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giovedì 5 febbraio 2015

“TURNER”: HERE COMES THE SUN

Il regista Mike Leigh racconta la vita fatta di contrasti del pittore William Turner, sublime catturatore di luce, interpretato da Timothy Spall, premiato a Cannes come migliore attore protagonista 



La sublime potenza della luce catturata su una tela, lo splendore eterno del sole e la vita di un semplice uomo per sua natura trascinato verso il basso dall’effimera esistenza umana, appesantita da bisogni fisiologici, paure, dolori e passioni, ma in grado di elevarsi sopra i suoi simili grazie a un dono quasi mistico: maestro dalla pittura paesaggistica e mago del colore, tanto da anticipare il movimento Impressionista, Joseph Mallord William Turner è uno dei grandi dell’800, entrato alla Royal Academy of Arts a soli 14 anni e noto con il soprannome di “pittore della luce”. 

Una figura in genere poco approfondita, di cui si conoscono lo stile e le tele più famose, ma che raramente è apprezzata andando oltre l’osservazione dei suoi quadri alla National Gallery di Londra. In netto contrasto con la bellezza quasi eterea dei suoi acquerelli marini o la forza pastosa dei suoi paesaggi più drammatici, il Turner privato era un uomo come tanti, non bello, sgraziato, con un rapporto difficile con la madre e la moglie, distrutto dal dolore prima per la perdita dell’amata sorella e poi del padre, barbiere illetterato divenuto il suo primo ammiratore e assistente, la cui scomparsa gettò il pittore in una profonda depressione. Amante del cibo, del vino, del sesso e dell’ironia, Turner non accettava compromessi, non sopportava la stupidità e si esprimeva spesso con grugniti e monosillabi, dando di sé un’immagine non propriamente amabile, in netto contrasto con la bellezza struggente delle sue opere. 

Una figura dunque piena di contrasti, fatta di luce e buio, in cui sublime e terreno si fondono, creando un personaggio affascinante, che non poteva non intrigare Mike Leigh, regista inglese che ha fatto del racconto della vita quotidiana anche nei suoi aspetti più sgradevoli il suo tratto distintivo. Rimanendo fedele alla sua idea di cinema, Leigh non realizza un classico biopic in cui la vita del personaggio in questione è raccontata per filo e per segno, ma sceglie di analizzare gli ultimi 26 anni del pittore, ormai adulto e affermato, in lotta con i suoi demoni interiori e perennemente in contatto con la morte e la perdita. Per raccontare Turner e la vita della prima metà dell”800, Leigh compie un grandissimo lavoro di ricostruzione storica, non abbellendo i suoi personaggi rendendoli più simili ai canoni estetici di oggi e curando tutto nei minimi dettagli, dalla sporcizia degli ambienti al decadimento di pelle e denti, fino a non far lavare con frequenza i capelli ai suoi attori, per rendere i personaggi il più verosimili possibile. 

Attraverso il racconto di vari episodi della vita di Turner, Leigh costruisce un racconto che ha il grande respiro della vita, in cui ogni frammento va a comporre un disegno più grande, come se ogni momento rappresentato fosse una pennellata all’interno di una tela, creando un parallelo interessante tra il lavoro del pittore e quello del regista, entrambi intenti a catturare la vita nelle loro opere. 

Ad aiutare il regista nella sua impresa sono la straordinaria fotografia di Dick Pope, che fa davvero risplendere la pellicola di luce, quasi come se l’essenza dell’arte di Turner si materializzasse a ogni fotogramma, e il suo protagonista, Timothy Spall, un Turner sanguigno e vorace, intento a sputare sulle sue tele, a gettarsi sui colori come un animale, in grado di dare sfumature diverse a grugniti e versi gutturali, dando corpo e spessore alla sua interpretazione, per la quale si è preparato due anni e mezzo imparando davvero a dipingere, e per cui è stato premiato come migliore attore al Festival di Cannes. 

Notevoli anche le prove delle due donne fondamentali nella vita del pittore: Sophia Booth, proprietaria di una locanda rimasta due volte vedova che si occupa di Turner negli ultimi anni della sua vita, interpretata da Marion Bailey, che compie uno straordinario lavoro sull’accento e sulla risata che caratterizza il personaggio, e soprattutto Hannah Danby, la sua domestica, trattata come un oggetto dall’artista, utilizzata per le sue repentine voglie sessuali e poi immediatamente dimenticata e lasciata sullo sfondo, che, grazie all’intensità di Dorothy Atkinson, in grado di comunicare tutta la sofferenza e anche la tenerezza del suo personaggio senza pronunciare quasi mai parola, è lo sguardo in contrasto con quello di Turner, relegata a una dimensione piccola e oscura, ma in grado comunque di compiere grandi sacrifici in nome del bello e dell’amore. 

Turner è dunque un viaggio alla scoperta di uomo normale dotato di un dono straordinario, ma anche una riflessione sull’arte, la perdita e la morte, sul progresso e sul significato di essere artisti, sulla bellezza sorprendente che può trovarsi in brevi attimi della vita di una persona, importanti e allo stesso tempo insignificanti di fronte alla magnificenza e alla grandezza della natura, rappresentata dal sole, potenza divina in grado di ispirare una vita intera.

Timothy Spall


La citazione: "Il Sole è dio"

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥♥

Uscita italiana: 29 gennaio 2015

Titolo originale: Mr. Turner
Regia: Mike Leigh
Anno: 2015
Cast: Timothy Spall
Colore: colore
Durata: 149 minuti
Genere: biografico
Sceneggiatura: Mike Leigh
Fotografia: Dick Pope
Montaggio: Jon Gregory
Musica: Gary Yershon
Paese di produzione: Regno Unito
Casa di produzione: Film4, Focus Feature International
Distribuzione italiana: BIM Distribuzione


martedì 9 dicembre 2014

Mommy – And after all you're my wonderwall

Al suo quinto film il regista 25enne Xavier Dolan firma la sua opera più matura e ambiziosa, in bilico tra emozioni sfrenate e ricercatezza formale, animale dal fascino multiforme e dalla carica seduttiva inarrestabile, vincitrice del Premio della giuria al Festival di Cannes 2014




Diane Després (Anne Dorval) è una mamma single sboccata e irascibile, rimasta sola a occuparsi del figlio quindicenne Steve (Antoine-Olivier Pilon), violento e irrefrenabile come lei ma a livelli patologici. Continuamente in conflitto con gli altri e le istituzioni, Steve non ha amici al di fuori di sua madre, cui è legato da un complicato rapporto di amore e odio, che sfocia spesso in liti furibonde ma che ogni tanto è illuminato da disperati gesti d'affetto. Tra loro si inserisce la timida e balbuziente nuova vicina, Kyla (Suzanne Clément), paziente e silenziosa, il completo opposto di Diane e Steve: grazie a questo terzo elemento, il mondo di madre e figlio sembra trovare un insperato equilibrio. 

A soli 25 anni, il regista canadese Xavier Dolan è una delle voci più energiche e particolari del cinema contemporaneo: autore autodidatta e talento poliedrico (è sceneggiatore, regista, montatore, compositore, costumista e spesso anche attore dei suoi film), Dolan ha una carica vitale quasi animalesca e sovversiva che traspare da ogni sua pellicola, a cominciare da J'ai tué ma mère, folgorante esordio firmato ad appena 20 anni. Come nel primo film, in Mommy, sua quinta pellicola vincitrice del Premio della giuria al Festival di Cannes 2014, Dolan si concentra sul rapporto tra una madre e un figlio, allo stesso tempo soffocati e protetti dal reciproco amore: schiacciati e dimenticati da una società che li tiene ai margini, Diane e Steve vivono in un mondo parallelo in cui nessuno prima di Kyla era riuscito a entrare. Per dare la giusta forma alla sua storia, Dolan sceglie di comprimere i personaggi in un formato insolito, un 1:1 che intrappola i suoi protagonisti come pesci in un acquario, rabbiosi per la mancanza di spazio e ossigeno e continuamente sul punto di esplodere. 

Come il suo protagonista, anche il regista è dotato di una carica vitale e una forza elettrica che si fonde con la sua opera: formatosi da solo, cresciuto in un ambiente culturalmente povero e ispirato dai film della sua infanzia, tra cui ricorda spesso Titanic, Batman – Il ritorno e Mamma ho perso l'aereo, Dolan è un talento puro, che si è accresciuto con la forza della sua voglia di fare e sperimentare, a volte incosciente e forse anche compiaciuta, ma di innegabile carica trascinante. Sincero e generoso dietro e davanti la macchina da presa, Dolan non ha paura di piegare il mezzo alle sue regole, creando un cinema totale cui imprime in ogni aspetto la sua personalità, con una decisione e una naturalezza che sorprendono. 

Bipolare e folle nei temi e nello stile, il regista canadese in Mommy riesce a tenere a bada il suo furore cinematografico senza snaturarlo, firmando una delle sue opere più mature e affascinanti, in grado di spiazzare lo spettatore grazie all'uso delle musiche (straordinario il momento in cui il protagonista ascolta "Wonderwall" degli Oasis e la scena finale sulle note di Lana Del Rey) e a dialoghi frenetici: il regista mette una mano davanti alla bocca del pubblico e allo stesso tempo lo bacia, proprio come il protagonista del suo film, in un gioco di forza tra il sentimento più sfrenato e la ricerca della forma perfetta. 

Primo film del regista distribuito in Italia grazie a Good Films, Mommy è una pellicola sorprendente da seguire e vivere fino all'ultimo tragicomico minuto, così come la carriera del suo giovane regista, che speriamo riesca a domare con sempre maggior maestria il suo talento senza snaturarlo.

Antoine-Olivier Pilon


La citazione: "La vita con Steve è come un salto nel vuoto: non sai mai se cadrai in piedi o sbatterai la faccia a terra"

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥♥1/2

Uscita italiana: 4 dicembre 2014


Titolo originale: Mommy
Regia: Xavier Dolan
Anno: 2014
Cast: Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon, Suzanne Clément
Colore: colre
Durata: 134 minuti
Genere: drammatico
Sceneggiatura: Xavier Dolan
Fotografia: André Turpin
Montaggio: Xavier Dolan
Musica: Eduardo Noya
Paese di produzione: Canada
Casa di produzione: Metafilms
Distribuzione italiana: Good Films





Pubblicato su XL.


mercoledì 3 settembre 2014

IL LEONE ALLA CARRIERA FREDERICK WISEMAN: 'POVERO CHI FA A MENO DELL'ARTE'

Per voi una interessante intervista esclusiva con il celebre documentarista americano che è stato appena insignito del Leone d'oro alla carriera alla 71. Mostra del cinema di Venezia. 




Il documentarista americano, autore di opere incredibili come Titicut Follies, La Danse - Le Ballet de l'Opera de Paris e National Gallery, sua ultima fatica girata all'interno del famoso museo di Londra e presentata all'ultimo festival di Cannes, ha ricevuto il Leone d'oro alla carriera alla 71esima Mostra del Cinema di Venezia. Lo abbiamo incontrato per parlare della sua idea di cinema e del suo ultimo lavoro. 

Lo sguardo lucido e curioso di Frederick Wiseman è stato spesso definito "un tesoro americano": nella sua lunga e prolifica carriera di documentarista il regista ha visitato decine di luoghi al cui interno la vita quotidiana e l'ingegno umano si esprimono al meglio, microcosmi di cui svela i segreti e fa diventare metafora universale. Grazie al suo punto di vista preciso e quasi invisibile, Wiseman è in grado di portare lo spettatore all'interno dei luoghi che esplora, facendo vivere allo spettatore le atmosfere e il respiro di quegli ambienti, come se fosse un'ape che osserva silenziosa un mondo rimasto misterioso fino a quel momento. 

DALLA FOLLIA DELLA MENTE AI MISTERI DELLA NATIONAL GALLERY PASSANDO PER L'ARMONIA DELLA DANZA



Dopo aver dissezionato con la cura di un entomologo le stanze di un manicomio psichiatrico in Titicut Follies" (1969), osservato la flora e la fauna di Central Park nel film omonimo (1989), visto volteggiare le ballerine dell'American Ballet Theatre in Ballet (1995) e quelle dell'Opera di Parigi in La Dance (2009) ed essere tornato all'università in At Berkeley" (2013), Frederick Wiseman ha deciso di esplorare le stanze e svelare i segreti della National Gallery, il famoso museo di Londra. Il documentario, intitolato appunto National Gallery, è stato presentato quest'anno al Festival di Cannes, nella sezione Quinzaine des Réalisateurs.

Artista prolifico (ha diretto 41 pellicole in quasi 50 anni), uomo di cultura (ha conseguito due lauree, una, nel 1951, in materie umanistiche al Williams College e l'altra, nel 1954, in economia alla Yale Law School) e membro di diverse associazioni culturali, come Les Amis du Cinéma du Réel Association e Academy of Motion Pictures Arts and Sciences, Frederick Wiseman vedrà presto premiato il suo brillante percorso alla 71esima Mostra del Cinema di Venezia, dove riceverà il Leone d'oro alla carriera insieme a Thelma Schoonmaker, storica montatrice dei film di Martin Scorsese. Per Wiseman si tratta del coronamento di un rapporto fruttuoso: il regista ha infatti partecipato a otto edizioni della Mostra, l'ultima delle quali l'anno scorso, quando presentò fuori concorso il documentario "At Berkeley". 

Abbiamo incontrato il futuro Leone d'oro a Cannes, dove ci ha parlato della sua idea di cinema, di come l'arte sia un valore assolutamente irrinunciabile e della sua ultima fatica, National Gallery, costatagli 14 mesi di lavoro, 12 settimane di riprese e 170 ore di girato per ottenere i 180 splendidi minuti finali. In Italia National Gallery è stato presentato in anteprima al Biografilm Festival di Bologna e sarà distribuito in autunno da I Wonder Pictures in collaborazione con Sky Arte. 


FARSI TROVARE DALL'ARTE



Segue qualche regola particolare quando dirige un film? 

No, l'unica regola che ho è cercare di capire se una scena è buona oppure no. 

È lei a cercare l'argomento dei suoi film o sono i suoi film che trovano lei? 

A volte li trovo per caso. Per esempio ho trovato National Gallery mentre stavo sciando in Svizzera: c'era una donna, un'amica di un mio amico, che lavora alla National Gallery e ha cominciato a parlarmene, abbiamo discusso e lei mi ha detto che avrei dovuto fare un film sulla galleria di Londra. Questa cosa mi è successa diverse volte, certo non sempre sciando in Svizzera! L'argomento mi ha colpito perché trovo che la pittura sia una forma diversa di racconto. 


L'ARTE DI SCOMPARIRE IN MEZZO ALLA FOLLA

Per National Gallery ha girato molte scene tra la folla: è facile scomparire in mezzo alle persone con una macchina da presa? 

In molti dei miei film mi trovo nella condizione di dover lavorare in mezzo alla folla, altre volte invece, come nel film in cui ho girato in un monastero dove in tutto c'erano solo 25 persone, l'atmosfera è più intima. Fondamentalmente cerco di comportarmi in maniera naturale, non provo mai nulla, e in genere le persone si abituano alla telecamera in tre secondi. Per questo film in particolare comunque all'ingresso del museo c'era un cartello che avvertiva i visitatori: quindi chi è stato ripreso lo sapeva e nessuno si è rifiutato di apparire nel film, credo per una combinazione di indifferenza e narcisismo. 


L'ARTE COME VALORE IRRINUNCIABILE



Per la grande massa i musei sono considerati qualcosa di noioso e morto, invece dal suo film emerge che la National Gallery è un microcosmo vitale e pieno di energia in cui dietro ogni dipinto c'è una storia differente: cosa l'ha attratta di più di questo mondo così singolare?

Quando ho cominciato a fare il film pensavo che la cosa più attraente fossero le opere d'arte esposte al museo e invece ho presto scoperto che tutto ciò che c'è dietro le quinte è forse ancora più interessante. Il dipartimento di restauro mi ha affascinato moltissimo: poter vedere cosa c'è al di sotto di un Rembrandt grazie ai raggi X è stata un'esperienza eccezionale, ho potuto vedere sia il dipinto reale che quello originale. Inoltre i restauratori sono delle figure che mi affascinano: devono essere grandi pittori a loro volta, sono tecnicamente impeccabili ma non hanno la fantasia o quel quid che porti alla creazione di un'opera d'arte unica e quindi mettono al servizio del genio la loro tecnica. 

L'arte oggi non è considerata molto attraente, mentre nel film vediamo che nella National Gallery ci sono visite guidate organizzate appositamente per i bambini e per le persone cieche: per lei è stato importante diffondere l'idea che studiare arte e ammirare delle opere sia ancora fondamentale? 

È terribile pensare che ci siano persone che la pensano così, ma in effetti anche nel film parliamo di un aspetto fondamentale nella vita del museo: ovvero come attirare un pubblico. Le persone che pensano che l'arte non sia "cool" si privano di una grande ricchezza: di ogni periodo storico quello che durerà nel tempo è la grande arte, in qualsiasi forma si presenti. Del Medioevo quello che è rimasto vitale sono le grandi chiese, le statue e i dipinti, mentre di quello che è considerato "cool" oggi non si ricorderà nessuno. 

Ha provato un piacere particolare nel poter girare liberamente nella National Gallery? 

È stato un grande privilegio poter girare da solo nel museo quando non c'era nessuno. C'erano comunque delle guardie, forse nel caso impazzissi e rubassi un Rembrandt. Comunque è meraviglioso essere da solo in una galleria vuota: stimola la tua immaginazione. 

Da persona che crea storie, la affascina il fatto che un dipinto racconti una storia con una sola immagine? 

Questo è proprio uno dei punti centrali del film: mettere a confronto varie forme espressive. Un film, un dipinto, una scultura, una coreografia raccontano tutti una storia in modi differenti. I dipinti mi affascinano perché è come se si trattasse di una serie di fotogrammi che raccontano una storia tutti insieme contemporaneamente. 


TUTTA QUESTIONE DI RITMO, EQUILIBRIO E SGUARDO



Lei gira sempre molto materiale: come sceglie cosa mettere nel film definitivo? 

Nel caso di National Gallery avevo materiale per almeno sei ore di film. Ogni volta che giro una scena prendo degli appunti e così facendo già seleziono la metà del materiale. Al momento del montaggio poi effettuo un'ulteriore scrematura e, una volta che ho sotto mano tutte le scene montate candidabili per il montaggio finale, decido quale sarà la struttura del film. Il risultato finale dipende molto da come stanno le scene una accanto all'altra. Quindi non so bene come sarà il film fino a che non mi metto a lavorarci, inizialmente sono sicuro solo dell'idea e delle sensazioni che voglio affrontare. Il montaggio somiglia molto al lavoro dello scrittore: lo scrittore trasmette la sua immaginazione attraverso le parole, io uso il materiale girato. 

Lei attraverso i suoi film riesce a trasmettere il ritmo dei palazzi e degli ambienti: come fa? 

Il ritmo è una cosa che si trova ogni giorno: per esempio mentre si cammina il ritmo dei passi sulla terra scandisce la tua giornata. La stessa cosa succede nei film: al momento del montaggio cerco di trovare un ritmo, accostando determinate sequenze ad altre. C'è anche un ritmo astratto: non si può accostare una scena emotiva con un'altra scena emotiva, c'è un equilibrio da mantenere. 

Nel film si dice che quando rivediamo un'opera questa cambia ogni volta perché muta il nostro sguardo: capita anche a lei rivedendo i suoi film? 

Ogni film è sempre diverso sì, anche se tendenzialmente evito di riguardare i miei vecchi film perché li conosco molto bene: per esempio non credo che dopo Cannes rivedrò National Gallery, l'ho visto talmente tante volte al montaggio, poi una volta finito, poi al festival... Per me è un capitolo chiuso. 

Che cosa l'ha sorpresa di più della National Gallery? C'era qualcosa che non si aspettava?

Non sapevo cosa aspettarmi, prima ero stato un semplice visitatore, ma credo di aver imparato molto su come si legge un dipinto: ascoltando tutte le storie dietro a ogni quadro, ora so come guardare un'opera. Prima sapevo come leggere un romanzo o una poesia, ora so molto di più sull'arte. Per esempio guardando il ritratto che Cézanne ha fatto a suo padre, se non sai che quello è il padre del pittore vedi soltanto il ritratto di un uomo anziano e ti perdi tutto l'affetto che Cézanne ci ha messo nel dipingerlo. Ogni quadro nasconde storie e aneddoti che se non li conosci riducono la tua comprensione dell'opera. 

Parliamo della lunghezza dei suoi film: crede che le tre ore di "National Gallery" possano spaventare il pubblico? 

Non decido a monte quanto durerà un mio film: la forma definitiva dipende dal materiale che ho girato. Possiamo dire che in un certo senso è il film stesso che decide la sua durata. Credo che ogni opera abbia la sua giusta lunghezza: per quanto riguarda me mi sento quasi obbligato, nei confronti di chi mi ha dato la possibilità di affrontare un determinato argomento, a parlare nella maniera più esaustiva possibile di quel soggetto.


Pubblicato su Movieplayer.

martedì 3 giugno 2014

Incompresa: il racconto a cuore aperto di Asia Argento

Presentata al Festival di Cannes la terza pellicola di Asia Argento da regista, con protagonisti Charlotte Gainsbourg e Gabriel Garko, è un affresco sincero e grottesco della sua infanzia, vista con gli occhi di una bambina. In sala dal 5 giugno 



“Ho fatto questo film per non sentirmi più incompresa” ha rivelato Asia Argento a Cannes, dove ha presentato, nella sezione Un Certain Regard, Incompresa, sua terza pellicola da regista: non è infatti difficile capire che la piccola Aria, non a caso secondo nome della regista, la bimba protagonista del film, sia una versione romanzata della giovane Asia. Bimba di nove anni nella Roma bene anni 80, figlia di genitori famosi e disfunzionali, Aria trascorre un’infanzia da un lato privilegiata, dall’altro tormentata: terza figlia di una coppia in cui entrambi padre e madre hanno avuto altre figlie da precedenti matrimoni, Aria è ignorata dai genitori, oppressa dalle sorelle più grandi e dai compagni di scuola e tradita dalla sua migliore amica e dal ragazzino di cui si innamora. Un fardello non facile da portare per una ragazzina in piena fase pre-adolescenziale, in cui ogni esperienza è determinante per la sua formazione futura. 

Sovraccarico, esagerato nel linguaggio e nella messa in scena spesso kitsch e grottesca, Incompresa è costellato di immagini e personaggi portati all’estremo, che a volte sfiorano il ridicolo ma che rispecchiano il punto di vista scelto dalla regista, ovvero quello di una bambina di nove anni: agli occhi di un bimbo, desideri, sogni e parole sono amplificati e distorti, riconducibili a bisogni primari e assoluti come il desiderio di affetto e attenzione. Non è un caso dunque che, a fine pellicola, la regista faccia dire alla sua protagonista che tutta la messa in scena è una disperata richiesta di attenzione e soprattutto comprensione: il cinema in questo caso diventa una vera e propria terapia, in cui i genitori di Aria escono con le ossa rotte ben più della piccola protagonista. 

A interpretare i genitori di Aria, doppi dei famosi e ingombranti Dario Argento e Daria Nicolodi, sono Gabriel Garko e Charlotte Gainsbourg – non a caso figlia a sua volta di genitori importanti – rispettivamente un attore di soap pieno di tic e scaramantico e una musicista incline alle droghe e alla promiscuità, totem perennemente urlanti, narcisisti e anaffettivi di una classe sociale mai cresciuta e viziata, che ha lasciato i propri figli allo sbando. Il grido di aiuto della piccola Aria, interpretata dalla straordinaria Giulia Salerno, cuore pulsante della pellicola, con la sua gioia di vivere e la voglia di essere presa in considerazione, vittima di genitori che ne hanno fatto l’incarnazione di tutti i propri fallimenti e frustrazioni, commuove e fa chiudere un occhio sui tanti errori commessi dalla regista, dettati forse da una sincerità e un desiderio di confessarsi urgente ed emotivo. Nel film della Argento c’è tutto il peggio di quell’Italia privilegiata ed egoista che vive semplicemente in funzione dei propri impulsi, ignorando il mondo che la circonda e persino i suoi stessi figli, visti come fonte fastidiosa di responsabilità che non ha la minima intenzione di assumersi. 

Nonostante le esagerazioni e le cadute di stile, accompagnate però da altri momenti in cui la mano della regista è felice, soprattutto nelle scene in cui sono protagonisti i bambini, Incompresa fa tenerezza e trasmette un’intenzione genuina e sincera di raccontare che trova la sua perfetta forma di sfogo in un film a cuore aperto.

Giulia Salerno e Gabriel Garko


La citazione: "Cercavo solo un poco di comprensione"

Hearting/Cuorometro: ♥♥1/2

Uscita italiana: 5 giugno 2014

Titolo originale: Incompresa
Regia: Asia Argento
Anno: 2014
Cast: Giulia Salerno, Gabriel Garko, Charlotte Gainsbourg, Gianmarco Tognazzi, Max Gazzé, Carolina Poccioni
Colore: colore 
Durata: 103 minuti 
Genere: drammatico
Sceneggiatura: Barbara Alberti, Asia Argento
Fotografia: Nicola Pecorini
Montaggio: Filippo Barbieri
Musica: James Marlon Magas
Paese di produzione: Italia, Francia
Casa di produzione: Wildside, Rai Cinema
Distribuzione italiana: Good Films




Pubblicato su XL.

Adrien Brody, da pianista a imperatore: "Sarò Carlo V, il più potente del mondo"

Il nuovo progetto dell'attore premio Oscar, "Emperor", diretto da Lee Tamahori. Il primo ciak in agosto, fra Repubblica Ceca e Belgio. "Ma se mi offrissero un personaggio dei fumetti sarei felicissimo..." 



ADRIEN Brody diventa Carlo V di Spagna. Si intitola Emperor il nuovo film che vede protagonista l'attore americano, che abbiamo incontrato a Cannes durante l'ultimo Festival del cinema, elegante in completo grigio perla, magrissimo, voce profonda. Diretto da Lee Tamahori, il film racconta l'asceda del signore del Sacro Romano Impero, "l'uomo più potente del mondo", dice Brody. "Il film prende ispirazione dalla situazione contemporanea dell'Europa - spiega il regista - sono affascinato dalla storia e nel periodo sotto Carlo V c'è il tentativo di unificare l'Europa, si comincia a parlare di moneta unica, comincia a essere concreto il problema delle migrazioni di massa, si diffonde la stampa. È un periodo in cui la Storia inizia a cambiare per sempre, si fanno grandi passi avanti. Mi affascina la figura di quest'uomo che ha regnato su un territorio vastissimo, minacciato da ogni lato, e ha cercato di lasciare la sua impronta nel mondo". Le riprese del film, scritto da Michael Thomas III e Jeffrey Hatcher, cominceranno ad agosto nella Repubblica Ceca e in Belgio ma l'attore, premio Oscar per Il pianista, ha già cominciato la sua campagna promozionale. 


Brody, una bella sfida. 
"Il mio compito è trovare la mia verità personale in un personaggio che è realmente esistito: nel film ci saranno molte interpretazioni ed elementi di fantasia, ma comunque rimarremo fedeli all'idea di come un uomo di quel tempo e con quel potere si sarebbe comportato. Il mio obiettivo è questo: rendere giustizia alla sua complessità e fornire le giuste sfumature". 

Conosce il personaggio, ha dovuto documentarsi... 
"Per ogni ruolo faccio un grande lavoro di ricerca, e passo gran parte del tempo ad assorbire e studiare i comportamenti umani. Rubo molti dettagli e li assimilo. Anche mia madre, che è una fotografa, ha questo stesso approccio: lei cerca sempre il messaggio silenzioso pieno di significato. E così faccio io: invece della macchina fotografica uso me stesso e cerco di trovare nel mio percorso personale un qualcosa che sia vero per farlo poi emergere quando interpreto un ruolo. Attualmente sono coinvolto in diversi progetti e per ognuno mi sento molto responsabile". 

Ha in mente qualche uomo di potere al quale ispirarsi? 
"Certamente, ma non mi piace fare nomi. Svelare così, seduti in una stanza, i segreti di come si costruisce un personaggio toglie un po' di magia al film: dissezionare il ruolo e svelare i miei riferimenti mi porta fuori. Il concetto stesso di celebrità è controproducente per la bellezza del cinema: non conoscere nulla della persona che interpreta quel determinato personaggio secondo me dà forza al film. Cerco sempre di tenere separati i miei personaggi dalla vita privata per non rovinare la bellezza e la magia del cinema". 

Ha spesso accettato ruoli complessi, drammatici. Se le offrissero un personaggio tratto da un fumetto? 
"Non mi offrono quei ruoli, non so perché. È curioso, perché avrei davvero voluto interpretare Joker: mi affascina molto, è scritto in maniera affascinante. Heath Ledger ha fatto un ottimo lavoro, ma per me sarebbe stata una benedizione: un ruolo del genere supportato da una produzione così e diretto da un regista del valore di Nolan. I cinecomics mi affascinano perché trasformano un disegno in qualcosa di vero e magico. Se mi dessero la possibilità di interpretare un villain e di dargli lo spessore degno di un attore, lo farei. Iron Man è un ottimo esempio: hanno dato a un grande attore la possibilità di fare suo il personaggio e di renderlo unico grazie al suo humour e alla sua personalità. In questo modo vengono coinvolti sia gli appassionati di fumetti che le persone che non hanno mai letto un albo. E poi, i cattivi sono sempre più divertenti da interpretare". 

L'attore in grado di interpretare Szpilman in Il pianista può entrare nelle scarpe di Schwarzenegger? 
"Ho fatto Predators esattamente per dimostrare questo. Ma restando allo stesso tempo fedele all'originale, pur conferendo un po' di modernità al personaggio. I soldati contemporanei non sono muscolosi come Arnold, ci abbiamo messo più realismo. Se devi fare un reboot oggi secondo me devi proporre qualcosa di nuovo e coraggioso rispetto all'originale. Per questo ringrazio Robert Rodriguez che ha lottato per me in Predators, nonostante lo scetticismo iniziale della Fox e le critiche dei fan. La soddisfazione poi l'ho avuta dopo il film: fan storici della pellicola mi hanno ringraziato per aver restituito genuinità alla serie".


Pubblicato su Repubblica.it

sabato 31 maggio 2014

Maps to the Stars: Cronenberg, dalla mutazione della carne al virus della parola

Presentato in concorso a Cannes, dove Julianne Moore ha vinto il premio come miglior attrice, il nuovo film di David Cronenberg esplora il mondo freddo e surreale della Hollywood contemporanea. Nel cast anche Robert Pattinson e Mia Wasikowska 



“By the power of the word 
I regain my life 
I was born to know you 
And to name you 

LIBERTY” 

I versi di Paul Éluard, ossessivamente ripetuti da Agatha, il personaggio interpretato da Mia Wasikowska in Maps to the Stars, ultimo film di David Cronenberg presentato in concorso al 67esimo Festival di Cannes, risuonano potenti e virali nell’ultima fatica del regista canadese. Artista da sempre interessato alla percezione umana del mondo, Cronenberg ha compiuto negli ultimi dieci anni una vera e propria mutazione del suo cinema. Dai demoni sotto la pelle (Il demone sotto la pelle), gli uomini-mosca (La mosca) e gli uomini che si fondono con la tecnologia (Videodrome, Crash) delle sue prime pellicole, in cui il corpo fisico era il punto di partenza per conoscere e capire sia il mondo reale che quello creato dai fantasmi della mente, il cinema di Cronenberg è stato contagiato da un virus ancora più potente dei parassiti che corrodono la carne: la parola. 

Arrampicatasi subdolamente attraverso i gangli neurali del protagonista di Spider, un disturbato e disturbante Ralph Fiennes, la parola ha fatto sdoppiare l’identità del cinema cronenberghiano che, smarrito in A History of Violence e La promessa dell’assassino, dove il protagonista Viggo Mortensen vive in entrambi i casi una doppia realtà, ha fisiologicamente dovuto resettare se stesso per cercare un nuovo codice espressivo. 

Il punto zero del nuovo cinema di Cronenberg va ricercato in A Dangerous Method: nel film, con protagonisti Viggo Mortensen e Michael Fassbender, interpreti rispettivamente di Freud e Jung, c’è un chiaro passaggio di testimone: l’analisi freudiana, che spiega la realtà attraverso le esperienze fisiche e sessuali del corpo, è abbandonata per abbracciare il metodo psicoanalitico di Jung. Un ritorno alle origini che ha portato alla nuova era del cinema di Cronenberg: quella di Cosmopolis e di Maps to the Stars. 

A contagio ormai avvenuto, le ultime due pellicole di Cronenberg mostrano una netta distinzione con i precedenti film del regista: la violenza, prima predominante, è ora assopita, sempre presente ma meno sconvolgente, le mutazioni ibride della carne sono state sostituite da un fiume di parole vomitate dai protagonisti come prima invece era il sangue. Un passaggio da dionisiaco ad apollineo che ha fatto storcere il naso a non pochi. 

Il percorso compiuto da Cronenberg è però estremamente coerente: dopo la mutazione, il regista è tornato a modelli narrativi classici, strutturando Maps to the Stars come una vera e propria tragedia greca. A sostituire re e principesse desiderosi di potere e macchiati dall’incesto ci sono le star di Hollywood, veri e propri archetipi del mondo contemporaneo. La famiglia Weiss, protagonista del film presentato a Cannes, incarna da un lato la parte frivola e superficiale della celebrità, argomento già trattato da pellicole come The Canyons, The Bling Ring e Spring Breakers, dall’altra diventa una metafora surreale e inquietante del mondo contemporaneo. Abbiamo il Dr. Weiss (John Cusack), guru delle star dai singolari metodi psicoanalitici, il terribile e sconcertante Benjie Weiss, baby star con le ossessioni e le voglie del più corrotto degli adulti (la rivelazione Evan Bird), l’attrice ormai sul viale del tramonto Havana Segrand (una straordinaria Julianne Moore che si concede alla macchina da presa con una generosità coraggiosa e incredibile), l’aspirante attore Jerome (Robert Pattison, di nuovo con Croneneberg dopo Cosmopolis) e la piromane e indecifrabile Agatha Weiss (Mia Wasikowska). 

In Maps to the Stars la simbologia è potente: incesti, fuochi purificatori, fantasmi che emergono dal passato; simboli che fanno da pilastri alla vera protagonista del suo ultimo cinema: la parola, che sembra non fermarsi mai, iper stimolata e anestetizzante, cinica e grottesca, inquietante e superficiale. I tanti protagonisti di Maps to the Stars sono figurine sbiadite e vuote, riempite di pulsioni primordiali confuse mascherate da sentimenti in realtà freddi e anaffettivi: la realtà dell’ultimo Cronenberg è glaciale e livida, come vista attraverso un vetro o uno schermo perennemente luminoso e proprio per questo opprimente. In Maps to the Stars non c’è un punto di vista unico: lo sguardo è frammentato e tutti i protagonisti sono costantemente guardati, una condizione che rende la pellicola quasi surreale. 

In questo caos ordinato e ben tirato a lucido sono poche le costanti che permettono un appiglio: il volto di Robert Pattinson, che dal sedile posteriore della limousine di Cosmopolis passa al volante in Maps to the Stars, e il nome Agatha, in A Dangerous Method moglie di Jung e qui la ragazza piromane interpretata da Mia Wasikowsa. Pattinson nel ruolo dell’autista aspirante attore Jerome si fa carico del peso della celebrità moderna, fatta di volti e corpi spesso uguali e inespressivi, carne fredda consumata con voracità e indifferenza dalla massa, mentre il personaggio della Wasikowska porta su di sé i segni del cambiamento del cinema di Cronenberg: le sue bruciature sono la testimonianza del dionisiaco sepolto, sempre pronto a emergere sotto la coltre del fiume di parole. 

La poesia ossessivamente ripetuta da Agantha diventa dunque un mantra che sembra rispecchiare lo spirito di Cronenberg: in un mondo dove il punto di vista è ormai frammentato in milioni di notizie, dati, immagini e commenti che arrivano dalla rete, in cui il corpo in quanto entità fisica non è più il primo strumento per leggere la realtà, la parola è la massima forma di libertà e analisi del mondo. Un punto di arrivo forse per molti non attraente e interessante, ma senz’altro coerente con il percorso intrapreso dal regista canadese.



La citazione: "Le persone non entrano per caso nella nostra vita: le chiamiamo"

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥

Uscita italiana: 21 maggio 2014


Titolo originale: Maps to the Stars
Regia: David Cronenberg
Anno: 2014
Cast: Mia Wasikowska, Julianne Moore, Robert Pattinson, John Cusack, Evan Bird, Sarah Gadon, Olivia Williams
Colore: colore
Durata:  111 minuti
Genere: drammatico
Sceneggiatura: Bruce Wagner
Fotografia: Peter Suschitzky
Montaggi0: Ronald Sanders
Musica: Howard Shore
Paese di produzione: USA, Canada, Francia, Germania
Casa di produzione: Prospero Pictures
Distribuzione italiana: Adler Entertainment




Pubblicato su XL.

venerdì 30 maggio 2014

Alice e le sue "Meraviglie": l'Italia amata dai francesi

Dal 22 maggio è nelle sale italiane “Le meraviglie”, secondo film di Alice Rohrwacher, sorella dell’attrice Alba, che ha vinto il Grand Prix della giuria al Festival di Cannes 



Cannes le ha portato fortuna: dopo aver presentato il suo film d’esordio, Corpo celeste, al Festival nel 2011 nella sezione Quinzaine, Alice Rohrwacher ha visto la sua seconda fatica, Le meraviglie, vincere tre anni dopo il Gran Prix della giuria proprio al Festival di Cannes. Una vittoria che ha sorpreso molti e che fa della giovane Alice la prima regista donna italiana a vincere un premio a Cannes. Come per la collega Asia Argento, anche lei al Festival con il film Incompresa, la Croisette è diventato un luogo in cui mostrare scorci di un’infanzia ormai lontana, colma di sogni e speranze, di desiderio d’amore e voglia di essere ascoltati. 

Le meraviglie, ambientato nella campagna umbra degli anni 90, pesca a piene mani dalla storia personale della regista, figlia di apicoltori e di un padre tedesco, nel film rappresentato da Wolfgang (Sam Louwyck), capo famiglia severo e allo stesso tempo infantile nel suo desiderio di isolarsi in un alone incontaminato di purezza assoluta e utopica. Nel ruolo della madre c’è invece la sorella maggiore della regista, Alba. Protagonista della storia è Gelsomina, interpretata dalla giovane esordiente Maria Alexandra Lungu, primogenita di una coppia di agricoltori specializzati nella produzione di miele che vive a contatto con la natura rifiutando tutto ciò che è estraneo al suo mondo, che siano pesticidi o turisti. 

La più grande in una famiglia di sole figlie femmine, Gelsomina è la prediletta dal padre, che la educa come se fosse il figlio maschio che non ha mai avuto, insegnandole come portare avanti l’azienda di famiglia. La ragazza, ormai adolescente, non sogna solo api, che conosce come fossero sue amiche, facendosele uscire con grazia e senza paura dalla bocca, ma immagina un futuro diverso per se stessa. Per Gelsomina sono infatti dietro l’angolo grandi cambiamenti: quando all’azienda arriva Martin, giovane criminale muto, la ragazza vive i primi turbamenti amorosi e, con l’apparizione della fata televisiva Milly Catena, una sempre bellissima Monica Bellucci, i grandi spazi aperti cominciano a diventare improvvisamente stretti. 

Diviso tra una rappresentazione idealizzata e bucolica dell’infanzia e la realtà grottesca ma attraente della televisione e della mondanità, Le meraviglie mostra i suoi pregi e la delicata sensibilità della regista nelle parti ambientate in campagna, dove il passato da documentarista si fa prepotente e proietta lo spettatore in un mondo che spesso è raccontato in maniera stereotipata e idealizzata: qui, invece, assume il fascino di un luogo incantato dove l’infanzia è protetta. Il film funziona meno con il procedere della pellicola, quando trame e sottotrame poco sviluppate cercano di dare maggiore consistenza a una storia che fa affidamento soprattutto sulla forza delle immagini e dei simboli che mette in scena. 

Difficile non notare i punti di contatto con La grande bellezza: in entrambe le pellicole, presentate tutte e due al Festival di Cannes, si parla di bellezza e meraviglia, c’è un animale che nel finale assume su di sé il peso della poetica del film (qui un cammello, in Sorrentino una giraffa) e il percorso fatto dai protagonisti è speculare: in Le meraviglie una bambina sogna il mondo colorato della televisione mentre in La grande bellezza un uomo, ormai 65enne e re della mondanità, desidera tornare alla purezza della sua adolescenza. In entrambi i casi due cose non sono mancate: i premi internazionali e la critica, soprattutto nazionale, spaccata a metà.

Maria Alexandra Lungu


La citazione: "Babbo partecipiamo?"

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥

Uscita italiana: 22 maggio 2014


Titolo originale: Le Meraviglie
Regia: Alice Rohrwacher
Anno: 2014
Cast: Maria Alexandra Lungu, Alba Rohrwacher, Sam Louwyck, Monica Bellucci
Colore: colore 
Durata: 110 minuti 
Genere: drammatico
Sceneggiatura: Alice Rohrwacher
Fotografia: Hélène Louvart
Montaggio: Marco Spoletini
Musica: Piero Crucitti
Paese di produzione: Italia, Svizzera, Germania
Casa di produzione: Tempesta, Rai Cinema
Distribuzione italiana: BIM Distribuzione




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sabato 24 maggio 2014

Grace di Monaco: polemiche reali

Il film sulla vita di Grace Kelly, con protagonista Nicole Kidman, ha aperto la 67esima edizione del Festival del Cinema di Cannes portando sulla Croisette glamour e polemiche 



Diva dall’elegante bellezza, musa e icona del maestro del cinema Alfred Hitchcock, che la definì “ghiaccio bollente”; premio Oscar a soli 26 anni, partner sullo schermo e nella vita di attori come Cary Grant e Clark Gable; icona di stile, tanto da meritarsi una borsa creata appositamente per lei dalla casa francese Hermès che ancora oggi porta il suo nome, infine sposa del principe Ranieri di Monaco, unione celebrata con un matrimonio definito “il matrimonio del secolo” che l’ha portata a divenire una principessa in carne e ossa: la vita di Grace Kelly è una di quelle che supera la finzione e che non può non far gola a chi vive di storie raccontate per immagini. 

A 32 anni dalla tragica scomparsa della principessa, dopo decenni di tentativi e false voci, è il francese Olivier Dahan a portare sullo schermo il divino lucore di una delle icone dell’era moderna, scegliendo come fulcro della sua messa in scena un anno particolare nella vita di Grace Kelly, il 1964, anno in cui si trovò a un bivio cruciale: da un lato il suo mentore Alfred Hitchcock le offriva il ruolo della vita, ovvero la ladra bugiarda e frigida di Marnie, ruolo poi andato a Tippi Edren, e dall’altro la sua famiglia e il principato di Monaco rischiavano di perdere tutto a causa di difficoltà diplomatiche con la Francia. 

A interpretare Grace è Nicole Kidman, una delle poche attrici contemporanee in grado di far rivivere sullo schermo l’eleganza e la luminosità della Kelly, che per il ruolo si è immersa nella vita della principessa per ben cinque mesi studiandone ogni dettaglio, dalla postura al modo di parlare e camminare. Una prova apprezzabile quella della Kidman che, leggermente meno gonfia di botulino rispetto a quanto ci abbia abituati in anni recenti, riesce a portare con maestria gli sfavillanti abiti di Grace, perfetti e impeccabili così come la ricostruzione degli oggetti di scena e le splendide location, tra cui il Palazzo Reale di Genova. Ad affiancare la Kidman ci sono Tim Roth, nel ruolo di Ranieri, Paz Vega, che interpreta Maria Callas, e Frank Langella, chiamato a raffigurare Padre Tucker, prete americano confidente della principessa. 

Presentato in anteprima alla 67esima edizione del Festival del Cinema di Cannes come film d’apertura, Grace di Monaco, in uscita in Italia il 15 maggio, è stato anticipato da copiose polemiche, provenienti sia dal fronte produttivo che dalla famiglia Grimaldi: il produttore cinematografico Harvey Weinstein ha infatti definito la pellicola terribile, ordinando un secondo montaggio e minacciando di non far uscire il film in America, mentre i figli di Grace Kelly, dopo aver visionato il trailer, hanno giudicato la pellicola come un ritratto approssimativo e poco veritiero. 

In queste parole c’è della verità: nel film di Dahan, descritto come un film di finzione e non come un biopic, la vita già da romanzo di Grace Kelly viene trasformata in un thriller di spionaggio, in un film su colpi di stato e in un dramma domestico. La principessa sembra una figura a metà tra la Signora in giallo e una miss di un concorso di bellezza che grazie ai suoi discorsi sulla pace e sull’amore salva intere nazioni. Guardando Grace di Monaco si ha la sensazione di spiare Grace dal buco della serratura con la stessa voracità di chi legge riviste di pettegolezzi dal parrucchiere. La regia che indugia con insistenza, e spesso in maniera confusa, sul volto della Kidman, la fotografia “smarmellata” da fiction televisiva e la riduzione a semplici macchiette di figure storiche di spicco come Maria Callas, Alfred Hitchcock e Charles De Gaulle non aiutano la causa. I dubbi sollevati dai Grimaldi quindi sono legittimi, ma riguardano soprattutto l’aspetto artistico della pellicola, piuttosto che quello politico.

Tim Roth e Nicole Kidman


La citazione: "C'é chi si chiede perché io abbia lasciato Hollywood: ecco, l'ho lasciata perché...perché mi sono innamorata di un principe azzurro"

Hearting/Cuorometro: ♥♥

Uscita italiana: 15 maggio 2014


Titolo originale: Grace of Monaco
Regia: Olivier Dahan
Anno: 2014
Cast: Nicole Kidman, Tim Roth, Milo Ventimiglia, Paz Vega, Frank Langella, Parker Posey, Derek Jacobi
Colore: colore
Durata: 103 minuti
Genere: biopic
Sceneggiatura: Arash Amel
Fotografia: Eric Gautier
Montaggio: Olivier Gajan
Musica: Christopher Gunning
Paese di produzione: USA, Belgio, Italia, Francia
Casa di produzione: Stone Angels
Distribuzione italiana: Lucky Red




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