Visualizzazione post con etichetta attori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta attori. Mostra tutti i post

venerdì 27 febbraio 2015

LLAP Leonard Nimoy

Spock e William Bell passed to the other side.

LLAP Leonard Nimoy (Boston, 26 marzo 1931 - Los Angeles, 27 febbraio 2015).






Intervista esclusiva ad Aidan Gillen, Lord Baelish in Game of Thrones

Aidan Gillen, interprete di Lord Petyr “Ditocorto” Baelish in Game of Thrones, ha partecipato al festival di Berlino per presentare il film You’re Ugly Too, opera prima del regista irlandese Mark Noonan: lo abbiamo incontrato per parlare della nuova stagione della serie HBO, in arrivo il prossimo 12 aprile 

Aidan Gillen è Lord Baelish in Game of Thrones


Capelli ondulati scarmigliati e brizzolati, parlantina velocissima e uno sguardo quasi timido: Aidan Gillen, attore irlandese nato e cresciuto a Dublino, di persona è molto diverso da Lord Petyr Baelish, noto anche con il soprannome di "Ditocorto", uno dei personaggi più ambigui e manipolatori di Game of Thrones, serie HBO famosa per non avere nessun personaggio immacolato tra le folte schiere di protagonisti. Attore versatile, Gillen ha fatto tanto teatro e cinema prima di farsi conoscere dal grande pubblico grazie alla televisione: nel 1999, con il ruolo di Stuart Jones in Queer as Folk, ha costretto gli spettatori a ricordare la sua faccia, resa poi ancora più riconoscibile grazie a The Wire, in cui ha interpretato il sindaco Tommy Carcetti. La grande popolarità è arrivata però proprio grazie a Game of Thrones, in cui si è fatto odiare e allo stesso tempo ammirare con l’interpretazione del machiavellico Lord Baelish, amico e contemporaneamente traditore del clan degli Stark, grazie al suo complicato rapporto con Sansa Stark (Sophie Turner). 

Sophie Turner e Aidan Gillen in Game of Thrones


Arrivato al 65esimo festival di Berlino per promuovere il suo ultimo film, You’re Ugly Too, opera prima del compaesano Mark Noonan, presentato nella sezione Generation Kplus e nominato per il premio alla migliore opera prima, Aidan Gillen ci ha confessato di essere molto diverso dal personaggio diabolico che interpreta nella serie, anche se ormai si è abituato a sentirsi apostrofare come “Lord Baelish” perfino quando va a fare la spesa. Cercando di fargli rivelare qualcosa sulla quinta stagione di Game of Thrones, in arrivo il prossimo 12 aprile in America - il cui trailer, uscito lo scorso 2 febbraio, ha già scaldato gli animi dei fan -, l’attore ci ha parlato anche del suo amore per l’Irlanda e del super potere che vorrebbe possedere. 
Siamo abituati a vederla nei panni super controllati e seri di Lord Baelish in Game of Thrones, qui invece interpreta un personaggio fragile e insicuro: è uno dei motivi che l’ha spinta a fare il film? 
A.G.: “Certamente. Game of Thrones ormai è un fenomeno mondiale che va avanti da anni e nella mia carriera ho interpretato spesso personaggi di questo tipo, freddi, manipolatori, i cattivi insomma, ma la mia personalità è molto diversa: sono un padre, ho due figli, per me è stato bello avere l’opportunità di lavorare con una bambina, è un ruolo più vicino alla mia vita di tutti i giorni, anche se Lord Baelish mi permette di pagare le bollette! Guardando questo film mia figlia mi ha detto che è il ruolo che mi somiglia di più. È incredibile la percezione che i figli hanno di te: ho portato mia figlia a guardare Boyhood e le ho detto “scommetto che vorresti che fossi più come il protagonista” e lei mi ha risposto “ma è proprio questo il problema: sei troppo simile a lui!”. Anche mia madre dopo aver visto questo film ha detto di essere contenta di avermi finalmente visto in un ruolo più caloroso. Ho avuto un percorso curioso: ho fatto tanto teatro, poi televisione e cinema e fino agli anni ’90 recitavo sempre in ruoli vulnerabili, a volte delle vere e proprie vittime, poi ho interpretato un killer in Mojo (film del 1997 di Jez Butterworth) e da quel momento sono stato ingaggiato sempre in ruoli da cattivo; devo ammettere che mi sono divertito da morire a farli, ma ora sento l’esigenza di tornare a esprimere anche il mio lato più morbido”. 

Quindi odia il fatto che il pubblico la associ a un cattivo come Lord Baelish? 
A.G.: “Un tempo odiavo quando la gente mi si avvicinava chiamandomi con il nome di un personaggio: non lo sopportavo, perché ovviamente sono un attore, non sono quel personaggio. Nella mia carriera ho fatto pochi ruoli molto riconoscibili, uno è sicuramente questo di Game of Thrones, l’altro è Tommy Carcetti in The Wire, in Inghilterra anche John Boy di Love/Hate, e ho capito che, cambiando nel corso degli anni il personaggio per cui mi fermava la gente, in realtà la mia privacy non è violata e anche che, se mi credono credibile in quel particolare ruolo, vuol dire che sono stato bravo. L’importante è farsi riconoscere sempre per un nuovo personaggio. Ormai sono più sereno: se la gente mi vede come Lord Bealish mi va bene perché so di non essere come lui. Certo adesso quando vado a fare la spesa capita spesso che il tizio che mi imbusta la roba mi dica “desidera qualcos’altro Lord Baelish?” o “come comanda, Lord Baelish”. 

In Game of Thrones e in questo film interpreta una figura che non è proprio un esempio modello per due giovani ragazze: essere un buon padre nella vita l’ha aiutata, per contrasto, con ruoli del genere? 
A.G.: “Ma come? Non sono un esempio perfetto per Sansa?! Le sto insegnando un sacco di cose! In You’re Ugly Too sono lo zio, un surrogato di figura paterna, e non sono così determinante: la bambina è al comando, sa cosa vuole ed è molto più forte, è lei che ha il controllo vero, quindi in realtà cerco di essere un padre ma senza successo. Credo che certamente essere padre mi aiuti a lavorare con i bambini: ricordo che, anni fa, alle mie prime scene con dei bambini mi sentivo a disagio, non sapevo bene cosa fare, ora invece sono 16 anni che ho sempre intorno dei ragazzi e ormai so perfettamente come comportarmi. Sicuramente essere un buon padre, o almeno provare a esserlo, fa capire cosa vuol dire invece essere l’opposto. I ragazzi sono difficili, quando pensi che si comportino in un modo per un motivo in realtà è l’opposto e tutto cambia ogni volta: credo che per un attore come me, che ormai è nei suoi quarant’anni, sia fondamentale avere dei figli per capire come interpretare ruoli di questo tipo, perché chi non è un genitore non sa con esattezza quanto è difficile, e allo stesso tempo bellissimo, essere padre”. 

Lei è di Dublino e in Game of Thrones, stagione dopo stagione, il suo accento diventa sempre più irlandese: è un segno che le manca lavorare a casa? Ha scelto di girare You’re Ugly Too anche per tornare a girare a Dublino? 
A.G.: “Si nota così tanto?! Sì sto cercando di lavorare il più possibile in Irlanda, ho girato diverse serie qui, mentre con i film è più difficile: addirittura ho girato poco tempo fa Mr. John a Singapore, molto molto lontano da casa! Il prossimo film irlandese è invece Sing Street, il regista è John Carney, l’autore di Once e Tutto può cambiare, e sarà ambientato a Dublino negli anni ’80. Questi sono i film in cui mi sento più a mio agio”. 

Quindi non la vedremo mai in un film di supereroi? 
A.G.: “Sto prendendo parte a un grande film americano, The Scorch Trials, il sequel di Maze Runner, mi piace prendere parte a progetti diversi sia come ruoli che come budget, ma sì, non credo che farò mai un film sui supereroi. Anche se i superpoteri sono affascinanti: io vorrei avere il potere di mangiare quanto voglio e non ingrassare. Mangerei ciambelle tutto il tempo”. 

Qualche giorno fa è uscito il trailer ufficiale della quinta stagione di Game of Thrones: da quello che si può vedere il suo personaggio avrà un ruolo sempre più importante. Può dirci qualcosa sull’evoluzione di Lord Baelish? 
A.G.: “Quest’anno posso rivelare ancora meno che in precedenza: a questo punto della serie gli autori si stanno distaccando sempre più dai libri e stanno inventando molte cose, quindi nella quinta stagione accadranno molti fatti che non sono nei romanzi. L’anno scorso non avrebbe fatto molta differenza se avessi rivelato qualcosa sul mio personaggio, perché tanto era tutto già nei libri, anche solo leggendo su Wikipedia si potevano trovare notizie, invece ora è tutto nuovo. Posso dire che il mio personaggio e quello di Sansa Stark si incamminano in un viaggio verso la Valle di Arryn per prendere il controllo della casa di Arryn. Oddio, sembra Harry Potter ormai! Per Lord Baelish ci sarà più avventura, più viaggi e un rapporto importante con Sansa Stark: è tutto quello che posso dire per ora. Anzi no, posso dire che ci sarà l’ingresso di un nuovo personaggio, The High Sparrow, interpretato da Jonathan Pryce, che è un fantastico attore e questo ruolo è perfetto per lui, un leader spirituale, una sorta di Gandhi, anche se non proprio buono come Gandhi”. 

Ha girato delle scene insieme a Jonathan Pryce? 
A.G.: “Non posso dirlo! Il trailer comunque è molto buono: capisco che alimenti grandi aspettative. Sicuramente ci aspettiamo tutti qualcosa di grosso da parte di Daenerys”. 

Da spettatore, e non come attore che interpreta Lord Baelish, qual è la sua casa preferita in Game of Thrones? Per chi fa il tifo? 
A.G.: “Tifo per i buoni: Arya Stark è il mio personaggio preferito, spero che i personaggi che sono stati sinceri e onesti alla fine abbiano la meglio. Non dico che questo succederà: anche perché Arya ha intrapreso una strada oscura, ha cominciato a uccidere. Inoltre mi piace il personaggio di Cersei, soprattutto per come è scritta e per come è interpretata da Lena Headey”. 

La sorella di Arya invece, Sansa, è sempre così triste: piangerà meno e agirà di più in questa serie? 
A.G.: “La mia signora? Nell’ultima stagione ha dovuto affrontare molto, ma nei nuovi episodi subirà dei grandi cambiamenti: prima di tutto per quanto riguarda i capelli! E poi cambierà vestiti: indosserà sempre il nero e tante piume: sta diventando una darkettona! Avremo la versione goth di Sansa”. 

Oltre a Game of Thrones nel 2015 è uscita anche Charlie, serie sul politico irlandese Charles Haughey: com’è stato interpretare una persona realmente esistita? 
A.G.: “Charlie è una miniserie in tre puntate da novanta minuti l’una che affronta dieci anni della carriera di Charles J. Haughey, capo del governo irlandese dalla fine degli anni ’70 fino ai ’90: una figura molto importante e, anche se è morto da più di otto anni, ha lasciato una grande eredità, molte persone lo adorano ancora. Era un vero leader: non tutti hanno avuto il coraggio di mettersi contro la Tatcher. Oltre al carisma aveva anche lui dei difetti, veniva da una famiglia povera e ha sempre aspirato a uno stile di vita quasi aristocratico, tanto da avere poi problemi di denaro. Una figura complessa e interessante: controllato e allo stesso tempo brutale e divertente. Per me è stata una vera sfida: sono troppo giovane per interpretarlo e non ci somigliamo, quindi è stato uno dei lavori di recitazione più impegnativi che ho affrontato negli ultimi tempi”. 

Molti dei suoi ruoli più famosi appartengono al mondo delle serie tv, Game of Thrones, The Wire, Queer as Folk, Love/Hate, ora Charlie: pensa che continuerà a fare televisione anche in futuro? 
A.G.: “Non lo so: recentemente la qualità della televisione irlandese è cresciuta in maniera esponenziale e in tutto il mondo, negli ultimi 10-15 anni, la tv, e in particolare il drama, è cambiata completamente. Oggi gli anti-eroi sono i veri protagonisti: quello che è successo negli anni ’70 nel cinema americano, in televisione è cominciato nei ’90 con Tony Soprano e continua ora con Walter White, uno capo della mafia, l’altro fabbricante di droga. Qualche anno fa sarebbe stato impensabile avere due protagonisti così”.


Pubblicato su TvZap.

venerdì 20 febbraio 2015

Bob Odenkirk: “Vi presento Jimmy, il lato umano di Saul Goodman”

Bob Odenkirk, interprete di Saul Goodman, protagonista di Better Call Saul, spin-off e prequel di Breaking Bad, ha presentato in anteprima europea le prime due puntate della serie al festival di Berlino, dove ci ha parlato dell’incredibile successo del suo personaggio, di Jimmy, alter-ego umano di Saul, e delle facce conosciute che rivedremo nella nuova serie.

Bob Odenkirk


Capelli brizzolati, completo grigio scuro con cravatta nera, sorriso sempre pronto e gesti contenuti: dal vivo Bob Odenkirk sembra la versione elegante e più seria di Saul Goodman, avvocato di Albuquerque che, dalla sua prima apparizione nella seconda stagione di Breaking Bad, ha conquistato i fan della serie creata da Vince Gilligan, diventando immediatamente uno dei personaggi più amati, tanto da meritarsi di arrivare fino alla fine della quinta stagione, nonostante fosse stato concepito inizialmente, dallo sceneggiatore Peter Gould, per un arco di tre o quattro episodi. Il successo di Saul è stato tale, e l’astinenza da Breaking Bad da parte dei fan talmente insostenibile, da meritarsi ora una serie tutta sua, Better Call Saul, spin-off, allo stesso tempo sia prequel che sequel, della serie madre. 

A dircelo è Bob Odenkirk in persona, attualmente impegnato nelle riprese della seconda stagione di Better Call Saul, rinnovata a scatola chiusa da AMC per un nuovo ciclo di tredici episodi, che, a sorpresa, è arrivato alla presentazione europea della serie al festival di Berlino, dove Better Call Saul è stata inserita nel calendario degli eventi speciali, inaugurando così la serata: “È meraviglioso che un festival come Berlino ci abbia inclusi nel programma e credo che sia una mossa giusta perché ormai molti registi interessanti lavorano in televisione. È un grande onore aver fatto parte di uno dei migliori show degli ultimi anni ed è un sogno folle essere qui a Berlino a presentare Better Call Saul: devo essere in coma da qualche parte e sto sognando tutto”. 

Abbiamo intervistato l’attore che ci ha rivelato qualcosa in più su Jimmy McGill, l’alter-ego umano di Saul Goodman, e ha risposto sibillinamente alla domanda che tutti i fan di Breaking Bad si stanno facendo: rivedremo Walter (Bryan Cranston) e Jesse (Aaron Paul)? 


Bob cosa può dirci di Better Call Saul? Cosa dobbiamo aspettarci? 
Bob Odenkirk: “Incontriamo Jimmy McGill e scopriamo che in realtà Saul Goodman non è sempre stato così sicuro di se stesso: Jimmy è la sua versione più giovane che non è ancora diventata il serpente che sarà un giorno. Nella serie si vedranno molti aspetti sconosciuti di Saul Goodman: il pubblico l’ha sempre visto nella versione artefatta di se stesso, perfino il suo nome non è quello vero, in realtà si chiama appunto Jimmy McGill, e presenta molti lati differenti, come per esempio il rapporto con la sua famiglia”. 

Si aspettava un tale successo con il personaggio di Saul Goodman? 
B.O.: “Non mi aspettavo questo successo: dovevo essere in tre, al massimo quattro episodi di Breaking Bad ma la gente è impazzita per il personaggio, ancora adesso non so perché, e quindi è cresciuto sempre di più fino a far nascere negli autori l’idea di una serie tutta per sé. Non credo di essere popolare ma apprezzo molto l’affetto del pubblico. È una cosa difficile da comprendere, continuo a pensare a cose molto semplici come in quale negozio andare per fare la spesa e portare a spasso il cane”. 

Secondo lei perché Saul Goodman piace così tanto al pubblico? 
B.O.: “Sul set della serie all’inizio mi sono semplicemente divertito, solo dopo la crew si è fomentata sul serio per Saul: Breaking Bad era così dark e teso che il mio personaggio ci voleva, ha abbassato la tensione, quasi tutte le battute sono le sue. È piaciuto talmente tanto che gli autori hanno deciso di dedicargli uno spin-off. Sono rimasto molto sorpreso anche io, pensavo fosse un personaggio simpatico ma non che il pubblico impazzisse così per lui”. 

Tra Jimmy e Saul chi preferisce interpretare? La parlantina vulcanica dei personaggi è anche la sua? 
B.O.: “Preferisco Jimmy, è più empatico, apprezzo i suoi sforzi, amo il suo essere motivato e non ancora corrotto. Saul mi diverte molto ma simpatizzo più per Jimmy: lo capisco più di Saul, capisco il dolore che prova. Per quanto riguarda la parlata quella è recitazione, io non sono così, la scrittura è tutto, è un personaggio, non è come me”. 

A proposito di scrittura: qual è il suo rapporto con Vince Gilligan, creatore di Breaking Bad, e Peter Gould, autore del personaggio di Saul Goodman? 
B.O.: “Sto sulle spalle dei giganti: i creatori sono eccezionali, il motivo del successo sono loro, non io. Non ho scritto il personaggio, mi sono semplicemente trovato di fronte una sceneggiatura eccezionale. Per Better Call Saul volevo trovare una mia strada per interpretarlo.Mi piace molto interpretare questo personaggio e il nocciolo della nuova serie è scoprire cosa ha portato Saul a essere Saul, ovvero un uomo che ha una sua genialità, non si fa fermare da nulla, è convincente ma allo stesso tempo è un perdente: scopriamo infatti che vuole l’attenzione del fratello ma non ci riesce. Ha un grande spirito ma non sa focalizzarlo”. 

Vi siete ispirati a qualche modello in particolare per Better Call Saul? 
B.O.: “Ci siamo ispirati a un grande classico della tv, The Rockford Files (in Italia Agenzia Rockford ndr): Vince Gilligan voleva dare a Better Call Saul l’atmosfera dei vecchi show televisivi, infondendogli un’aura vintage”. 

Da spettatore ama altre serie tv? 
B.O.: “Amo molto una serie inglese, The Royle Family, è meravigliosa, molto asciutta, devi dargli la possibilità di prenderti, è una commedia ma è piena di rabbia e frustrazione: in quella serie le persone sono così cattive, è meraviglioso! Si fanno a pezzi ma allo stesso tempo si vogliono bene, per me è molto simile alla vita, per questo la amo. Mi piacciono tanti tipi di serie diverse, ma preferisco quelle realistiche”. 

Lei ha cominciato come sceneggiatore, è felice di essere diventato famoso come attore? 
B.O.: “Ho fatto così tanto nel campo dell’intrattenimento: ho scritto, ho prodotto, ho recitato in moltissime cose, ma non avevo mai raggiunto un successo tale da poter entrare in connessione con così tante persone come con Breaking Bad: per me è una sorpresa e una shock e ancora adesso non so come affrontarlo. Sono entrato in questo business scrivendo commedie brevi, è una cosa che mi rendeva felice, e forse non ho mai pensato di poter raggiungere questo successo, non sono sicuro che per me abbia lo stesso valore di una persona che ha cominciato come attore”. 

Come sceglie i suoi personaggi? Quest’anno ha interpretato l’agente Bill Oswalt in Fargo, personaggio molto diverso da Saul Goodman. 
B.O.: “Non ho preferenze, cerco sempre personaggi che abbiano sfaccettature, come nella serie Fargo: lì i personaggi sono allo stesso tempo divertenti, ostinati e poi si scoprono sempre nuovi lati. La televisione è fantastica perché ti offre più tempo per esplorare i personaggi. Al cinema la gente ormai vede solo storie di effetti speciali e credo che invece sia affamata di storie vere”. 

Un aneddoto curioso sul suo personaggio? 
B.O.: “Da quando interpreto Saul mi si avvicinano spesso degli avvocati dicendomi: sono un avvocato anche io e sono esattamente come Saul! Mi lasciano sempre perplesso”. 

Infine la domanda che tutti si stanno facendo: oltre alle facce note di Breaking Bad che tornano nei primi due episodi, in Better Call Saul rivedremo altri personaggi e soprattutto Walter White e Jesse Pinkman? 
B.O.: “Sì vedrete altre facce note: non vedrete però Jesse e Walter. Almeno nella prima stagione. La seconda stagione è già stata confermata: siamo fortunati. Speriamo di mantenere alto l’interesse del pubblico. Pregate per le persone della tv: Signore veglia su di loro!”.


giovedì 5 febbraio 2015

“TURNER”: HERE COMES THE SUN

Il regista Mike Leigh racconta la vita fatta di contrasti del pittore William Turner, sublime catturatore di luce, interpretato da Timothy Spall, premiato a Cannes come migliore attore protagonista 



La sublime potenza della luce catturata su una tela, lo splendore eterno del sole e la vita di un semplice uomo per sua natura trascinato verso il basso dall’effimera esistenza umana, appesantita da bisogni fisiologici, paure, dolori e passioni, ma in grado di elevarsi sopra i suoi simili grazie a un dono quasi mistico: maestro dalla pittura paesaggistica e mago del colore, tanto da anticipare il movimento Impressionista, Joseph Mallord William Turner è uno dei grandi dell’800, entrato alla Royal Academy of Arts a soli 14 anni e noto con il soprannome di “pittore della luce”. 

Una figura in genere poco approfondita, di cui si conoscono lo stile e le tele più famose, ma che raramente è apprezzata andando oltre l’osservazione dei suoi quadri alla National Gallery di Londra. In netto contrasto con la bellezza quasi eterea dei suoi acquerelli marini o la forza pastosa dei suoi paesaggi più drammatici, il Turner privato era un uomo come tanti, non bello, sgraziato, con un rapporto difficile con la madre e la moglie, distrutto dal dolore prima per la perdita dell’amata sorella e poi del padre, barbiere illetterato divenuto il suo primo ammiratore e assistente, la cui scomparsa gettò il pittore in una profonda depressione. Amante del cibo, del vino, del sesso e dell’ironia, Turner non accettava compromessi, non sopportava la stupidità e si esprimeva spesso con grugniti e monosillabi, dando di sé un’immagine non propriamente amabile, in netto contrasto con la bellezza struggente delle sue opere. 

Una figura dunque piena di contrasti, fatta di luce e buio, in cui sublime e terreno si fondono, creando un personaggio affascinante, che non poteva non intrigare Mike Leigh, regista inglese che ha fatto del racconto della vita quotidiana anche nei suoi aspetti più sgradevoli il suo tratto distintivo. Rimanendo fedele alla sua idea di cinema, Leigh non realizza un classico biopic in cui la vita del personaggio in questione è raccontata per filo e per segno, ma sceglie di analizzare gli ultimi 26 anni del pittore, ormai adulto e affermato, in lotta con i suoi demoni interiori e perennemente in contatto con la morte e la perdita. Per raccontare Turner e la vita della prima metà dell”800, Leigh compie un grandissimo lavoro di ricostruzione storica, non abbellendo i suoi personaggi rendendoli più simili ai canoni estetici di oggi e curando tutto nei minimi dettagli, dalla sporcizia degli ambienti al decadimento di pelle e denti, fino a non far lavare con frequenza i capelli ai suoi attori, per rendere i personaggi il più verosimili possibile. 

Attraverso il racconto di vari episodi della vita di Turner, Leigh costruisce un racconto che ha il grande respiro della vita, in cui ogni frammento va a comporre un disegno più grande, come se ogni momento rappresentato fosse una pennellata all’interno di una tela, creando un parallelo interessante tra il lavoro del pittore e quello del regista, entrambi intenti a catturare la vita nelle loro opere. 

Ad aiutare il regista nella sua impresa sono la straordinaria fotografia di Dick Pope, che fa davvero risplendere la pellicola di luce, quasi come se l’essenza dell’arte di Turner si materializzasse a ogni fotogramma, e il suo protagonista, Timothy Spall, un Turner sanguigno e vorace, intento a sputare sulle sue tele, a gettarsi sui colori come un animale, in grado di dare sfumature diverse a grugniti e versi gutturali, dando corpo e spessore alla sua interpretazione, per la quale si è preparato due anni e mezzo imparando davvero a dipingere, e per cui è stato premiato come migliore attore al Festival di Cannes. 

Notevoli anche le prove delle due donne fondamentali nella vita del pittore: Sophia Booth, proprietaria di una locanda rimasta due volte vedova che si occupa di Turner negli ultimi anni della sua vita, interpretata da Marion Bailey, che compie uno straordinario lavoro sull’accento e sulla risata che caratterizza il personaggio, e soprattutto Hannah Danby, la sua domestica, trattata come un oggetto dall’artista, utilizzata per le sue repentine voglie sessuali e poi immediatamente dimenticata e lasciata sullo sfondo, che, grazie all’intensità di Dorothy Atkinson, in grado di comunicare tutta la sofferenza e anche la tenerezza del suo personaggio senza pronunciare quasi mai parola, è lo sguardo in contrasto con quello di Turner, relegata a una dimensione piccola e oscura, ma in grado comunque di compiere grandi sacrifici in nome del bello e dell’amore. 

Turner è dunque un viaggio alla scoperta di uomo normale dotato di un dono straordinario, ma anche una riflessione sull’arte, la perdita e la morte, sul progresso e sul significato di essere artisti, sulla bellezza sorprendente che può trovarsi in brevi attimi della vita di una persona, importanti e allo stesso tempo insignificanti di fronte alla magnificenza e alla grandezza della natura, rappresentata dal sole, potenza divina in grado di ispirare una vita intera.

Timothy Spall


La citazione: "Il Sole è dio"

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥♥

Uscita italiana: 29 gennaio 2015

Titolo originale: Mr. Turner
Regia: Mike Leigh
Anno: 2015
Cast: Timothy Spall
Colore: colore
Durata: 149 minuti
Genere: biografico
Sceneggiatura: Mike Leigh
Fotografia: Dick Pope
Montaggio: Jon Gregory
Musica: Gary Yershon
Paese di produzione: Regno Unito
Casa di produzione: Film4, Focus Feature International
Distribuzione italiana: BIM Distribuzione


sabato 17 gennaio 2015

“ITALO”: VIDEOINTERVISTA A MARCO BOCCI E AL CAST

Abbiamo incontrato la regista Alessia Scarso e gli attori Marco Bocci, Elena Radonicich e Barbara Tabita, protagonisti di Italo, da questa settimana al cinema. Il film è ispirato alla storia vera di un meticcio divenuto un cittadino ufficiale di Scicli, città in provincia di Ragusa 


Pelo color miele, sguardo intelligente e una spiccata propensione a socializzare: Italo Barocco non è una persona, ma per gli abitanti di Scicli, città in provincia di Ragusa, è diventato ben presto un cittadino ufficiale. Comparso dal nulla in paese intorno al 2009, il cane si è fatto subito notare, partecipando alle funzioni religiose in Chiesa, accompagnando a casa le ragazze la sera tardi, facendo da guida ai turisti e guardando i film al cinema come uno spettatore qualsiasi. Adottato dal comune e ribattezzato Italo Barocco, in onore del barocco siciliano, il cane ha ora attirato l’attenzione del cinema. 

A trasformare la storia di Italo in un film è la regista siciliana Alessia Scarso, qui al suo esordio, che ha portato sullo schermo i colori caldi della sua terra, aiutata da un cast composto soprattutto da bambini, dal cane-attore Tomak, addestrato da Massimo Parla, e dagli interpreti Marco Bocci, amato dal pubblico soprattutto grazie al ruolo di Domenico Calcaterra in Squadra Antimafia – Palermo oggi, al suo primo ruolo da protagonista in un film, Barbara Tabita e Elena Radonicich. Bocci è Antonio Blanco, sindaco di Scicli rimasto vedovo, che deve affrontare in campagna elettorale la candidata Luisa Nigro (Tabita), vistosa nei modi e negli abiti, dovendo contemporaneamente gestire la malinconia del figlio Meno e la sua attrazione per la nuova insegnante della scuola elementare, Elena (Radonicich). 

Abbiamo parlato del film con la regista Alessia Scarso e con i protagonisti Marco Bocci, Barbara Tabita e Elena Radonicich.





Pubblicato su Ciak Magazine.

martedì 23 dicembre 2014

“UN NATALE STUPEFACENTE”: VIDEOINTERVISTA A LILLO E GREG

Abbiamo incontrato i protagonisti di Un Natale Stupefacente, 31esimo film di Natale prodotto dalla Filmauro di Aurelio e Luigi De Laurentiis, Lillo e Greg e Ambra Angiolini, insieme al regista e sceneggiatore Volfango De Biasi. 

Fare un cinepanettone diverso è possibile? Il duo comico formato da Lillo e Greg e il regista e sceneggiatore Volfango De Biasi, che hanno già lavorato insieme agli ultimi due “cinepanettoni classici”, ovvero Colpi di Fulmine e Colpi di Fortuna, pensano di sì e questo Natale, che segna il 31esimo anniversario dei film delle feste prodotti dalla Filmauro di Aurelio e Luigi De Laurentiis, si sono imbarcati in una sfida: rinnovare un genere amato quanto criticato. Abbandonata la struttura a episodi e le gag più “corporali” dell’era Boldi e De Sica, il trio si è concentrato su una storia fluida, in cui i diversi protagonisti interagiscono costantemente l’un l’altro.





Pubblicato su Ciak Magazine.

martedì 9 dicembre 2014

Magic in the Moonlight – A kind of magic

Dopo Midnight in Paris, Woody Allen torna nella Francia degli anni '20, imbastendo un racconto formato dagli elementi migliori delle sue commedie più riuscite degli ultimi dieci anni, interrogandosi ancora una volta sull'amore e sulle illusioni, e infondendo alla pellicola una luce e dei colori mai visti prima nella sua opera 




Berlino, 1928, spettacolo di magia: il prestigiatore Wei Ling Soo riesce a far sparire un elefante sulle note di Stravinsky, lasciando il pubblico stupefatto. Nonostante la sincera meraviglia degli spettatori, nei suoi prodigi non c'è nulla di vero, il mago non è nemmeno un vero cinese: sotto i baffi finti di Wei si cela infatti l'inglesissimo Stanley (Colin Firth), misantropo in grado di creare illusioni meravigliose. Chiamato dal collega e amico Howard (Simon McBurney) a smascherare Sophie (Emma Stone), una sedicente medium che ha stregato il rampollo della ricca famiglia Catledge, il disincantato Stanley si reca nel sud della Francia, intento a provare a tutti, e soprattutto a se stesso, che non c'è altro a questo mondo se non la realtà materiale e i trucchi che da secoli l'uomo mette in pratica per convincersi che non sia così. Le certezze del mago vacillano però quando si trova di fronte il sorriso della giovane Sophie, sensitiva che sembra leggergli nella mente soprattutto grazie ai suoi occhi luminosi. 

Tornato in Francia a tre anni di distanza da Midnight in Paris, Woody Allen continua a farsi ispirare dall'Europa - anche se, come ha dimostrato la precedente pellicola Blue Jasmine, la musa che lo ispira meglio continua a essere New York - e dopo aver celebrato Londra, Barcellona, Parigi e Roma, si concede ora un lussuoso soggiorno sulle spiagge della Costa Azzurra, imbastendo un racconto che recupera gli elementi migliori delle sue commedie dell'ultimo decennio. In Magic in the Moonlight c'è infatti la Francia degli anni '20, con il jazz e gli abiti per ballare il charleston, come in Midnight in Paris, al centro di tutto c'è la magia come in Scoop e come in Basta che funzioni i protagonisti sono una classica “strana coppia”, formata da un misantropo disilluso e nichilista e una giovane ragazza che mette in discussione la sua intera esistenza. 

Protagonisti della pellicola sono il sempre sofisticato ed elegante Colin Firth, irresistibile e cinico al punto da essere insopportabile e allo stesso tempo esilarante, ed Emma Stone, sirena che offusca la razionalità del primo: tra corse in costiera e dissertazioni sull'amore, i due instaurano un balletto verbale a tempo di swing, che tocca ancora una volta il tema caro ad Allen della felicità vista come trucco con cui beffare la morte e il nulla, secondo cui qualsiasi attimo di piacere e gioia va afferrato con la consapevolezza che è sì un'illusione, ma che, se ci rende felici, “basta che funzioni”. 

Al di là della trama simile, e affrontata forse con maggiore brillantezza in passato, ad altre pellicole del regista newyorchese, resa comunque piacevole grazie ai due ottimi protagonisti, la vera bellezza e novità di Magic in the Moonlight sta nella luce e nei colori: quasi mai in un film di Allen c'era stata una ricchezza tale di sfumature e luminosità, abbagliante di giorno ed effettivamente magica al chiaro di luna. 

La felicità sarà anche un'illusione e il mondo un posto infelice e ingannevole, ma di fronte a tanta luminosa bellezza non si può restare indifferenti.

Colin Firth ed Emma Stone


La citazione: "Tu sei la prova che c'è di più: più mistero, più magia"

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥

Uscita italiana: 4 dicembre 2014


Titolo originale: Magic in the Moonlight
Regia: Woody Allen
Anno: 2014
Cast: Colin Firth, Emma Stone, Eileen Atkins, Simon McBurney, Jacki Weaver, Marcia Gay Harden, Hamish Linklater
Colore: colore
Durata: 97 minuti
Genere: commedia
Sceneggiatura: Woody Allen
Fotografia: Darius Khondji
Montaggio: Alisa Lepselter
Musica: autori vari
Paese di produzione: USA
Casa di produzione: Perdido Productions
Distribuzione italiana: Warner Bros.





Pubblicato su XL.


venerdì 28 novembre 2014

Star Wars: The Force Awakens teaser trailer, che il fomento sia con te



Finalmente è uscito: più atteso del terzo segreto di Fatima, più bramato dell' Oreo gigante di Tesoro, mi sono ristretti i ragazzi (perché voi non sbavavate quando i ragazzini affondavano la faccia in quella crema pannosa?!): il teaser trailer di Star Wars VII: The Force Awakens è stato lanciato nella rete, quello vero, non il (seppur simpatico) fake con Yoda.

Direte voi: che cosa potrà mai esserci in 70 secondi di trailer di così sconvolgente?
Beh facile: tutto e niente, bagliori che fanno intravedere forse il film definitivo della storia del cinema e allo stesso tempo il mistero più assoluto.

Facciamo un passo indietro.

J.J. Abrams, eroe assoluto da queste parti per aver creato quelle perle (sì perle!) di Lost, Fringe e Super8, autore a volte geniale e mago del marketing, erede designato da Spielberg in persona per tutto ciò che riguarda il sognare in grande sullo schermo, era stato accusato di essere una scelta tremenda per i nuovi film ambientati in una galassia lontana.
Soprannominato malevolmente da alcuni (senza cuore, ingrati, miscredenti) "Jar Jar Abrams", insulto massimo, Abrams non ha sentito nessuno ed è andato avanti col suo lavoro. Anche quando Harrison "Han Solo" Ford si rompeva un femore sul suo set.

Dopo aver rilanciato al cinema Star Trek, Abrams si appresta a diventare lo starman ufficiale del cinema contemporaneo: e finalmente è arrivato un assaggio del suo lavoro.

Scritto da Abrams insieme a Lawrence Kasdan, autore di L'impero colpisce ancora, ovvero il capitolo migliore della saga, almeno fino a ora, Star Wars:The Force Awakens è ambientato 30 anni dopo i fatti di Il ritorno dello Jedi e vede per alla produzione per la prima volta insieme la Lucasfilm e la Disney. Un binomio che fa paura a molti.

Ma passiamo al trailer: cielo azzurro e sabbia, siamo su Tatooine e uno stormtrooper si leva il casco mentre una voce profonda dice solenne "C'è stato un risveglio. L'hai sentito?". 
Già con questi pochi secondi si è scatenato un polverone: la voce sembra quella di Benedict Cumberbatch e si è creato il panico. Dovrebbe essere stato confermato che sia in realtà di Andy Serkis ma non si sa mai, dopo averci lavorato in Star Trek Into Darkeness Abrams potrebbe farci il sorpresone.
Secondo hot topic: lo stormtrooper è di colore. No, non è (almeno spero) un commento razzista, ma la prova che nel nuovo film la fanteria imperiale non è formata da cloni.




Da qui si succedono rapidamente una serie di immagini  epiche:


1) IL ROBOT A PALLA ROTANTE

Ha la testa di R2D2 e il corpo da super tele. Già lo amo.




2) RAGAZZA SU UNA MOTO TOSTA-PANE

Giovane, carina e molto somigliante a Natalie Portman (sembrerebbe Daisy Ridley): mi sto già facendo pippe mentali assurde o potrebbe essere discendente di Skywalker e forse la nuova jedi della saga? Comunque la moto volante tostapane è fichissima.




3) UN SIMIL DARTH CON SPADA A CROCE (!!!!!)

Il momento in cui tutti, nel bene e nel male, hanno avuto un colpo al cuore: la spada laser, una delle invenzioni più geniali non solo del cinema ma della storia dell'umanità tutta, il principale motivo di successo e amore incondizionato di questa saga, poche storie è così, in questo settimo film si è evoluta, con un'impugnatura anche questa fatta di laser. Sistema per evitare la mozzatura delle mani (magari brevettata proprio da Luke in persona)? Bestemmia per i puristi, bestemmia pure per i cattolici che sicuramente avranno da ridire sul fatto che sia infuocata e sembri una croce rovesciata (già me li vedo: Star Wars film di Satana!)? Dite quello che vi pare ma è talmente tamarra che è già
amore.




4) IL MILLENNIUM FALCON

E questo invece è il momento in cui è scesa una lacrima.





In pochissimi secondi quel sadico di Abrams ci ha fatto intuire un film maestoso, con effetti speciali pazzeschi e pieno di nuove trovate, che cercano di sviluppare la saga ma allo stesso tempo partono dai vecchi film. Allo stesso tempo non si capisce nulla: insomma, in poco più di un minuto questo teaser ha polverizzato tutte le prossime uscite cinematografiche future da qui a dicembre 2015, data di uscita del film. Ora troppo, davvero troppo lontana.

L'avrò visto già 10 volte: fino a Natale 2015 sarà davvero dura.


Ecco il trailer in inglese (con la voce misteriosa):




E la versione in italiano:






lunedì 24 novembre 2014

Hunger Games: Il canto della rivolta parte 1 – Fuori dall’arena la rivoluzione è mediatica

Arriva in sala il terzo capitolo di Hunger Games, tratto dall’omonima saga letteraria di Suzanne Collins, prima parte dell’ultimo tomo, diviso in due per il cinema, che fa da prologo al gran finale previsto per il prossimo anno 



Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) sta alle eroine delle saghe cinematografiche così come Mulan alle principesse Disney: la giovane abitante di Panem, letale con l’arco e divisa tra l’amore di Gale (Liam Hemsworth) e quello di Peeta (Josh Hutcherson), rappresenta un punto di svolta nei blockbuster destinati ai più giovani, proprio come la ragazza cinese che, osando sfidare perfino gli Unni e l’Imperatore, salva sia il suo popolo che l’uomo che ama, riscattando decine di principesse che prima di lei si erano limitate a sposarsi e a farsi soccorrere dal principe azzurro. Contrariamente a quanto accaduto a Mulan però, Katniss non è costretta a fingersi uomo, anzi, usa il suo aspetto femminile e alcuni degli artifici tipici del gentil sesso, come il trucco e i vestiti, quali mezzi da usare nella sua battaglia, dapprima personale e poi universale, al pari delle frecce, trasformandosi così in un personaggio a tutto tondo che non rientra né nello stereotipo della “donzella indifesa e innamorata”, né in quello del “maschiaccio”. Una figura praticamente inedita in questo genere di film, fatto che trasforma la protagonista di Hunger Games in una figura di rottura destinata a diventare un’icona. 

Grazie a questo aspetto, e a un’idea di base che unisce caratteristiche dell’antica Roma alle strategie di comunicazione tipiche del nostro tempo, la saga, tratta dai romanzi di Suzanne Collins, è sicuramente uno dei franchise per ragazzi più interessanti degli ultimi anni, anche grazie alla sua protagonista, Jennifer Lawrence, per una volta non emaciata e dai lineamenti delicati come altre eroine, ma con un physique du role adatto al ruolo che interpreta. 

Dopo due film incentrati sui giochi, in cui i tributi dei vari distretti devono uccidersi tra loro, il terzo capitolo di Hunger Games si affaccia fuori dall’arena e affronta una guerra più sottile e subdola: lo scontro tra i ribelli simboleggiati da Katniss e il presidente Snow (Donald Sutherland) è una lotta che va avanti a colpi di spot e proclami mediatici, in cui le crudeli azioni militari sono portate avanti in funzione di ottenere video con cui plasmare l’opinione delle masse, pronte a credere al testimonial più convincente piuttosto che ai fatti. 

In Il canto della rivolta – parte 1, l’ex ragazza di fuoco è chiamata a diventare il simbolo della ribellione contro Capitol City, centro di potere di Panem: a puntare tutto su Katniss è Plutarch Heavensbee (Philip Seymour Hoffman), braccio destro di Alma Coin (Julianne Moore), presidente del tredicesimo distretto e capo della rivolta contro Snow. Coin fa di Katniss il volto della lotta contro il potere, ingaggiando appositamente un team di registi e operatori incaricati di girare dei video da usare come scintille per innescare la reazione a catena che deve portare al rovescio del governo di Capitol City. Divenuta così “la ghiandaia imitatrice”, Katniss accetta di combattere ma allo stesso tempo ha un pensiero che la assilla: la salvezza di Peeta, prigioniero di Snow divenuto la sua arma di propaganda anti-ribelli. 

I temi affrontati in questo terzo capitolo fanno fare un balzo in avanti alla saga, riuscendo a trasformare Hunger Games in qualcosa di più di una semplice versione americana del fumetto giapponese Battle Royale, offrendo spunti interessanti come l’importanza sempre più cruciale del marketing e della comunicazione, della potenza enorme che può avere un simbolo, e costruendo anche un discorso sul cinema stesso, mezzo in grado di creare storie ed eroi grazie all’uso delle immagini (la stessa Katniss viene ripresa, a volte addirittura davanti a un green screen e altre sul campo, creando un curioso effetto meta-cinematografico). Il canto della rivolta parte 1 è dunque, fino a ora, il capitolo più maturo e dark della saga, ma, nonostante i diversi aspetti positivi, deve piegarsi a una forza più grande: gli interessi economici. Seguendo la scia di Warner Bros. e della Summit Entertainment, che hanno sdoppiato in due i finali di Harry Potter e Twilight, anche la Lions Gate ha deciso di dividere in due il terzo e ultimo capitolo di Hunger Games, andando incontro a un allungamento eccessivo e sproporzionato della storia: questa prima parte è un preludio dilatato che invoglia lo spettatore ma che non decolla mai, preparando il terreno alla conclusione in cui, si presume, esploderà davvero tutto il potenziale della saga.

In questo terzo capitolo tutto è sacrificato in favore dei tormenti interiori della protagonista, divisa non solo tra i suoi due amati, Peeta e Gale, ma anche nel suo ruolo, non abbracciando in pieno l’incarico di “simbolo” e anteponendo spesso i suoi sentimenti personali al bene della comunità. In questo modo diversi personaggi sono sacrificati, Peeta e Gale in primis, ma anche Finnick (Sam Claflin) e gli stessi Plutarch, Coin e Snow, relegati a poche scene. Tutto il peso della pellicola ricade dunque sulle spalle larghe della protagonista, che, chiamata ad affrontare diverse scene drammatiche, risulta meno convincente rispetto alla prova data nelle scene d’azione viste nei capitoli precedenti, peccando spesso di recitazione esagerata e sopra le righe. L’overacting della Lawrence è sottolineato maggiormente quando si trova a recitare di fronte ad artisti raffinati come Julianne Moore, perfetta anche di fronte a un microfono, Philip Seymour Hoffman, in una delle sue ultime prove, o anche Elizabeth Banks, che fornisce gli unici momenti di humor del film, e Woody Harrelson, che ha pochissime battute ma quando prende la parola ruba la scena a chiunque. 

Questo “promo”del finale sembra dunque un girare a vuoto, che cerca in continuazione di mettere in scena il dramma senza mai emozionare realmente e che diventa davvero interessante proprio negli ultimi minuti, lasciando con la sgradevole sensazione di aver assistito a un qualcosa di semplice “passaggio”. 

Aspettiamo dunque il prossimo anno in cui, ed è strano dirlo, speriamo di “bruciare” davvero insieme ai ribelli di Panem e alla loro ghiandaia imitatrice.

Jennifer Lawrence e Julianne Moore


La citazione: "Se noi bruciamo, voi bruciate con noi"

Hearting/Cuorometro: ♥♥1/2

Uscita italiana: 20 novembre 2014


Titolo originale: The Hunger Games: Mockingjay - Part 1
Regia: Francis Lawrence
Anno: 2014
Cast: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Julianne Moore, Philip Seymour Hoffman, Donald Sutherland, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Jeffrey Wright, Stanley Tucci, Sam Claflin, Natalie Dormer, Willow Shields
Colore: colore
Durata: 123 minuti
Genere: avventura
Sceneggiatura: Danny Strong, Peter Craig
Fotografia: Jo Willems
Montaggio: Alan Edward Bell, Mark Yoshikawa
Musica: James Newton Howard
Paese di produzione: USA
Casa di produzione: Lions Gate
Distribuzione italiana: Universal Pictures




Pubblicato XL.


domenica 16 novembre 2014

Frank

La pellicola di Lenny Abrahamson, liberamente ispirata alla vera storia di Chris Sievey, comico inglese creatore dell'alter ego Frank Sidebottom, è un viaggio fisico e spirituale attraverso i meandri insondabili della creazione artistica, che spesso si accompagna a esperienze traumatiche e follia, incarnate nel volto impassibile e grottesco di Frank, cantante e artista puro e fragile, che indossa una maschera per isolarsi dal mondo, coprendo così il volto bellissimo di Michael Fassbender, qui a una delle prove più coraggiose della sua carriera 




Contrariamente a quanto la società contemporanea voglia farci credere, essere un artista, un vero artista, e non un semplice personaggio costruito a tavolino, non è una cosa che si può decidere così su due piedi: lo scopre a sue spese Jon (Domnhall Gleeson), aspirante musicista che cerca con ostinazione una sua voce originale per scrivere canzoni, ma che non riesce a trovare nulla che lo ispiri. Diviso tra un grigio lavoro in ufficio e i suoi sogni di gloria repressi, Jon ha un colpo di fortuna inaspettato: è chiamato a sostituire il tastierista dei Soronprfbs, band sperimentale dal nome impronunciabile, guidati da Frank (Michael Fassbender), musicista che si lascia ispirare da qualsiasi cosa, perfino un filo tirato della moquette, che vive le sette note come un flusso continuo di coscienza, in cui può perdersi e ritrovarsi ogni volta, e che ha un rapporto conflittuale con il mondo esterno: rinchiuso per anni in un istituto psichiatrico, Frank indossa un'enorme testa di resina sul volto, che non toglie nemmeno per mangiare o lavarsi. 

Segregato per più di un anno in una baita insieme alla band, tra cui spicca la passionale e pericolosa Clara (Maggie Gyllenhaal), artista pura e dura incapace di scendere a compromessi quando si tratta di musica, Jon si lascia guidare dai suoi strampalati e geniali compagni di viaggio nel mondo dell'arte più intima e istintiva, quella che nasce a causa dell'esigenza quasi fisiologica di esprimersi e di dare forma a sentimenti ed emozioni che sembrano sorgere spontaneamente, senza il bisogno di avere necessariamente un pubblico, un mondo e un modo di sentire cui il ragazzo, privo di talento, non appartiene e che, una volta compresa l'amara verità, cerca di trasformare in successo personale, cavalcando l'onda della curiosità morbosa della società moderna per tutto ciò che è singolare e diverso. Durante il suo anno formativo, Jon riprende la band, e in particolare Frank, trasformandola in un fenomeno di internet postando foto e video del cantante durante i suoi eccessi creativi, guadagnandosi così la possibilità di suonare a un importante festival musicale. 

Commedia brillante che si trasforma pian piano in un dramma amaro, Frank, pellicola dell'irlandese Lenny Abrahamson, liberamente ispirata alla vita del comico Chris Sievey, creatore del suo alter ego musicale Frank Sidebottom, che indossava davvero una testa di cartapesta come quella del film, è una riflessione originale sull'arte e sulla sua origine: sempre più difficile da trovare oggi, in un mondo in cui le immagini e i tweet si sono sostituiti alle parole e alle note, l'arte è vista nel film come un dono, e allo stesso tempo un peso, che viene da un'altra dimensione, diversa da quella dell'immagine e del desiderio di successo. Frank e la sua band sono persone che hanno subito esperienze traumatiche, psicologicamente fragili e disconnesse dal senso comune, a cui occhi sembrano quasi dei bambini intenti a giocare con cose più grandi di loro. Paradossalmente, negli occhi fissi di Frank, c'è però molta più umanità che non in quelli di Jon, spugna che assorbe quanto più possibile dalla sua talentuosa guida e che non restituisce nulla se non un'immagine che non rispecchia la vera sensibilità del musicista, di cui il pubblico ama la stranezza senza aver mai sentito nemmeno una sua nota. 

Il difficile compito di parlare del talento come di una malattia, che consuma ed eleva allo stesso tempo il suo portatore, è affidato sulle spalle di Michael Fassbender, interprete ormai lanciatissimo nello star system hollywoodiano, che qui sceglie di rinunciare al suo volto da copertina per mettersi alla prova in un ruolo difficilissimo, in cui la fisicità e la capacità di emozionare con la voce sono le uniche armi a disposizione. Grazie a un'interpretazione incredibile, in cui ogni gesto ha un significato ben preciso e la presenza fisica diventa vera e propria mimica espressiva, l'attore irlandese fornisce una prova brillante, riuscendo a infondere un'umanità struggente a una maschera immobile. A fare da contraltare a Fassbender è Domnhall Gleeson, figlio d'arte di Brendan, per una volta all'altezza del genitore, che, dopo le prove convincenti in Il Grinta e soprattutto in Questione di tempo, si conferma un talento poliedrico, in grado di giocare brillantemente con toni comici e drammatici e che per questo rende più amara la parabola del suo personaggio, che, più o meno volontariamente, cerca di mercificare e normalizzare qualcosa di unico e bello, che nasce da esperienze, incomprensibili per chi non le prova, come la malattia mentale e la sofferenza interiore. 

Se dovessimo fornire una recensione del film utilizzando soltanto la descrizione della nostra espressione facciale, proprio come fa Frank nella pellicola, potremmo dire che è un sorriso a labbra chiuse seguito da una lacrima liberatoria.

Michael Fassbender


La citazione: "Sarebbe d'aiuto se comunicassi le mie espressioni facciali? Sorriso cordiale "

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥1/2

Uscita italiana: 13 novembre 2014


Titolo originale: Frank
Regia: Lenny Abrahamson
Anno: 2014
Cast: Michael Fassbender, Domnhall Gleeson, Maggie Gyllenhaal, Scoot McNairy
Colore: colore
Durata: 95 minuti
Genere: commedia drammatica
Sceneggiatura: Jon Ronson, Peter Straughan
Fotografia: James Mather
Montaggio: Nathan Nugent
Musica: Stephen Rennicks
Paese di produzione: Regno Unito, Irlanda
Casa di produzione: Film4
Distribuzione italiana: I Wonder Pictures




Pubblicato su XL.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...