolo di Hunger Games, tratto dall’omonima saga letteraria di Suzanne Collins, prima parte dell’ultimo tomo, diviso in due per il cinema, che fa da prologo al gran finale previsto per il prossimo anno 



Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) sta alle eroine delle saghe cinematografiche così come Mulan alle principesse Disney: la giovane abitante di Panem, letale con l’arco e divisa tra l’amore di Gale (Liam Hemsworth) e quello di Peeta (Josh Hutcherson), rappresenta un punto di svolta nei blockbuster destinati ai più giovani, proprio come la ragazza cinese che, osando sfidare perfino gli Unni e l’Imperatore, salva sia il suo popolo che l’uomo che ama, riscattando decine di principesse che prima di lei si erano limitate a sposarsi e a farsi soccorrere dal principe azzurro. Contrariamente a quanto accaduto a Mulan però, Katniss non è costretta a fingersi uomo, anzi, usa il suo aspetto femminile e alcuni degli artifici tipici del gentil sesso, come il trucco e i vestiti, quali mezzi da usare nella sua battaglia, dapprima personale e poi universale, al pari delle frecce, trasformandosi così in un personaggio a tutto tondo che non rientra né nello stereotipo della “donzella indifesa e innamorata”, né in quello del “maschiaccio”. Una figura praticamente inedita in questo genere di film, fatto che trasforma la protagonista di Hunger Games in una figura di rottura destinata a diventare un’icona. 

Grazie a questo aspetto, e a un’idea di base che unisce caratteristiche dell’antica Roma alle strategie di comunicazione tipiche del nostro tempo, la saga, tratta dai romanzi di Suzanne Collins, è sicuramente uno dei franchise per ragazzi più interessanti degli ultimi anni, anche grazie alla sua protagonista, Jennifer Lawrence, per una volta non emaciata e dai lineamenti delicati come altre eroine, ma con un physique du role adatto al ruolo che interpreta. 

Dopo due film incentrati sui giochi, in cui i tributi dei vari distretti devono uccidersi tra loro, il terzo capitolo di Hunger Games si affaccia fuori dall’arena e affronta una guerra più sottile e subdola: lo scontro tra i ribelli simboleggiati da Katniss e il presidente Snow (Donald Sutherland) è una lotta che va avanti a colpi di spot e proclami mediatici, in cui le crudeli azioni militari sono portate avanti in funzione di ottenere video con cui plasmare l’opinione delle masse, pronte a credere al testimonial più convincente piuttosto che ai fatti. 

In Il canto della rivolta – parte 1, l’ex ragazza di fuoco è chiamata a diventare il simbolo della ribellione contro Capitol City, centro di potere di Panem: a puntare tutto su Katniss è Plutarch Heavensbee (Philip Seymour Hoffman), braccio destro di Alma Coin (Julianne Moore), presidente del tredicesimo distretto e capo della rivolta contro Snow. Coin fa di Katniss il volto della lotta contro il potere, ingaggiando appositamente un team di registi e operatori incaricati di girare dei video da usare come scintille per innescare la reazione a catena che deve portare al rovescio del governo di Capitol City. Divenuta così “la ghiandaia imitatrice”, Katniss accetta di combattere ma allo stesso tempo ha un pensiero che la assilla: la salvezza di Peeta, prigioniero di Snow divenuto la sua arma di propaganda anti-ribelli. 

I temi affrontati in questo terzo capitolo fanno fare un balzo in avanti alla saga, riuscendo a trasformare Hunger Games in qualcosa di più di una semplice versione americana del fumetto giapponese Battle Royale, offrendo spunti interessanti come l’importanza sempre più cruciale del marketing e della comunicazione, della potenza enorme che può avere un simbolo, e costruendo anche un discorso sul cinema stesso, mezzo in grado di creare storie ed eroi grazie all’uso delle immagini (la stessa Katniss viene ripresa, a volte addirittura davanti a un green screen e altre sul campo, creando un curioso effetto meta-cinematografico). Il canto della rivolta parte 1 è dunque, fino a ora, il capitolo più maturo e dark della saga, ma, nonostante i diversi aspetti positivi, deve piegarsi a una forza più grande: gli interessi economici. Seguendo la scia di Warner Bros. e della Summit Entertainment, che hanno sdoppiato in due i finali di Harry Potter e Twilight, anche la Lions Gate ha deciso di dividere in due il terzo e ultimo capitolo di Hunger Games, andando incontro a un allungamento eccessivo e sproporzionato della storia: questa prima parte è un preludio dilatato che invoglia lo spettatore ma che non decolla mai, preparando il terreno alla conclusione in cui, si presume, esploderà davvero tutto il potenziale della saga.

In questo terzo capitolo tutto è sacrificato in favore dei tormenti interiori della protagonista, divisa non solo tra i suoi due amati, Peeta e Gale, ma anche nel suo ruolo, non abbracciando in pieno l’incarico di “simbolo” e anteponendo spesso i suoi sentimenti personali al bene della comunità. In questo modo diversi personaggi sono sacrificati, Peeta e Gale in primis, ma anche Finnick (Sam Claflin) e gli stessi Plutarch, Coin e Snow, relegati a poche scene. Tutto il peso della pellicola ricade dunque sulle spalle larghe della protagonista, che, chiamata ad affrontare diverse scene drammatiche, risulta meno convincente rispetto alla prova data nelle scene d’azione viste nei capitoli precedenti, peccando spesso di recitazione esagerata e sopra le righe. L’overacting della Lawrence è sottolineato maggiormente quando si trova a recitare di fronte ad artisti raffinati come Julianne Moore, perfetta anche di fronte a un microfono, Philip Seymour Hoffman, in una delle sue ultime prove, o anche Elizabeth Banks, che fornisce gli unici momenti di humor del film, e Woody Harrelson, che ha pochissime battute ma quando prende la parola ruba la scena a chiunque. 

Questo “promo”del finale sembra dunque un girare a vuoto, che cerca in continuazione di mettere in scena il dramma senza mai emozionare realmente e che diventa davvero interessante proprio negli ultimi minuti, lasciando con la sgradevole sensazione di aver assistito a un qualcosa di semplice “passaggio”. 

Aspettiamo dunque il prossimo anno in cui, ed è strano dirlo, speriamo di “bruciare” davvero insieme ai ribelli di Panem e alla loro ghiandaia imitatrice.

Jennifer Lawrence e Julianne Moore


La citazione: "Se noi bruciamo, voi bruciate con noi"

Hearting/Cuorometro: ♥♥1/2

Uscita italiana: 20 novembre 2014


Titolo originale: The Hunger Games: Mockingjay - Part 1
Regia: Francis Lawrence
Anno: 2014
Cast: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Julianne Moore, Philip Seymour Hoffman, Donald Sutherland, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Jeffrey Wright, Stanley Tucci, Sam Claflin, Natalie Dormer, Willow Shields
Colore: colore
Durata: 123 minuti
Genere: avventura
Sceneggiatura: Danny Strong, Peter Craig
Fotografia: Jo Willems
Montaggio: Alan Edward Bell, Mark Yoshikawa
Musica: James Newton Howard
Paese di produzione: USA
Casa di produzione: Lions Gate
Distribuzione italiana: Universal Pictures




Pubblicato XL.


domenica 16 novembre 2014

Frank

La pellicola di Lenny Abrahamson, liberamente ispirata alla vera storia di Chris Sievey, comico inglese creatore dell'alter ego Frank Sidebottom, è un viaggio fisico e spirituale attraverso i meandri insondabili della creazione artistica, che spesso si accompagna a esperienze traumatiche e follia, incarnate nel volto impassibile e grottesco di Frank, cantante e artista puro e fragile, che indossa una maschera per isolarsi dal mondo, coprendo così il volto bellissimo di Michael Fassbender, qui a una delle prove più coraggiose della sua carriera 




Contrariamente a quanto la società contemporanea voglia farci credere, essere un artista, un vero artista, e non un semplice personaggio costruito a tavolino, non è una cosa che si può decidere così su due piedi: lo scopre a sue spese Jon (Domnhall Gleeson), aspirante musicista che cerca con ostinazione una sua voce originale per scrivere canzoni, ma che non riesce a trovare nulla che lo ispiri. Diviso tra un grigio lavoro in ufficio e i suoi sogni di gloria repressi, Jon ha un colpo di fortuna inaspettato: è chiamato a sostituire il tastierista dei Soronprfbs, band sperimentale dal nome impronunciabile, guidati da Frank (Michael Fassbender), musicista che si lascia ispirare da qualsiasi cosa, perfino un filo tirato della moquette, che vive le sette note come un flusso continuo di coscienza, in cui può perdersi e ritrovarsi ogni volta, e che ha un rapporto conflittuale con il mondo esterno: rinchiuso per anni in un istituto psichiatrico, Frank indossa un'enorme testa di resina sul volto, che non toglie nemmeno per mangiare o lavarsi. 

Segregato per più di un anno in una baita insieme alla band, tra cui spicca la passionale e pericolosa Clara (Maggie Gyllenhaal), artista pura e dura incapace di scendere a compromessi quando si tratta di musica, Jon si lascia guidare dai suoi strampalati e geniali compagni di viaggio nel mondo dell'arte più intima e istintiva, quella che nasce a causa dell'esigenza quasi fisiologica di esprimersi e di dare forma a sentimenti ed emozioni che sembrano sorgere spontaneamente, senza il bisogno di avere necessariamente un pubblico, un mondo e un modo di sentire cui il ragazzo, privo di talento, non appartiene e che, una volta compresa l'amara verità, cerca di trasformare in successo personale, cavalcando l'onda della curiosità morbosa della società moderna per tutto ciò che è singolare e diverso. Durante il suo anno formativo, Jon riprende la band, e in particolare Frank, trasformandola in un fenomeno di internet postando foto e video del cantante durante i suoi eccessi creativi, guadagnandosi così la possibilità di suonare a un importante festival musicale. 

Commedia brillante che si trasforma pian piano in un dramma amaro, Frank, pellicola dell'irlandese Lenny Abrahamson, liberamente ispirata alla vita del comico Chris Sievey, creatore del suo alter ego musicale Frank Sidebottom, che indossava davvero una testa di cartapesta come quella del film, è una riflessione originale sull'arte e sulla sua origine: sempre più difficile da trovare oggi, in un mondo in cui le immagini e i tweet si sono sostituiti alle parole e alle note, l'arte è vista nel film come un dono, e allo stesso tempo un peso, che viene da un'altra dimensione, diversa da quella dell'immagine e del desiderio di successo. Frank e la sua band sono persone che hanno subito esperienze traumatiche, psicologicamente fragili e disconnesse dal senso comune, a cui occhi sembrano quasi dei bambini intenti a giocare con cose più grandi di loro. Paradossalmente, negli occhi fissi di Frank, c'è però molta più umanità che non in quelli di Jon, spugna che assorbe quanto più possibile dalla sua talentuosa guida e che non restituisce nulla se non un'immagine che non rispecchia la vera sensibilità del musicista, di cui il pubblico ama la stranezza senza aver mai sentito nemmeno una sua nota. 

Il difficile compito di parlare del talento come di una malattia, che consuma ed eleva allo stesso tempo il suo portatore, è affidato sulle spalle di Michael Fassbender, interprete ormai lanciatissimo nello star system hollywoodiano, che qui sceglie di rinunciare al suo volto da copertina per mettersi alla prova in un ruolo difficilissimo, in cui la fisicità e la capacità di emozionare con la voce sono le uniche armi a disposizione. Grazie a un'interpretazione incredibile, in cui ogni gesto ha un significato ben preciso e la presenza fisica diventa vera e propria mimica espressiva, l'attore irlandese fornisce una prova brillante, riuscendo a infondere un'umanità struggente a una maschera immobile. A fare da contraltare a Fassbender è Domnhall Gleeson, figlio d'arte di Brendan, per una volta all'altezza del genitore, che, dopo le prove convincenti in Il Grinta e soprattutto in Questione di tempo, si conferma un talento poliedrico, in grado di giocare brillantemente con toni comici e drammatici e che per questo rende più amara la parabola del suo personaggio, che, più o meno volontariamente, cerca di mercificare e normalizzare qualcosa di unico e bello, che nasce da esperienze, incomprensibili per chi non le prova, come la malattia mentale e la sofferenza interiore. 

Se dovessimo fornire una recensione del film utilizzando soltanto la descrizione della nostra espressione facciale, proprio come fa Frank nella pellicola, potremmo dire che è un sorriso a labbra chiuse seguito da una lacrima liberatoria.

Michael Fassbender


La citazione: "Sarebbe d'aiuto se comunicassi le mie espressioni facciali? Sorriso cordiale "

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥1/2

Uscita italiana: 13 novembre 2014


Titolo originale: Frank
Regia: Lenny Abrahamson
Anno: 2014
Cast: Michael Fassbender, Domnhall Gleeson, Maggie Gyllenhaal, Scoot McNairy
Colore: colore
Durata: 95 minuti
Genere: commedia drammatica
Sceneggiatura: Jon Ronson, Peter Straughan
Fotografia: James Mather
Montaggio: Nathan Nugent
Musica: Stephen Rennicks
Paese di produzione: Regno Unito, Irlanda
Casa di produzione: Film4
Distribuzione italiana: I Wonder Pictures




Pubblicato su XL.

venerdì 7 novembre 2014

Interstellar: "There's a starman waiting in the sky"

Christopher Nolan costruisce il più classico dei viaggi spazio-temporali per tuffarsi con coraggio nel buco nero dell'ignoto e trasformare la magia del cinema nella quinta dimensione


Fin dal primo respiro, conosciamo ed esploriamo il mondo utilizzando i nostri sensi: vista, udito, tatto, gusto, olfatto, grazie ai neuroni sensoriali creiamo una mappa della vita, la trasformiamo in esperienza, ricordi, emozioni. E se è vero che anche piante e animali possiedono un sistema nervoso, quello dell'uomo si è sviluppato a tal punto da portarlo a interrogarsi sul perché della sua esistenza, a desiderare di trascendere la sua natura mortale e limitata, a chiedersi cosa ci sia nello spazio profondo oltre a noi, minuscoli granelli di sabbia in confronto alla vastità dell'universo.

La natura contraddittoria dell'uomo, uno spirito che tende all'infinito racchiuso dentro un corpo mortale, è forse il tratto più affascinante del genere umano, che ha tormentato e ispirato nel corso dei secoli poeti, scienziati e filosofi. Questa natura è il centro d'interesse dell'opera di Christopher Nolan, regista che fin dai suoi primi lavori ha cercato di esplorare i sensi umani e le implicazioni morali che portano con sé: dopo aver scomposto la memoria in particelle elementari in Memento, aver dimostrato l'estrema facilità con cui può essere ingannato lo sguardo in The Prestige ed essersi tuffato negli abissi più profondi del subconscio in Inception, il naturale step evolutivo della cinematografia del regista inglese non poteva che essere l'affrontare il mistero sublime dell'ignoto.

Pescando a piene mani dai film di fantascienza che più hanno contribuito all'evoluzione del genere, Nolan ha costruito il suo personale ritratto della natura umana: nella sua ultima pellicola il regista ha l'ambizione di spingersi dove nessun altro ha mai osato prima, ovvero direttamente all'interno del buco nero dell'ignoto, cercando di fornire una risposta.

In Interstellar siamo di fronte a uno scenario apocalittico: la Terra è ormai spacciata, le sue risorse sono quasi esaurite e l'uomo è tornato a uno stadio primitivo in cui agli scienziati si preferiscono gli agricoltori. Cooper (Matthew McConaughey), un ingegnere e astronauta che ha sognato da sempre lo spazio senza mai poterci andare, non è pronto ad accettare con rassegnazione la fine del genere umano e il suo imbarbarimento: grazie alla figlia, Murph, chiamata così in onore della Legge di Murphy, segue il suo sogno e parte alla ricerca di un nuovo pianeta in cui l'umanità possa vivere. Durante il viaggio però, Cooper deve fare i conti con diversi fantasmi, a cominciare dal tempo, che nello spazio scorre a velocità differente che sulla Terra, e soprattutto con i sentimenti, che possono portare a grandi gesti di altruismo o a egoistica violenza.

Il riferimento principe del nuovo film di Nolan, grande estimatore di Stanley Kurbrick, è palese: il regista inglese ha concepito e realizzato il suo 2001: Odissea nello spazio, inserendo, come nella pellicola del 1968, buchi neri e salti temporali, interrogativi filosofici e immagini mozzafiato, creando persino dei robot che nel design ricordano il monolite nero del film di Kubrick. 2001 però non è l'unica fonte di ispirazione: come in L'uomo dei sogni, film del 1989 di Phil Alden Robinson, c'è il rapporto tra un padre e una figlia, piantagioni di granturco e campi da baseball, e come in Solaris, pellicola del 1972 di Andrej Tarkovskij, c'è lo studio di nuovi pianeti e lo straziante rapporto tra chi viaggia tra le stelle e chi invece rimane sulla Terra. Come un Don Chiscotte spericolato, Nolan decide però di fare il passo successivo: contrariamente a quanto fatto da Kubrick, il cui film è un'esperienza visiva che penetra direttamente nel subconscio per stimolarlo e interrogarlo e su cui ognuno può speculare a suo piacimento, Nolan decide di spingersi oltre cercando di fornire le risposte a quegli interrogativi. La grandezza di Interstellar, così come la sua debolezza, sono qui: da una parte il coraggio del regista è ammirevole, dall'altra, a meno che lo spettatore non decida di farsi coinvolgere dalla sua visione, che è umana e quindi per sua natura non misurabile scientificamente ma soggettiva, l'ambizione del regista potrebbe essere confusa facilmente con presunzione o hybris.

A prescindere dal fatto che la risposta piaccia o meno, il modo di arrivare a quella risposta è fondamentale: che lo si ami o lo si odi, Christopher Nolan è forse l'unico regista in grado di realizzare grandi film dal budget milionario che allo stesso tempo sono opere autoriali, in cui la forma e il contenuto cercano di coesistere e di darsi forza a vicenda. Il viaggio fisico e interiore di Cooper è terribile e affascinante, reso tangibile da immagini spettacolari che si accompagnano a fiumi di parole, che cercano di spingere lo spettatore sempre un gradino più in là. Questa natura duplice del film di Nolan, da un lato forte di immagini di grande impatto e parole inarrestabili, è ancora una volta forza e debolezza: se da una parte gli intricati sviluppi della trama sono affascinanti, dall'altra appesantiscono a volte il racconto, laddove le immagini erano già sufficienti a raccontare.

Questi aspetti apparentemente contraddittori dell'opera di Nolan sono però l'elemento chiave: il regista sa che, dato che ognuno di noi è dotato di un sistema nervoso simile a quello dei suoi simili ma unico e differente, non è possibile avere un'identica visione del mondo, soprattutto emotiva, quindi dapprima cerca di portare lo spettatore sull'orlo dell'abisso grazie a trame calcolate al millimetro e dati scientifici, e poi, una volta dentro l'ignoto, ne emerge con la sua visione personale. E cosa è l'arte se non la visione del mondo attraverso uno sguardo unico e personale? È proprio l'arte che permette di dare un senso al tempo e allo spazio, laddove fisica e numeri non possono, almeno per ora, arrivare: se comprendessimo davvero cos'è la quinta dimensione probabilmente saremmo esseri diversi, con emozioni e ambizioni diverse. La quinta dimensione, per chi non si accontenta semplicemente di sopravvivere ma vuole guardare in alto, non può che essere l'amore: nel caso dei personaggi del film l'amore tra un padre e una figlia, o un uomo e una donna, nel caso del regista amore per la cultura e il cinema, dimensione che fisicamente esiste solo nella pellicola, ma che in astratto plasma spazio e tempo, gioca con vista e udito, racchiude una vita in tre ore e suscita emozioni vere.


Il fascino di Interstellar è dunque nei versi di Dylan Thomas citati più volte: bisogna arrabbiarsi per il morire della luce, combattere l'oscurità della mente e dello spirito. All'uomo è stata data la scintilla della curiosità e dell'intelletto: usarla per attraversare l'infinitamente grande per poi tornare all'infinitamente piccolo è ciò che lo rende umano e splendidamente banale. L'artista che cerca di compiere questo atto, allo stesso tempo folle e coraggioso, assumendosi anche il rischio di fallire, è come l'uomo delle stelle cantato da David Bowie in Starman: "There's a starman waiting in the sky. He'd like to come and meet us. But he thinks he'd blow our minds".

Matthew McConaughey


La citazione: "Non andartene docile in quella buona notte, I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno; Infuria, infuria, contro il morire della luce".

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥♥

Uscita italiana: 6 novembre 2014


Titolo originale: Interstellar
Regia: Christopher Nolan
Anno: 2014
Cast: Matthew McConaughey, Jessica Chastain, Anne Hathaway, Michael Caine, David Gyasi, Wes Bentley, Matt Damon, John Litghow, Casey Affleck, Topher Grace, Mackenzie Foy
Colore: colore
Durata: 169 minuti
Genere: fantascienza
Sceneggiatura: Christopher e Jonathan Nolan
Fotografia: Hoyte Van Hoytema
Montaggio: Lee Smith
Musica: Hans Zimmer
Paese di produzione: USA, Regno Unito
Casa di produzione: Warner Bros., Syncopy Films, Paramount Pictures, Legendary Pictures
Distribuzione italiana: Warner Bros. 




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