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venerdì 7 giugno 2013

Citazione Cinematografica n. 264

"Ti piace il mio rossetto? Perché quando me lo mettono nel culo ci tengo a essere carino".

da: Blow


Johnny Depp



Titolo italiano: Blow
Titolo originale: Blow
Regia: Ted Demme
Anno: 2001
Cast: Johnny Depp, Penelope Cruz, Franka Potente, Ray Liotta, Rachel Griffiths, Paul Reubens
Durata: 124 minuti
Colore: colore 
Genere: biografico, drammatico 
Sceneggiatura: David McKenna e Nick Cassavetes
Fotografia: Ellen Kuras
Musiche: Graeme Revell
Montaggio: Kevin Tent
Paese di produzione: USA
Casa di produzione: Georgia Kacandes, Michael De Luca
Distribuzione italiana: Mondo Home Entertainment

giovedì 6 giugno 2013

Holy Motors


"È buffo come i colori del vero mondo divengano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo", diceva Alex (Malcom McDowell) in Arancia Meccanica

Questa frase, motto di qualsiasi amante della settima arte, riassume perfettamente il film di Leos Carax, opera multiforme e folle presentata lo scorso anno al festival di Cannes e arrivata nelle sale italiane soltanto ora. Destino ironico viste le premesse della pellicola: un uomo, Carax in persona, si sveglia nel cuore della notte (non a caso sono 13 anni che non girava un lungometraggio) e, dopo aver indugiato per un po' tra pareti oppressive, si ritrova in una sala cinematografia. Nel cinema però l'unico elemento vitale è il film sullo schermo: tutti gli spettatori sono infatti addormentati. Prima di lanciarlo nel suo mondo delle meraviglie, Carax accusa direttamente e apertamente il pubblico, sottolineando come negli ultimi anni sia sempre più distratto, passivo, non pronto a cogliere la bellezza dell'arte e quindi della vita. Fatto questo, il regista affida il racconto a Oscar, uomo misterioso che passa le sue giornate ad interpretare vari personaggi: una mendicante, poi un operaio, quindi un vecchio morente e perfino monsieur Merde, personaggio presente nel segmento diretto da Carax del film collettivo Tokyo. Ad interpretare i(l) protagonista(i) è Denis Lavant, attore feticcio del regista, uno dei pochi interpreti viventi a recitare con ogni centimetro del corpo e in grado di trasformare il gesto in narrazione. 

Prima di calarsi in ogni personaggio, Oscar si cambia e si trucca in una limousine-camerino guidata dalla fedele Celine (Edith Scob), autista che lo porta in ogni angolo di Parigi e che lo assiste nelle sue performance. In ogni personaggio Oscar sembra mettere una parte di sé e nessuna, in una frammentazione quasi pirandelliana dell'io e della realtà che, grazie all'uso sapiente della musica e della macchina da presa, trasforma la pellicola in un'opera totale, che fa convergere musica, teatro, cinema e letteratura. I vari sipari vissuti/interpretati da Oscar diventano quindi un flusso di coscienza senza soluzione di continuità, un viaggio affascinante e folle all'interno della storia del cinema: dai primi fotogrammi di atleti che corrono, fino agli attori che compiono acrobazie incredibili per poter animare personaggi virtuali, Carax celebra tutti i generi cinematografici, dal dramma al thriller passando per il musical (grazie a un'ottima performance di Kylie Minogue). Con un'idea tanto semplice quanto geniale, Carax realizza un film-manifesto che è allo stesso tempo una dichiarazione d'amore per il cinema, celebrato in ogni sua forma, e una forte affermazione di distacco dall'idea di industria e spettacolo che si è imposta in questi ultimi anni. 

La limousine, strumento composto da viti e bulloni, freddo metallo che però è in grado di veicolare storie e personaggi, diventa quindi simbolo del cinema, arte in grado di inglobare tutte le altre e di esaltare la realtà, raccontandola non come è ma come l'artista la percepisce e per questo rendendola ancora più vera e umana. Le maschere che indossa il protagonista diventano simbolo dell'umanità, delle potenzialità del cinema e sono allo stesso tempo fine a se stesse. La grigia realtà, arida e poco interessante, viene definita per contrasto: quando i motori sono spenti e Oscar ripone i suoi trucchi, Celine, unica costante del film, indossa a sua volta una maschera, neutra e senza lineamenti. 

Un film immenso, geniale, ambizioso, straripante: un'opera complessa e spiazzante che parla direttamente agli spettatori e li costringe a reagire, qualsiasi sia la loro reazione. Una pellicola che grida da ogni poro: svegliatevi, guardate, ammirate la bellezza! 
Perché solo attraverso di essa possiamo cogliere il senso della vita e sconfiggere, anche se per finta, la morte. 

Leos Carax


La citazione: 
"- Che cosa la fa continuare signor Oscar?
- La bellezza del gesto".

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥♥♥

Uscita italiana: 6 giugno 2013


Titolo italiano: Holy Motors
Titolo originale: Holy Motors
Regia: Leos Carax
Anno: 2012
Cast: Denis Lavant, Edith Scob, Eva Mendes, Kyle Minogue, Michel Piccoli, Leos Carax
Durata: 115 minuti
Colore: colore
Genere: drammatico
Sceneggiatura: Leos Carax
Fotografia: Caroline Champetier
Musiche: Kylie Minogue, Leos Carax, Neil Hannon
Montaggio: Nelly Quettier
Paese di produzione: Francia, Germania 
Casa di produzione: CNC, Les Films du Losange
Distribuzione italiana: Movies Inspired

sabato 18 maggio 2013

Il Grande Gatsby


Per capire a fondo il nuovo adattamento del capolavoro letterario di Francis Scott Fitzgerald bisogna fare un grande salto indietro nella biografia del regista Baz Luhrmann. Il piccolo Baz, in origine Mark Anthony, nato in una minuscola città dell'Australia, Herons Creek, famosa oggi per avergli dato i natali (e che potremmo quindi ribattezzare Baz Creek), ha passato la sua infanzia nel cinema del paese, gestito dal padre, che aveva anche un allevamento di maiali e una pompa di benzina. Non c'è dunque da stupirsi del fatto che le immagini patinate dei film, prevalentemente americani, si siano radicate profondamente nella mente del giovane Luhrmann, facendogli sognare grandi amori, storie epiche, set scintillanti e stelle del cinema. Cresciuto a pane e Hollywood, Mark è diventato Baz, è stato anche attore, poi regista teatrale e infine si è dedicato al cinema.

I suoi primi tre film, la "Red Curtain Trilogy", ovvero "la trilogia della tenda rossa", sono un inno d'amore alle arti teatrali, che celebrano ogni aspetto del palco: la danza in Strictly Ballroom, il testo drammatico in Romeo + Giulietta e il canto in Moulin Rouge!. Con questo tris di film Luhrmann si è da subito mostrato come un artista a tutto tondo, abile nella messa in scena di grandi spettacoli, a suo agio nella gestione degli attori e a girare in interni, e ha donato al pubblico il suo genuino amore per la rappresentazione, per la bellezza, per la ricerca della perfezione della coreografia di suoni, colori e luci.

Con il film successivo, Australia, Luhrmann ha forse peccato di ambizione, cercando di realizzare il suo Via col vento, ma, anche se bocciato dai più, il film è un grido d'amore per la terra natia del regista, per i suoi paesaggi da sogno e come sempre per il grande cinema hollywoodiano.

Regista poco prolifico dal punto di vista del numero delle pellicole, siamo a 5 film in 20 anni di carriera, Luhrmann ha dovuto rinunciare al progetto di Alessandro Magno (ancora grazie mille dannato Oliver Stone!), ma possiamo dire che parte di quell'idea è ricaduta all'interno del suo ultimo film, Il Grande Gatsby, appunto. La chiave di lettura è tutta nel titolo: il GRANDE Gatsby. In Luhrmann ogni cosa, ogni dettaglio, ogni vestito, ogni oggetto, ogni inquadratura aspira alla grandezza. Grandezza spesso esagerata, caotica e a volte kitsch, ma una grandezza sincera, sempre alla ricerca della bellezza. Non a caso il motto degli artisti in Moulin Rouge!, ad oggi il suo capolavoro, è "Bellezza, Verità, Libertà e soprattutto Amore". 

In pochi registi come in Luhrmann la forma diventa narrazione e sostanza: le storie sono semplici, quasi secondarie, è il modo in cui vengono raccontate che stupisce ed emoziona lo spettatore. Ed è per questo che per Il Grande Gatsby sembra evidente che il regista non si sia immedesimato nel protagonista, ovvero lo scrittore Nick (Tobey Maguire), come invece fa Fitzgerald, quanto piuttosto in Gatsby, vero deus ex machina del racconto. Le parole di Fitzgerald, rappresentate letteralmente sullo schermo, sono infatti la cornice: ad interessare il regista è la figura misteriosa, opulenta e quasi metafisica di Gatsby. Un uomo che vive tante vite quante se ne raccontano, che costruisce un mondo incantato da cui tutti sono attratti ma che nessuno conosce davvero, che semina intorno a sé bellezza e grandezza. Impossibile per Baz non identificarsi in questo personaggio. Ecco perché il regista lascia sullo sfondo la critica sociale e la demolizione del sogno americano e si concentra appena sulla storia d'amore: il Gatsby-regista-mago è il centro della sua attenzione, diventando il simbolo del suo amore per il cinema e la rappresentazione.
Ecco spiegato quindi il motivo del taglio di alcuni passaggi chiave del libro (su tutti la comparsa del padre al funerale) che avrebbero umanizzato troppo il personaggio, rendendolo un semplice uomo: Gatsby dev'essere grande, e la sua grandezza sta nella sua visione, nel suo sognare, nell'aspirare a qualcosa di perfetto e irraggiungibile.

Per realizzare la sua visione Luhrmann non poteva non scegliere Leonardo DiCaprio, praticamente lanciato quasi 20 anni fa dal suo Romeo + Juliet: oltre ad essere uno dei più grandi attori contemporanei, DiCaprio, con il suo viso perennemente giovane, è l'essenza di Gatsby: un viso e un sorriso che promettono eterna giovinezza e bellezza. Perfetti anche gli altri attori, che sembrano letteralmente provenire dagli anni '20, su tutti la scoperta Elizabeth Debicki nei panni di Jordan Baker.

E allora sì con le feste, con gli abiti scintillanti, con gli strabilianti gioielli disegnati da Catherine Martin insieme a Tiffany, alla musica rap che sostituisce quella jazz, attualizzando Gatsby ai nostri giorni, avvicinando quell'epoca di decadenza alla nostra, dimostrando che la ricerca della ricchezza, del piacere e della bellezza sono sempre attuali e universali. Luhrmann sa che questo è un sogno, che non ha contatti con la realtà, non a caso vediamo continuamente torte meravigliose non mangiate, champagne che viene stappato a fiumi ma che viene spesso versato a vuoto, vestiti costosi gettati a terra, amori e giovinezza che sfioriscono presto. Solo sul grande schermo, all'interno di una sala cinematografica, tutto questo è davvero possibile: il regista lo sa bene e semina il suo film di citazioni a film epici come Titanic (la scena del brindisi di DiCaprio-Gatsby è quasi la stessa di Jack Dawson, solo con qualche anno di vita vissuta e di esperienza in più sul volto dell'attore), il finale in piscina grida Viale Del Tramonto da tutti i pori e la mano di Gatsby che tenta di afferrare la luce verde sembra quella di Charles Foster Kane alla ricerca del suo "rosebud". 

Ancora una volta Luhrmann segue quindi la frase chiave del suo primo film, divenuto poi il motto della sua casa di produzione, "una vita vissuta nella paura è una vita vissuta a metà", e realizza contro tutto e tutti il suo ennesimo "spettacolo spettacolare". 
Because he can can-can.

Leonardo DiCaprio


La citazione: "Vorrei aver fatto con te tutte le cose che ho fatto"

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥♥


Titolo originale: The Great Gatsby 
Regia: Baz Luhrmann 
Anno: 2013 
Cast: Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Elizabeth Debicki, Jason Clarke, Isla Fisher 
Durata: 143 minuti 
Colore: colore 
Genere: Dramma 
Sceneggiatura: Baz Luhrmann, Craig Pearce 
Fotografia: Simon Duggan 
Musiche: Craig Armstrong 
Costumi: Catherine Martin 
Paese di produzione: USA, Australia 
Casa di produzione: Bazmark Productions, Village Roadshow Pictures 
Distribuzione italiana: Warner Bros.

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