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lunedì 10 agosto 2009

G.I. Joe - La nascita dei Cobra


Dopo l'enorme successo di Transformers era impossibile per Hollywood non seguire il filone d'oro di famosi giocattoli resi vivi sul grande schermo. Così dopo le Tartarughe Ninja, i Power Rangers e i già citati Transformers, arrivano al cinema anche i militari della serie G.I. Joe.

Nati negli anni '60 come risposta maschia alla platinata Barbie, i G.I. Joe hanno ben presto ottenuto un grande successo tanto da meritarsi una seconda vita tramite serie di fumetti e cartoni.

Nel 2009 arriva anche la consacrazione della celluloide: ripescati i personaggi più riusciti, modernizzati gli accessori e scritta una storia ambientata in un futuro non troppo lontano, la squadra degli G.I. Joe è la risposta in carne e ossa ai Transformers.

I Joes

Duke (Channing Tatum), incaricato di proteggere una devastante arma di nuova generazione, si trova invischiato insieme all'amico Ripcord (Marlon Wayans) nella lotta tra i soldati scelti G.I. Joe e i terroristi internazionali capitanati dalla bella e quanto mai letale Baronessa (Sienna Miller).

Duke mette le sue grandi potenzialità al servizio della squadra e nel farlo deve fare i conti con i fantasmi del passato.

La trama è piuttosto esile è vero, ma il ritmo della pellicola e la sua spettacolarità sono molto allettanti: questo al cinema è decisamente l'anno della fantascienza e dopo i bellissimi Watchmen, Star Trek e Terminator Salvation, G.I. Joe compie egregiamente il suo sporco lavoro, regalando due ore di adrenalina pura. Alcune sequenze lasciano senza fiato, su tutte quella ambientata a Parigi.

Vera risorsa della pellicola sono inoltre i personaggi: contrariamente a quanto si potesse pensare, gli sceneggiatori si sono dati da fare per caratterizzare e rendere accattivanti dei semplici pupazzi di plastica. Ogni personaggio viene approfondito con diversi flashback e reso riconoscibile da tic, accessori o battute. I protagonisti sono tutti più o meno connessi tra loro e ognuno ha un conto in sospeso da risolvere.


Sienna Miller

Su tutti spicca il personaggio della Baronessa interpretato dalla splendida Sienna Miller: oltre che per le curve pericolose incorniciate da una peccaminosa e aderentissima tutina di pelle, la Baronessa si fa notare per la sua anima selvaggia contrapposta a una grazia quasi fragile ed eterea, ma allo stesso tempo crudele e violenta. Era da tanto che non si vedeva una super-cattiva al cinema.

Ottimo tutto il cast: oltre ai volti giovani di Sienna Miller, Channing Tatum, Rachel Nichols e Byung-hun Lee, troviamo star affermate come Dennis Quaid e Marlon Wayans, che offre i momenti più divertenti del film. I fan di Lost riconosceranno inoltre il mitico Mr. Eko, ovvero Adewale Akinnuoye-Agbaje, e Saïd Taghmaoui, visto nella quinta stagione della serie.

Channing Tatum

A dirigere c'è Stephen Sommers che, dopo la serie della Mummia – il cui protagonista Brendan Fraser compare in un piccolo cameo – e il blockbuster vampiresco Van Helsing, si cimenta di nuovo con l'azione e questa volta migliora sicuramente in ritmo e vivacità, realizzando un film di pura azione ad alto tasso di spettacolarità e divertimento.

Consigliato agli amanti del genere e non, perché è bello andare al cinema anche per mangiare pop-corn e divertirsi senza pensieri con pellicole d'intrattenimento ben realizzate come questa.


La citazione: "The Baroness: It has only just begun..."

Voto: ♥♥1/2

Uscita italiana: 11 settembre 2009

Pubblicato su Cineforme.it


martedì 14 luglio 2009

Harry Potter e il Principe Mezzosangue


Adattare per il grande schermo il sesto libro della saga di Harry Potter non era facile.

Passati gli anni dell'innocenza in cui la magia sembrava divertente, archiviati la prima cotta e il ballo della scuola, nel sesto libro Harry abbandona definitivamente la spensieratezza dell'infanzia e diventa adulto. Harry Potter e il Principe Mezzosangue con i suoi dilemmi interiori, i tradimenti e gli addii è il capitolo più cupo della saga di J.K. Rowling e insieme quello che dà una svolta all'intera storia.

Daniel Radcliffe e Michael Gambon


Tanta quindi la carne al fuoco che se da una parte è una materia difficile da gestire, dall'altra offre un enorme potenziale per la trasposizione cinematografica.

Purtroppo, dopo aver rovinato Harry Potter e l'Ordine della Fenice, il regista David Yates è riuscito a trasformare il sesto libro in una puntata, tediosa, di Dawson's Creek, facendo della noia la protagonista assoluta della pellicola.

Appena accennato il grande dilemma di Draco (Tom Felton), questa volta protagonista centrale della storia, ragazzo che deve sopportare il peso dell'orribile compito affidatogli dal Signore Oscuro, poco chiaro il fondamentale rapporto tra Harry (Daniel Radcliffe) e Silente (un grande Michael Gambon) e soprattutto per nulla affrontata l'ambiguità del professor Piton (Alan Rickman), vero elemento di suspense del libro, che anche nel settimo capitolo è un elemento cruciale della trama.

Tom Felton


Il regista e lo sceneggiatore hanno preferito, non si sa per quale oscuro motivo, di incentrare la pellicola non sulle trame principali della saga come la lotta continua tra Harry e Lord Voldemort, ma sulle vicende amorose dei giovani protagonisti. Ecco quindi che più di un'ora del film se ne va in battute da scolaretti, pianti di gelosia e ripicche tra innamorati degne della peggior puntata di un qualsiasi telefilm adolescenziale anni '90.

Qualche elemento azzeccato non manca - come i ricordi che vedono protagonista il giovane Tom Riddle - soprattutto grazie al fenomenale cast che Yates ha a disposizione: su tutti Michael Gambon, un Albus Silente perfetto che incute rispetto e soggezione, eroico e serafico allo stesso tempo, e il nuovo acquisto Jim Broadbent nei panni del professor Lumacorno, che dà una lezione a tutti offrendo una grande performance, dimostrando ancora una volta di poter interpretare qualsiasi ruolo. Purtroppo poco sfruttata invece la grande Helena Bonham Carter nel ruolo della perfida Bellatrix.

Alan Rickman


Dopo quasi due ore di azione diluita da problemi di cuore il finale delude definitivamente: in poco più di mezz'ora la storia cerca troppo in fretta la conclusione, risolvendosi in un finale stiracchiato, per nulla adrenalinico e solenne come nel libro, lasciando lo spettatore con un senso di incompiutezza.

Alla luce di queste pessime prove, non risulta chiaro perché sia stato affidato a Yates anche l'ultimo capitolo, da cui saranno tratte ben due pellicole: speriamo che con il finale il regista - e soprattutto gli sceneggiatori - riesca a fare di meglio perché altrimenti rovinerà una delle saghe più amate e seguite di sempre.

Jim Broadbent

La citazione: "Anche questa volta dovrò chiederti troppo Harry"

Voto: ♥♥ 1/2

Uscita italiana: 15 luglio 2009

Pubblicato su Cineforme.

sabato 21 marzo 2009

La verità è che non gli piaci abbastanza



Siete appena uscite con un ragazzo carino.
La serata è stata piacevole, vi siete scambiati occhiate d’intesa, avete riso e scherzato.
E’ fatta!
Allora perché è una settimana che non vi richiama?
Si sarà ammalato?
E’ stato sommerso dal lavoro?
E’ stato rapito da narcotrafficanti colombiani che lo hanno nascosto nella giungla?
Basta raccontarvi storie: la verità è che non gli piacete abbastanza!

Da questa semplice ma solida verità trae spunto il film di Ken Kwapis.
La frase, ormai celebre, in realtà è stata pronunciata per la prima volta in un episodio della serie televisiva “Sex & th city”, e ha avuto tanto successo da spingere gli sceneggiatori Greg Behrendt e Liz Tuccillo a farne un libro. Libro che è divenuto un vero e proprio oggetto di culto: milioni di copie vendute e una schiera di fervide e devote seguaci pronte a mettere in pratica i consigli degli autori.

Justin Long e Ginnifer Goodwin

L’opera è divisa in capitoli che presentano diverse situazioni tipiche delle relazioni amorose: “Se lui non ti chiama”, “Se lui non viene a letto con te”, “ Se lui ti tratta male” e la risposta è sempre la stessa, spietata e bruciante: la verità è che non gli piaci abbastanza!
Come il libro anche il film si divide in capitoli ed ognuno è introdotto da simpatiche finte interviste a persone comuni che parlano direttamente allo spettatore, espediente adottato nella prima serie di “Sex & the city” e fonte dei migliori spunti comici del film.

A mettere in scena tutte le situazioni evocate dal libro ci pensa un affollato gruppo di personaggi interpretati da nomi di spicco della commedia romantica americana: l’amica d’America Jennifer Aniston è una donna che si cruccia perché l’uomo con cui convive da ben sette anni, che ha le fattezze di Ben Affleck, non vuole sposarla; il premio Oscar Jennifer Connelly è una moglie con la mania dell’ordine che viene tradita dal marito che le preferisce la sempre più abbondante Scarlett Johansson; Drew Barrymore (anche produttrice) è una p. r. che cerca appuntamenti in rete e tutte le loro storie sono collegate da quella di Gigi (Ginnifer Goodwin), l’eterna romantica in cerca dell’amore con la “a” maiuscola, messa in guardia da Alex (Justin Long), che le rivela la scioccante verità: se a un uomo piaci davvero farà di tutto per stare con te, se non lo fa la verità è che non gli piaci abbastanza.

Ben Affleck e Jennifer Aniston

Il film vanta tra i punti a suo favore l’idea di partenza e lo sfavillante cast ma, anche se ci sono molte situazioni comiche e si ride di gusto in più occasioni, la seconda parte della pellicola perde lo smalto dello scoppiettante inizio risolvendosi in un finale scontato e parzialmente in contrasto con quanto affermato fino a quel momento.
Dovendo plasmare una storia partendo dai consigli del libro gli sceneggiatori - che non sono gli stessi di “Sex & the city” e si vede - si sono fatti prendere la mano dal gioco dell’incastro dei vari personaggi, costruendo un mega-puntatone di un qualsiasi telefilm romantico dalla durata eccessiva per una leggera commedia (più di due ore!) e dal ritmo disomogeneo.

Nonostante questa piccola sbavatura nel finale il film si lascia guardare piacevolmente soprattutto grazie al cast femminile.

La pellicola però può rivelarsi un’ottima cartina di tornasole: se andate al cinema con il vostro ragazzo e lui non vuole farvi vedere il film perché per una volta non può mettere da parte il suo odio per le commedie romantiche sapete già qual è la spiegazione.

La citazione: "Le cose sono cambiate. La gente non si incontra più. Se voglio essere più attraente per il sesso opposto, non cambio taglio di capelli: aggiorno il mio profilo!"

Voto: ♥♥

Pubblicato su Cineforme.

mercoledì 4 marzo 2009

Conferenza stampa Io & Marley

All’ Hotel De Russie di Roma Jennifer Aniston e Owen Wilson hanno presentato il loro nuovo film in cui sono una coppia sposata alle prese con un cane iperattivo

Tratto dall’omonimo romanzo di John Grogan, che in patria ha venduto milioni di copie e qui in Italia ben duecentocinquantamila, Io & Marley è la storia di un giornalista talmente affezionato al suo cane da incentrare la sua rubrica e gran parte della sua vita su di esso.
Owen Wilson torna finalmente alla commedia dopo le tristi vicende personali e Jennifer Aniston lo segue passo passo in questo progetto pensato per gli amanti degli animali e non solo.

Inevitabile, considerata la storia, l’argomento animali: ai due attori è stato chiesto se hanno animali, Wilson ha così risposto: “Amo molto i cani, tutto il set era ben disposto verso i cani che recitavano tra cui c’era anche il cane di Jen: Norman. Abbiamo girato anche qualche scena con lui ma poi l’hanno tagliato. Era davvero una prima donna!”. La Aniston invece: “Eravamo nella bella e soleggiata Miami e ci siamo divertiti molto: il set era meraviglioso, l’ambiente rilassato è stato come fare una vacanza”.

Nel film Wilson e la Aniston interpretano una coppia sposata con i suoi problemi ma sullo schermo non compaiono mai suocere, parenti o vicini di casa: interrogati sul perché di questa scelta la Aniston ha detto: “Per me non è una famiglia di fantasia, è molto realistica. Trovo siano molto più irreali le protagoniste di Desperate Houseviwes! E’ vero non si vedono i genitori ma è un ritratto di una famiglia americana tipica e non è vero che i protagonisti non fanno sacrifici, soprattutto per quanto riguarda il mio personaggio: lei deve scegliere tra famiglia e lavoro. Lui invece vorrebbe non aver messo su famiglia quando vede l’amico single. Poi è la storia di un uomo, dello scrittore che ha raccontato la sua esperienza”.

Jennifer Aniston (foto di Valentina Ariete)

Si è poi parlato della difficoltà di recitare insieme ad un cane presente quasi in ogni scena e Wilson ha commentato: “Il cane è stato addestrato per essere folle. Il problema vero è stato con il mio cane quando tornavo a casa: sentiva l’odore dell’altro cane ed era come se fossi tornato a casa col rossetto di un’altra donna sulla camicia! Era dura fargli capire che facevo finta di voler bene all’altro cane…”.

Visto che il cane doveva comportarsi in maniera esagerata, la Aniston ha spiegato che la scena più difficile da girare è stata quella in cui portano Marley dal veterinario per la castrazione: “Il cane doveva stare tutto il tempo con le zampe fuori dal finestrino: è stata veramente dura!”.

L’altro tema portante del film è la famiglia. I personaggi si impegnano per far funzionare il loro matrimonio ma con l’arrivo dei figli le cose si complicano: ai due attori è stato chiesto quanto secondo loro ci si può sacrificare per un matrimonio e la Aniston ha detto: “Non credo che per loro sia un sacrificio. Gli esseri umani si sacrificano fino a quando riescono a farlo, dipende da quanto lo vogliono. Alla fine della vita avere intorno a sé persone care è una cosa inestimabile: prima forse è più difficile rendersene conto ma per me è molto più importante del compiacersi di un palazzo che si ha costruito o di quanti soldi si hanno in banca”. Wilson invece: “Bisogna interrogarsi sul fatto che se uno fa una scelta evidentemente la fa perché ci tiene anche se è vero che una volta che l’hai fatta automaticamente escludi un’altra possibilità e quindi comunque è una scelta dolorosa. Il mio personaggio sceglie di costruire una famiglia e alla fine penso che sia felice della sua scelta”.

Owen Wilson (foto di Valentina Ariete)

Ai due attori è stato poi chiesto qual è il loro rapporto con la loro professione e quali sono gli attori che più li hanno influenzati: la Aniston ha detto: “Certe volte mi chiedo ma che razza di lavoro faccio per vivere?! A volte è davvero molto stupido, però la cosa importante per noi è raccontare storie e far ridere la gente. E’ una grande professione: mi sento molto fortunata a fare questo lavoro. Per quanto riguarda l’ispirazione a me piacciono molto Shirley McLane, Meryl Streep e mi è piaciuta molto Marion Cotillard in “La vie en rose” e anche Anne Hathaway”. Wilson invece: “Ci sono molti attori che mi piacciono. In questo film ho adorato lavorare con Alan Arkin. Poi mi piacciono Gene Hackman, Dustin Hoffman…”.

Il film è una commedia ma ha anche molti spunti drammatici, la Aniston ha sintetizzato il concetto così: “Si ride e si piange: è meglio di Cats!”. E sul perchè in questo periodo il cinema sia pieno di storie con cani come protagonisti ha commentato: “I cani sono meglio dei cattivi attori!”.

Sempre la Aniston ha parlato dei suoi prossimi progetti: ha prodotto e recitato in un film in cui un gruppo di detenute forma una band country. A questo proposito è stato chiesto ai due attori perché si impegnino anche in altri campi del loro mestiere: la Aniston ha una casa di produzione e ha diretto un cortometraggio e Wilson ha scritto diverse sceneggiature. Wilson ha risposto così: “E’ sempre una buona cosa essere coinvolti in più progetti. La scrittura poi può essere molto più personale rispetto alla recitazione…Se penso a film come Anaconda per esempio…”.
La Aniston invece: “E’ più interessante sperimentare tutti gli aspetti della nostra professione. Per me è importante come artista e intendo continuare così. Certo essere un’attrice è molto più facile: sei ingaggiata, fai il tuo lavoro e basta. A me invece piace poter seguire il film durante tutte le sue fasi: seguire tutta la produzione è una cosa che mi arricchisce”.

mercoledì 4 febbraio 2009

Ti amerò sempre


Non lasciatevi ingannare dal titolo.
Nonostante il titolo comprenda la parola “amore”, tanto inflazionata in Italia nelle ultime stagioni cinematografiche, il film di Philippe Claudel non ha niente della commedia romantica scacciapensieri. Anzi.
Lo scrittore francese, molto apprezzato in patria, dopo diversi romanzi di successo ha deciso di trasformare in immagini una sua storia, scritta appositamente per il film, e compiere il grande passo nel mondo del cinema.
La storia segue da vicino il personaggio di Juliette (una splendida Kristin Scott Thomas), quarantenne ricongiunta con la sorella minore, Léa, dopo quindici anni di prigione.
Il film parte in sordina: non sappiamo perché Juliette è stata imprigionata, quale fosse la sua vita prima della pena e perché a Léa sia stato imposto di dimenticare la sorella maggiore.
Pian piano i misteri si svelano, il dolore riemerge e questioni rimaste in sospeso per anni tornano più violente di prima.
Claudel non ci va leggero: in una sola pellicola affronta temi importanti e difficili come il problema della riabilitazione per chi è stato recluso, l’atrocità dei sensi di colpa, la fatica di reintegrarsi nel mondo e tornare alla vita, la solitudine, la difficoltà di aprirsi con gli altri, il rapporto genitori-figli, l’eutanasia.

Kristin Scott Thomas

La pellicola è concepita e costruita come se fosse un romanzo: lo spettatore, alla stregua del lettore, non ha punti di riferimento e non conosce la storia dei personaggi, non dispone di informazioni da “narratore onnisciente” e deve scoprire la verità a poco a poco, seguendo la maturazione del personaggio di Juliette. Da questo punto di vista il film è molto interessante: sembra quasi di vedere in immagini un romanzo, provando lo stesso piacere che si ha riflettendo sui piccoli dettagli che aiutano a svelare la storia. D’altro canto la pellicola soffre di un forte senso di auto-referenzialità e intellettualismo a tutti i costi - tendenza spesso presente nel cinema francese - che in qualche modo tiene a distanza il pubblico dalla vicenda privata dei personaggi, risultando spesso forzata e poco sincera. Con tanta carne al fuoco è molto facile fiaccare lo spettatore meno colto e appassionato, e, a causa di una regia non all’altezza della situazione, dovuta all’inesperienza del regista-scrittore, anche il pubblico più esigente può storcere il naso di fronte a scelte poco incisive.

Elsa Zyberstein e Kristin Scott Thomas

A salvare la pellicola però ci pensa la straordinaria interpretazione di Kristin Scott Thomas, che andrebbe apprezzata in lingua originale: l’attrice inglese premio Oscar padroneggia alla perfezione la lingua francese e dona al personaggio il giusto spessore, raggelando lo spettatore nell’intenso finale. La basta uno sguardo, l’accenno di un sorriso, una ciocca di capelli scostata con noncuranza dal viso a rendere tutta l’intensità e la drammaticità del suo personaggio.
Un’opera prima non priva di lacune quindi, ma l’interpretazione della Thomas vale da sola l’intero film.

La citazione: "Che cosa potevate fare?!"

Voto:
♥♥♥

Uscita italiana: 6 febbraio 2009

Pubblicato su Cineforme.


venerdì 23 gennaio 2009

Italians

Italiani brava gente



Italiani brava gente anche all’estero.
Insomma!
Giovanni Veronesi, dopo la fortunata formula a episodi lanciata con i vari Manuale d’amore, torna dietro la macchina da presa con un film che mantiene le due ore di durata ma che comprende solo due storie anziché quattro.
Nella prima Sergio Castellitto interpreta Fortunato, un camionista che trasporta Ferrari rubate negli Emirati Arabi, che, giunto all’ultima consegna della sua carriera, porta con sé il giovane Marcello (Riccardo Scamarcio) perché apprenda i trucchi del mestiere.
Nel secondo frammento invece Carlo Verdone è Giulio, un dentista caduto in depressione che si reca a San Pietroburgo per un convegno medico e con l’occasione si fa invischiare in un giro di prostituzione di lusso gestito dal viscido Vito Calzone (Dario Bandiera). Tra equivoci e situazioni imbarazzanti, Giulio incontra Vera (Ksenia Rappoport), la sua interprete, che presto diventa molto di più.

Riccardo Scamarcio e Sergio Castellitto

Insomma sembrerebbe un’innocua commedia sulla cialtroneria degli Italiani che all’estero come in patria si fanno sempre riconoscere, che urlano e gesticolano, che non sanno fare a meno degli spaghetti, che ci provano sempre con tutte le ragazze che incontrano, che rubano, imbrogliano, mentono ma che alla fine sono capaci di compiere anche il grande gesto nobile e hanno un cuore grande così.
Sembrerebbe.
Se non fosse che il film invece di prendere in giro questi difetti – perché tali sono – del popolo italiano li trasforma in “tratti distintivi”, in “aspetti folcloristici”, e quindi sotto sotto simpatici, di cui ci si può auto-compiacere e quindi accettare.

Carlo Verdone e Dario Bandiera

Nonostante la bravura degli interpreti - su tutti Verdone che nella commedia fisica è uno dei migliori in Italia, anche se interpreta il ruolo dell’imbranato che viene picchiato e insultato da ormai dieci anni – che riescono a strappare grasse risate in più occasioni, il film diventa presto fastidioso se non insultante per il pubblico, almeno quella parte di pubblico che non è fiero di essere visto come ladro e imbroglione.
La paura infatti è che anni di tv spazzatura e cattivo gusto abbiano assecondato sempre più questa debolezza dell’italiano medio per la cialtroneria e la mancanza di regole.
Insomma sono lontanissimi gli anni in cui Alberto Sordi interpretava l’italiano medio con la giusta dose di cattiveria, cattiveria necessaria a mettere alla berlina i vizi e i difetti degli Italiani, che qui è sostituita da un finale alla “volemose bene” che esalta invece di criticare i comportamenti poco morali di un intero popolo.

La citazione: "Ma che ve drogate?! Hai visto che casini che combina la droga!"

Voto: ♥1/2

Pubblicato su Cineforme.it

Conferenza stampa Italians

Il cast di Italians presenta il film a Roma

All’Hotel St. Regis a Roma, il regista Giovanni Veronesi, insieme all’illustre cast costituito da Sergio Castellitto, Carlo Verdone, Ksenia Rappoport, Riccardo Scamarcio e Dario Bandiera, ha presentato la sua ultima fatica di celluloide.

Dopo i vari manuali d’amore, Veronesi ha girato un altro film a episodi, questa volta limitandosi a due storie principali.
Entrambi gli episodi ci mostrano gli Italiani all’estero: ladri, imbroglioni, chiassosi, cascamorti, visceralmente attaccati alla pasta, irrispettosi delle leggi. Ma anche generosi, calorosi e pieni di vita.
Insomma "quelli che all'estero, nel bene o nel male, si fanno sempre riconoscere" come ha ammesso lo stesso Veronesi.

Il regista ha riconosciuto però che oltre ai difetti l’italiano sa esportare anche delle qualità come il sapersi adattare a tutto e “l’essere capace di grandi slanci di generosità e che all'estero lascia il segno".

Per descrivere gli Italiani Castellitto ha citato Longanesi: “Gli Italiani sono buoni a nulla o capaci di tutto. Grande definizione! E io ho grande nostalgia di quei personaggi della commedia all’italiana che oggi sono così difficili da trovare”. L’attore ha commentato anche l’esclusione del film di Matteo Garrone, Gomorra, dalla rosa dei candidati all’Oscar: “Chiedetevi perché non hanno incluso Gomorra nella corse per gli Oscar…all’estero riconoscono soprattutto i luoghi comuni sugli Italiani”.

Anche Riccardo Scamarcio ha detto la sua sugli Italiani all’estero: “Quando vado all’estero ho sempre nostalgia dell’Italia, perché non ho mai trovato un paese migliore in cui vivere. Anche se è vero che le regole da noi non le rispetta nessuno e abbiamo grossi problemi di educazione civica. Però abbiamo anche una grande umanità”.

Verdone invece ha difeso la categoria: “Gli Italiani che vivono all’estero sono la parte migliore del nostro popolo: pizzaioli, ricercatori portano tutti una carica di genialità” e ha anzi esortato tutti a difendere i luoghi comuni sul nostro popolo: “Con tutti i flussi migratori che ci sono oggi è meglio che ci teniamo stretti e non dimentichiamo i grandi autori della nostra tradizione, da Scarpetta a Govi, perché gli Italiani veri saranno sempre di meno”.

L’attrice russa Ksenia Rappoport, che dopo aver recitato nel film “La Sconosciuta” di Tornatore sta avendo grande successo in Italia, ha addolcito la pillola: “Anche noi Russi all’estero spesso non facciamo bella figura! Conosco alcune persone che ancora non hanno capito come si usa la chiave elettronica dell’albergo!”.

Veronesi ha poi fatto sapere che non ci sarà un Italians 2 e il produttore Aurelio De Laurentiis ha precisato che: “Il nostro prossimo progetto insieme si chiamerà Genitori e FIGLI – Istruzioni per l’uso”.

Pubblicato su Cineforme.it

domenica 7 dicembre 2008

Conferenza stampa Stella

Nella spettacolare cornice di Palazzo Farnese che ospita l’ambasciata di Francia la regista Sylvie Verheyde e la giovanissima Léora Barbara parlano del film “Stella”.


Il film “Stella” della regista francese Silvie Verheyde presentato al Festival di Venezia è piaciuto a molti e ha trovato un illustre e accanito sostenitore nel nostro Nanni Moretti che ha voluto fortemente la distribuzione italiana della pellicola d’oltralpe.

All’anteprima romana del film, nella spettacolare cornice di Palazzo Farnese che ospita l’ambasciata di Francia, la regista Sylvie Verheyde e la giovanissima protagonista Léora Barbara hanno parlato alla stampa del film.

La regista non nasconde la soddisfazione per l’accoglienza che il pubblico francese ha riservato al suo film: “Il film in Francia è stato accolto molto bene sia dalla critica che dal pubblico. Ho incontrato il pubblico in vari festival e tutti mi hanno detto che in qualche modo ci si ritrovavano. Spero che anche i giovani si riconoscano in questa storia”.


Sylvie Verheyde (foto di Valentina Ariete)


Inevitabile il confronto con un capolavoro francese su un argomento simile, “I 400 colpi” di Truffaut: “Non ho pensato a “I 400 colpi”. L’idea del film mi è venuta per motivi personali. Quando mio figlio è entrato in prima media ho ripensato a me in quel periodo e a quanto è stato importante per me: la letteratura e i libri mi hanno cambiato la vita e resa quello che sono”.

Un altro confronto spontaneo è quello con il film vincitore del Festival di Cannes “La classe” di Cantent ma la regista, molto candidamente, ha detto a riguardo: “Non ho visto il film! E purtroppo non posso commentare..”.

Il film è ambientato negli anni ’70 ed è molto autobiografico come spiega l’autrice: “L’idea di ambientare il film in quell’epoca era per conservare l’autenticità della storia e poi era utile per far vedere le differenze tra la scuola di oggi e quella di quegli anni, soprattutto perché in Francia si discute molto sulla scuola adesso: ci sono classi miste e si parla addirittura di separare di nuovo i maschi dalle femmine…Per me invece è importante mescolare i vari ceti sociali e la cosa più importante in assoluto è la cultura perché può essere un’opportunità per tutti”.

Nel film compare in un piccolo ruolo anche Guillaume Depardieu, recentemente scomparso e Sylvie lo ricorda così: “Guillaume è morto quando il film era già finito ed era stato montato. Ho proposto a lui il ruolo del principe azzurro perché lo era realmente: tutti noi del set siamo rimasti tutti colpiti dalla sua morte e sono contenta che le sue ultime immagini sullo schermo siano positive e luminose”.

La giovanissima protagonista Léora è perfetta per il ruolo e ha dimostrato un grande talento; la regista parla di come è stata scelta per la parte: “L’ho scelta tramite un casting, era importantissimo trovare la persona giusta. Ho visto Léora la prima settimana di casting e ho pensato subito che fosse perfetta: era diversa da tutte le altre ragazzine, non si atteggiava da attrice ed era molto determinata. Poi però la mamma ha letto la sceneggiatura e non voleva darle il permesso. Per fortuna poi ha cambiato idea dopo che ne abbiamo parlato! Io cercavo qualcuno che capisse la storia e fosse cosciente di quello che stava facendo”.


Lèora Barbara (foto di Valentina Ariete)


La giovanissima protagonista, molto spigliata sullo schermo, alla conferenza si è mostrata timida e sul suo personaggio ha detto: “Come Stella anche io vado a scuola, ma mi sento molto diversa da lei soprattutto se parliamo di certe cose…”; sulla scuola invece ha dichiarato: “I miei insegnanti non sono così severi, anzi sono cool! Quando la materia è interessante io e i miei compagni ci comportiamo bene, se invece non ci interessa non siamo proprio bravi…Vedere dei professori così violenti sullo schermo mi ha fatto ridere”.

Nel film Stella ama Balzac e alla regista e a Léora sono state chieste le loro preferenze in campo letterario: “La letteratura è stata la mia prima amica” dice Sylvie “E i miei amici erano i personaggi di Balzac. Amo molto anche “Una diga sul pacifico” di Marguerite Duras che spesso viene considerata una scrittrice troppo intellettuale, a me invece quel libro ha dato sensazioni epidermiche”. Anche Léora ha parlato dei suoi gusti: “Mi piacciono Maupassant, Moliere e anche Shakespeare” mentre le sue attrici preferite sono Angelina Jolie e Scarlett Johansson.

Pubblicato su Cineforme.

venerdì 5 dicembre 2008

Stella

L'insostenibile leggerezza del crescere


In un caffè alla periferia di Parigi frequentato dalla classe operaia vive con i suoi sgangherati genitori Stella (Léora Barbara), una ragazzina di undici anni dall’aria trasognata e dolce.
Al caffè c’è una varia fauna: operai alcolizzati, pittori di strada, prostitute, giocatori d’azzardo e piccoli criminali. Un mondo sotterraneo e malinconico in cui la bambina è cresciuta e in cui non ha imparato le basi fondamentali della cultura e del vivere civile.
Per questo quando, per un puro caso, Stella viene ammessa in una scuola media frequentata da figli di gente benestante ed istruita la sua identità va in crisi.
I professori parlano di cose incomprensibili, i compagni la prendono in giro, tutto sembra noioso e senza senso.
Poi il piccolo miracolo: la più brava della classe diventa sua amica e pian piano la inizia alla letteratura, le fa scoprire Balzac e capire che la scuola in fondo non è così male.
Grazie ai suoi amici letterari Stella si rende conto che l’opportunità di frequentare una buona scuola per lei è irripetibile e fondamentale: se non si impegna finirà i suoi giorni nel caffè di famiglia tra una partita a flipper e un avventore ubriaco.


Melissa Rodriguez e Lèora Barbara


Il film di Silvie Verheyde, acclamato al Festival di Venezia e amatissimo da Nanni Moretti che ha voluto fortemente distribuirlo in Italia, è un affresco delicato e sognante di quel momento particolare che è la fase di passaggio dall’infanzia all’adolescenza, punto cruciale nella vita di una persona in cui comincia la vera e più importante formazione dell’individuo.
I cambiamenti del corpo, i primi amori, i rapporti con gli altri che diventano improvvisamente più difficili e una scuola che sembra più una prigione che un’occasione importante per il futuro sono tutte tappe che Stella deve affrontare.


Lèora Barbara e Guillaume Depardieu


La pellicola, fortemente autobiografica, si regge tutta sull’interpretazione fresca e convincente della piccola Léonora Barbara: gli occhi un po’ tristi e il sorriso ironico, l’aria svelta e delicata è lei il motore e la magia della pellicola, una piccola stella che con garbo ci porta per mano nella Parigi del 1977, tra violenza e desiderio di riscatto, amore per le storie e le persone e voglia di crescere senza fretta. Da segnalare anche Guillaume Depardieu, scomparso da poco, qui alla sua ultima interpretazione nel ruolo di un principe azzurro non convenzionale e a suo modo romantico.
Tranne qualche momento di stanca, il film scorre piacevolmente e fa riflettere su un tema attuale come quello della scuola oggi più che mai mortificata e deprezzata invece che finanziata ed esaltata come punto d’incontro con la cultura e l’educazione e base di partenza per la ricerca di un proprio posto nel mondo.

La citazione:
"- I tuoi non dicono niente?
- Se ne fregano. E i tuoi?
- I miei se ne strafregano!"

Voto: ♥♥♥

Pubblicato su Cineforme.

sabato 22 novembre 2008

Twilight



Cambiare città, andare a vivere col padre che non vede da tanto tempo, incontrare nuovi compagni di classe e abituarsi al clima sempre piovoso di Forks provenendo dalla soleggiata California: Bella (Kirsten Stewart) deve affrontare in un colpo solo tutto questo e a diciassette anni non è facile.
Fino a quando non trova un buon motivo per restare: gli occhi misteriosi e magnetici di Edward Cullen (Robert Pattinson).
C’è solo un problema: il ragazzo la evita come la peste.
Bella è sempre più attratta da Edward e non riesce a capire lo strano comportamento del ragazzo e della sua famiglia fino a quando il suo vicino di casa Jacob (Taylor Lautner) le racconta la leggenda della famiglia Cullen: sono dei vampiri che hanno deciso di nutrirsi soltanto di sangue animale.
Bella scopre che in realtà non sono solo favole: Edward la salva da un incidente mortale dimostrando che è realmente un vampiro.
Il ragazzo inoltre la evita non perché la disprezzi ma perché è così attratto da lei da aver paura del suo stesso istinto che potrebbe portarlo a morderla.
I due intraprendono così una tormentata storia d’amore, fino a quando James (Cam Gigandet), un vampiro che si nutre di sangue umano, decide che vuole a tutti i costi il sangue di Bella.

Kirsten Stewart e Robert Pattinson

Il romanzo di Stephanie Meyer in pochissimi anni è diventato un fenomeno mondiale: grazie alla saga di Harry Potter e a film come il Signore degli Anelli, il genere fantasy è tornato in voga - e non soltanto tra i giovanissimi – tanto da fare di questo romanzo che tratta di amori tra vampiri e adolescenti un successo già annunciato. Inevitabile quindi il passaggio su celluloide.
La prima parte della pellicola in cui Bella cerca di scoprire la verità su Edward e il racconto di questa irresistibile attrazione sul filo della morte tra i due è affascinante e intrigante - merito soprattutto del grande fascino dei giovani protagonisti -, ma quando il film prende la piega dell’azione la storia non funziona più: la regia confusa di Catherine Hardwike sciupa tutta la tensione costruita seguendo la psicologia dei personaggi in scene d’azione sconclusionate e poco efficaci.
Paradossalmente è proprio quando si dovrebbero vedere i vampiri che il film perde mordente.

Robert Pattinson

Numerosi gli ammiccamenti al cinema giovanile: la partita di baseball della famiglia Cullen ricorda tanto le partite di Quidditch di Harry Potter e i problemi adolescenziali della protagonista rendono la pellicola una sorta di serie tv a metà tra Dawson’s Creek e Buffy l’ammazzavampiri.
Il film risente forse di un budget troppo ridotto per un prodotto dall’impatto pubblicitario così imponente e sfrutta malamente i pochi effetti speciali a sua disposizione non stupendo praticamente mai lo spettatore.
Ma il punto forte della pellicola non è il lato horror della storia: il fulcro è proprio questo amore impossibile e irresistibile, che deve scontrarsi con forze più grandi dei protagonisti e che porta inevitabilmente alla sofferenza. L’amore per Edward, un ragazzo bellissimo destinato a rimanere giovane in eterno, simboleggia le passioni che travolgono il cuore e la mente di tutti gli adolescenti, che in quegli anni vivono tutto in maniera assoluta e passionale.
Un tema che non può non far sospirare milioni di giovani ragazze e che rende il film destinato soprattutto a loro.

La citazione:
"Potresti comportarti da umano? Sai com'è ho dei vicini!"

Voto: ♥♥1/2

Pubblicato su Cineforme.

mercoledì 29 ottobre 2008

Festival Internazionale del Film di Roma - L'Altro Cinema/Extra: Man On Wire

Lo straordinario sogno di una vita intera sospeso tra passione e follia




Qual è il vostro sogno più grande?
Diventare medici, scrittori, artisti, avvocati o ballare al Teatro Alla Scala?
Nel caso di Philippe Petit il sogno della vita è camminare tra terra e cielo, sospeso tra la vita e la morte, su un filo d’acciaio teso tra le Torri Gemelle di New York.
Un sogno non convenzionale, ma decisamente poetico.

“Man On Wire” è l’appassionato e appassionante racconto di questa straordinaria impresa: nel 1974, con l’aiuto di amici folli come lui, il funambolo Philippe riuscì a camminare su un filo sospeso tra le due torri simbolo della città americana per ben 45 minuti.

Il film, girato da James Marsh, è realizzato con i filmati che il gruppo di amici girò all’epoca della progettazione dell’impresa e arricchito dal racconto degli stessi protagonisti ormai invecchiati di 30 anni.
Incredibile ma vero, questo gruppo di ventenni incoscienti riuscì a intrufolarsi all’interno delle Torri Gemelle eludendo la sicurezza, a tendere un cavo d’acciaio lungo 100 metri tra di esse e far camminare Philippe a 400 metri d’altezza.


Philippe Petit


L’elaborazione del piano è geniale: i trucchi e le soluzioni trovate dal gruppo a volte lasciano a bocca aperta, e tengono col fiato sospeso anche lo spettatore più scettico.
In un meccanismo perfetto che fa sembrare l’intera vicenda un balletto ideato da un coreografo geniale, lo spettatore si fa totalmente coinvolgere dall’entusiasmo, che sconfina in una follia piena di gioia di vivere, del protagonista.

In quest’opera, che definire documentario è riduttivo, c’è tutto: c’è la passione, c’è l’ incoscienza e l’esuberanza della giovinezza, ci sono le risate, le lacrime, la paura, la tensione e la gioia.
Philippe che cammina sospeso nel vuoto diventa metafora e simbolo del sogno: il sogno di fare qualcosa di più del lasciarsi vivere, di rompere gli schemi, di non omologarsi, di tendere verso l’essenza stessa dello spirito umano e di lottare per qualcosa che sembra impossibile da realizzare, di essere liberi.

Il suo gesto quindi può essere inteso come una pazzia, un atto politico, un grande ed estremo spettacolo: forse è tutto questo, forse il vero senso è che, come dice lo stesso Philippe: “Semplicemente era bello farlo”.

Accompagnato dalle bellissime musiche di Michael Nyman, il documentario vale la pena di essere visto e letteralmente vissuto: per un’ora e mezza anche il pubblico può sognare e sentirsi libero come se galleggiasse a 400 metri d’altezza.


Pubblicato su Cineforme.

Festival Internazionale del Film di Roma – Incontro con Viggo Mortensen


E’ difficile definire Viggo Mortensen.
Attore, musicista, fotografo, poeta, intellettuale amante della letteratura a tal punto da fondare una sua casa editrice per scrittori non convenzionali che non riescono a far pubblicare i propri lavori.
Eppure questo artista così poliedrico e interessante ha impiegato vent’anni per ottenere il riconoscimento unanime del proprio talento e la fama internazionale.

Attore belloccio nei primi anni novanta (piccole parti in “Carlito’s Way”, “Il delitto perfetto” e “Ritratto di signora”) poco stimato dalla critica, Mortensen ha ottenuto la grande popolarità grazie alla mastodontica trilogia di Peter Jackson “Il Signore degli anelli”.
Da allora la sua carriera ha completamente cambiato rotta: ruoli impegnati e intensi, fino agli ultimi due film girati con David Cronenberg (“A History of Violence” e “La promessa dell’assassino”), che l’hanno consacrato come uno degli attori più completi e interessanti degli ultimi anni.

E’ leggendaria ormai la storia della sua intensa preparazione di ogni personaggio, grazie a cui riesce a trasformarsi completamente in ogni film, non apparendo più sullo schermo come Viggo Mortensen, ma come il personaggio che sta interpretando.

All’incontro del Festival di Roma Mortensen a tal proposito ha detto di non seguire un vero e proprio “metodo” da Actor’s Studios – a cui non riuscì ad accedere – e di preferire lo studio della psicologia del personaggio, il chiedersi sempre che cosa accade prima della pagina uno della sceneggiatura e il trovare internamente la forza di quel particolare ruolo.
Anche perché secondo l’attore: “Per rendere reale uno schiaffo non bisogna schiaffeggiare realmente l’altro attore: siamo attori, è il nostro mestiere, dovremmo essere in grado di rendere credibile una scena di violenza. Dare realmente un pugno a un collega per farlo sembrare vero è da dilettanti”.

Viggo Mortensen (foto di Valentina Ariete)


Molto interessante è il pensiero dell’attore circa il fulcro di ogni dramma: secondo Mortensen la cosa essenziale in un’opera, e anche nella vita, è quel momento in cui una persona comprende che le cose non sono come sembrano, ed è quello che farà, o non farà, dopo questa presa di coscienza che dà un senso e una dignità a quel personaggio.
La vita come una continua ricerca e viaggio personale, in cui, secondo l’attore, nonostante i dolori e le sofferenze non siano evitabili, bisogna sempre andare avanti e fare qualcosa, per quanto piccola possa essere.
In linea con questo pensiero la risposta data a uno spettatore che ha chiesto come si fa a diventare attori: “Non si deve mollare mai!”.

Oltre ad apprezzare il Mortensen artista, il pubblico ha potuto scoprire alcune passioni dell’attore: quella per i cavalli (ha infatti comprato tutti i cavalli con cui ha lavorato nel “Signore degli anelli” e quello di “Hidalgo”), per le lingue straniere (parla il danese, lo spagnolo e capisce anche l’italiano) e per il calcio, su cui si è lasciato sfuggire un apprezzamento per la Roma e soprattutto per Francesco Totti: “Un grandissimo giocatore che rispetto molto”.

Un Viggo Mortensen estremamente umano quello visto al Festival di Roma, gentile con tutti e sempre disponibile con fan e addetti ai lavori, che ha dimostrato che si può essere un grande artista essendo anche un grande uomo.


Pubblicato su Cineforme.

martedì 28 ottobre 2008

Festival Internazionale del Film di Roma - Conferenza Stampa Appaloosa

Il western diverso di Ed Harris



Virgil Cole e Everett Hitch non sono uno sceriffo e un vice-sceriffo normali.
Pistoleri fenomenali dalla parte della legge, possiedono l’ironia di Butch Cassidy e Sundence Kid piuttosto che incarnare il modello del cow-boy virile tutto d’un pezzo alla John Wayne.
A dare il volto a questi due straordinari personaggi sono Ed Harris, anche regista e produttore della pellicola, e Viggo Mortensen, che mostra la sua ennesima incredibile trasformazione.

Per parlare di questo western atipico, divertente e appassionante, che comprende nel cast anche i premi Oscar Jeremy Irons e Renée Zelwegger, sono giunti al Festival Internazionale del Film proprio Harris e Mortensen.

Ed Harris (foto di Valentina Ariete)


L’attore alla sua seconda regia – la prima è “Pollock” – ha spiegato che l’ironia dei personaggi e dei dialoghi deriva all’85% dal libro “Appaloosa” scritto da Robert B. Parker e per il resto da idee proposte da Mortensen e da Irons. Interessante come i momenti migliori del film siano proprio i dialoghi tra i due protagonisti, spesso costituiti da una comunicazione non verbale giocata tutta sugli sguardi davvero irresistibile.

Altro aspetto singolare della pellicola è il personaggio femminile, Allie, una donna decisamente poco perbene, distante dal modello della fanciulla indifesa devota al suo uomo.
Harris ha spiegato che ha cercato di rappresentare in maniera onesta una donna di quel tempo, non voleva una semplice vedova manipolatrice, ma una donna che lotta con tutti i mezzi di cui dispone per andare avanti.

A Mortensen è stato chiesto invece se preferisce recitare in film dall’alto budget o in pellicole d’autore e l’attore ha risposto che: “Un buon lavoro è un buon lavoro, non si possono fare classificazioni, dipende dal regista, se è bravo oppure no”.


Viggo Mortensen ed Hed Harris


Sia Mortensen che Harris hanno basato le loro carriere su personaggi drammatici e questa è una delle prime volte in cui entrambi si cimentano con ruoli più ironici; interrogato sull’argomento, Harris ha affermato che: “Uno dei miei attori preferiti è Paul Newman, che se n’è andato poco tempo fa, e di lui mi piaceva soprattutto la vena ironica. In effetti vorrei aver avuto più ruoli di questo tipo”.

Sul lavoro fatto insieme i due attori hanno rivelato che tra loro non solo c’è una stima reciproca, ma anche una vera e propria amicizia, nata sul set di “History of Violence” di David Cronenberg.
Harris ha rivelato di aver elaborato alcuni aspetti del suo personaggio in base alle caratteristiche di quello interpretato da Mortensen, facendo in modo che i due ruoli si completassero a vicenda.

Viggo Mortensen (foto di Valentina Ariete)


Mortensen invece ha studiato a fondo il libro e la sceneggiatura, arricchendo la sua preparazione visionando foto d’epoca e i vestiti di quel periodo, immedesimandosi completamente nel ruolo di un uomo del west di fine ottocento.

Un incontro interessante, così come il film, uno dei più amati dal pubblico al Festival di Roma.


Pubblicato su Cineforme.

giovedì 9 ottobre 2008

Babylon A. D.



In un futuro non troppo lontano e apocalittico, Toorop (Vin Diesel), un ex veterano di guerra diventato mercenario, deve scortare, dalla Russia in America, una ragazza, Aurora (Melanie Thierry), che, come una Madonna postmoderna, porta in grembo il prodotto non di un’immacolata concezione ma di un esperimento genetico.
E…basta.
Questo è tutto ciò che si può dire di Babylon A. D. adattamento cinematografico del romanzo “Babylon Babes” di Maurice G. Dantec: in un’ora e mezza di pellicola non succede nient’altro!


Vin Diesel

I personaggi appena abbozzati si muovono come marionette senz’anima in questo mondo a metà tra un set di fantascienza anni ’80 e un grande magazzino di prodotti elettronici.
Kassovitz, attore passato dietro la macchina da presa, che nel 1995 si è fatto onore vincendo con “L’odio” la palma per la miglior regia a Cannes, con questo film tocca il punto più basso della sua carriera da regista. Il francese costruisce infatti una pellicola inconcludente, irrisolta e sicuramente mutilata in più parti: inspiegabili alcuni stacchi di scena e irritante il finale frettoloso e quasi tagliato con l’accetta. La fotografia troppo cupa e i colori saturi non aiutano la riuscita stilistica del film, che dà l’idea di un vecchio video-gioco ormai non al passo con i tempi.
Il film sembra inoltre saccheggiare qua e là vari aspetti di pellicole e libri di fantascienza illustri: il richiamo al recente e sorprendente “I figli degli uomini” è evidente, non mancano sensazioni alla “Blade Runner” ed echi dei racconti di Philip K. Dick; il risultato è un pastiche dal sapore confuso e banale, deludente persino nella scena sulla neve – uno dei pezzi forti del film – che sembra presa da un film di James Bond.


Michelle Yeoh, Melanie Thierry e Vin Diesel


In tutto questo caos Vin Diesel svolge senza infamia e senza lode il suo compito, confermandosi come l’erede legittimo di Stallone e Schwarzenegger, ormai troppo vecchi per il ruolo dell’omaccione palestrato pronto a salvare il mondo.
Imbarazzanti invece i grandi Depardieu e Rampling: attori di serie A costretti a personaggi che sono in realtà delle macchiette, totalmente fuori posto in un prodotto di questo tipo.
La bella Melanie Thierry invece oltre al suo viso angelico offre ben poco alla pellicola, così come Michelle Yeoh, ormai confinata al ruolo di donna letale che si fa strada a colpi di kung-fu.
Passi la gestazione travagliata del film, passi la difficoltà di tradurre un romanzo di più di 600 pagine in pellicola, ma tutta questa approssimazione non è accettabile e fa di “Babylon A.D.” un ibrido prematuro che avrebbe potuto dare di meglio e che invece è destinato a finire nel dimenticatoio.
In sostanza “Babylon A.D.” ci propone cose che noi umani abbiamo già visto e immaginato più e più volte.


La citazione: "Questo maledetto riscaldamento globale sta mandando in puttane gli affari!"

Voto:♥

Uscita italiana: 24 ottobre

Pubblicato su Cineforme.
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