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lunedì 23 febbraio 2015

Oscar 2015: vincitori, vinti e Lego




E anche quest'anno ci sono ricaduta: benché non provassi particolare interesse nel seguire questa edizione, alla fine ho fatto ancora una volta le sei del mattino per seguire gli Oscar, manifestazione criticata e snobbata dagli amanti di cinema "puri", quanto guardata con piacere colpevole e non da chi ama il mondo del cinema anche nei suoi aspetti più patinati e superficiali. Per il resto del mondo invece gli Oscar sono semplicemente un trafiletto nelle notizie del mattino dopo: anni di salute guadagnati. 

Torniamo al mio scetticismo iniziale: perché quest'anno non avevo tutta questa voglia di guardare gli Oscar? Perché secondo me, a monte, la selezione è stata quanto meno discutibile: fuori tutti i veri nomi grossi della stagione, penso a David Fincher e al suo Gone Girl, a Blackhat di Michael Mann, a Inherent Vice di Paul Thomas Anderson, a Mommy di Xavier Dolan, Turner di Mike Leigh e Maps to the Stars di David Cronenberg, e dentro una serie di film mediocri come The Imitation Game e La teoria del tutto, accompagnati da ottimi film come Birdman, Boyhood, The Grand Budapest Hotel e Whiplash, ma con nessun nome davvero folgorante in gara.

Per non parlare poi delle nomination agli attori: per fare un esempio esplicativo, l'incredibile, stupenda Jessica Chastain è rimasta senza nessuna nomination, né per A Most Violent Year né per The Disappearance of Eleanor Rigby, e quella cagna di Keira Knightley ne ha avuta una per la sua modesta parte in The Imitation Game. Capite bene che su questi presupposti è frustrante parlare di premi "ai migliori" dell'anno. 

Jessichina mia non fare quella faccia, io ti amo sempre e comunque, l'Academy non ti merita 


Nonostante questo ho fatto la nottata ancora una volta, forse più che altro a dimostrare che l'età ancora non avanza, ma soprattutto per vedere la presentazione di Neil Patrick Harris, irresistibile uomo da palcoscenico e per sempre nel mio cuore come Barney Stinson. Anche qui però ci sono state diverse note dolenti: dopo un inizio a bomba, la conduzione di Harris non è stata memorabile, anche se qui in Italia abbiamo avuto l'aggravante della traduzione simultanea degli interpreti di Sky, altri cani. Per non parlare dell'intervento di Frank Matano e Francesco Mandelli in qualità di...boh: esperti? Simpatizzanti? Poracci? Per fortuna me li sono persi e ne ho solamente letto sui social, della serie: Italia, cerchiamo sempre di peggiorare le cose. 

Infine deludente persino il red carpet: quando la meglio vestita della serata è quella bora di Jennifer Lopez, che mi sta simpatica eh, ma diciamo che non è proprio nota per essere una nobildonna, c'è decisamente qualcosa che non va. 

E quindi partiamo con il riassunto della serata: in fondo l'elenco di tutti i vincitori degli Oscar 2015. 


RED CARPET

Quest'anno il red carpet è stato quasi un disastro: se da Meryl Streep ci aspettiamo sempre una mise scelta un po' a casaccio, come ci ha abituato da 20 anni a questa parte, lo stesso non si può dire di bellezze come Margot Robbie o Sienna Miller, che, insieme al pluri-premio Oscar, vincono il premio di "vestito anonimo della serata", scegliendo dei veri e propri sacchi di plastica neri per sfilare sul tappeto rosso. Perché in nome del pantheon greco?! Sei una figa, sei agli Oscar, perché ti metti la busta della monnezza addosso?! Un delitto.

Meryl Streep, Margot Robbie e Sienna Miller

Un vero shock le scelte di attrici in genere eleganti e raffinate come Marion Cotillard e Nicole Kidman che, come tutte le altre colleghe palesemente costrette a fare la fame negli ultimi 15 giorni per entrare nei vestiti da sera, devono aver sublimato il loro appetito scegliendo degli abiti che ricordano il cibo:

Marion Cotillard in un Dior "polpetta di riso"


Nicole Kidman si porta in anticipo sulla Pasqua con il vestito "Gold Bunny" della Lindt

Non sono mancati i vestiti osceni: Naomi Watts si è messa addosso una saracinesca, Lorelai Linklater si è tirata addosso un secchio di vernice e Kelly Osbourne sta cercando di candidarsi ufficialmente per il ruolo di Ursula nel film in live-action di La Sirenetta.

Le peggio vestite: Naomi Watts, Lorelai Linklater e Kelly Osbourne


Quest'anno invece nella categoria "si può fare di più", che comprende vestiti non osceni ma sostanzialmente anonimi, sono rientrate diverse attrici tra cui Reese Whiterspoon, Patricia Arquette e Carrie Washington: 

Le pavide: Reese Whiterspoon, Patricia Arquette e Carrie Washington

Il colore predominante degli Oscar 2015 è stato il rosa antico, quasi nude, che ha reso tante attrici delle vere e proprie bomboniere, capitanate da Gwyneth Paltrow, decorata per l'occasione dal boss delle torte in persona: 

Le bomboniere: Anna Kendrick, Gwyneth Paltrow e Zoe Saldana

E per la categoria "vabbé so' inglesi, non si sanno vestire" vincono Keira Knightley, Sophie Hunter (con però al braccio l'accessorio vincente, ovvero il marito Benedict Cumberbatch), entrambe parzialmente giustificate dal fatto di essere incinte, e Felicity Jones, che non ha nessuna scusa per essersi presentata sul tappeto rosso come una meringa: 

Keira Knightley, Sophie Hunter e Benedict Cumberbatch e Felicity Jones


Passiamo quindi alla categoria "ce devo pensà, ma me sa che è no": appartenenti al gruppo Lupita Nyong'o che l'anno scorso ha vinto un Oscar per essersi spupazzata Michael Fassbender in 12 anni schiavo ma nessuno se lo ricordava e ha cercato di rinfrescare la memoria a tutti ricoprendosi di perle, Scarlett Johansson che si è tagliata i capelli come Miley Cyrus (o Veronica Pivetti versione sadomaso) e poi si è messa un albero di natale addosso (e che comunque è più magra ora che è appena diventata madre di quanto non lo sia mai stata prima, misteri) e Lady Gaga, che ha messo un vestito tutto sommato non male e ha poi rovinato personalizzato tutto con dei guanti che sembrano quelli con cui si lavano i piatti:


Lupita Nyong'o, Scarlett Johansson e Lady Gaga


Prima di passare alle mie preferite della serata, un discorso a parte per Julianne Moore: Julianne, tu ti meriti il premio da quasi venti anni, quasi sicuramente vinci (anche se ti dovevano nominare per Maps to the Stars, ma vabbé) questa è la tua serata e ti metti questa roba? Boh, non ho parole. Probabilmente affetta anche lei dalla "sindrome di Kate Winslet": aspettano per così tanto tempo di vincere che quando è il momento non ci capiscono più niente. Voglio vedè che si metterà Leonardo DiCaprimo se mai vincerà.


Julianne Moore

Passiamo finalmente alle promosse a pieni voti della serata: se lo stesso non si può dire dei suoi film, dal punto di vista dell'abbigliamento Jennifer Aniston non sbaglia mai, e anche ieri sera era elegantissima, con un vestito a sirena scintillante color nude, Emma Stone ha osato con un abito verde che non starebbe stato bene quasi a nessuna se non a una con gli occhi enormi e verdi e i capelli rossi come lei e infine la coppia madre-figlia Melanie Griffith e Dakota Johnson ha sfoggiato una forma fisica invidiabile (e dato un esempio di come "i piccoli raccomandati crescono di generazione in generazione". 

Jennifer Aniston, Emma Stone, Melanie Griffith e Dakota Johnson


E arriviamo infine alle mie preferite della serata: Jennifer Lopez non ha proprio i modi e l'aspetto di una signora, ma ieri sera era perfetta con il suo abito nude a metà tra principessa delle fiabe e milfona sexy con super-scollatura. 

Jennifer Lopez

Il mio personale podio: Cate Blanchett ha sempre l'allure da regina e, qualunque cosa facciano o si mettano le altre, è sempre quella intrinsecamente più elegante, Jessica Chastain ha indossato abiti molto più belli, ma è di una bellezza talmente disarmante che (mancando oltretutto Charlize Theron e Jessica Alba) è comunque sempre la più bella, e infine Rosamund Pike è finalmente riuscita ad azzeccare un vestito, valorizzandosi come è giusto che sia.

Cate Blanchett, Jessica Chastain e Rosamund Pike


Poco da segnalare sul fronte maschile: inguardabile Jared Leto in versione Gesù lilla e un vero pirata J.K. Simmons con tanto di cappello e orologio da taschino. 

Jared Leto e J.K. Simmons con signora

Quest'anno sono mancati i fighi veri: dov'erano i Fassbender?! I Jon Hamm?! I Gerard Butler?! Almeno uno degli Hemsworth....

Da segnalare infine il momento migliore visto sul red carpet: l'abbraccio tra Emma Stone e Jennifer Aniston:

Le pucciosissime Jennifer Aniston e Emma Stone



CERIMONIA

E arriviamo alla cerimonia: in teoria la conduzione di Neil Patrick Harris doveva essere una garanzia e così è stato, almeno all'inizio. Spettacolare il numero d'apertura, in cui il cantata, attore e ballerino ha messo in scena un vero e proprio musical di Broadway ricordando i grandi classici del cinema americano (perfino Star Wars!) e presentato i candidati di quest'anno come miglior film. Al numero hanno partecipato anche Anna Kendrick e Jack Black ed è stato fantastico, una delle migliori aperture degli ultimi anni.

Neil Patrick Harris e Darth Vader



Jack Black, Neil Patrick Harris e Anna Kendrick

Ecco l'apertura completa:





Bellissimo il palco che cambiava di continuo (stupenda la scenografia che richiamava The Grand Budapest Hotel), belli alcuni momenti estemporanei come Benedict Cumberbacth che beve dalla fiaschetta o l'ingresso in sala di tanti Oscar fatti di Lego, divertente la parodia di Birdman con Harris che si è messo letteralmente in mutande (e che da noi ha provocato immediatamente un ingenerosissimo paragone con Gianni Morandi...) ma il brio della serata è andato sempre più scemando, purtroppo anche per colpa di Harris che non si è più esibito e non ha tenuto banco come i suoi predecessori. 

Il palco

Benedict Cumberbatch e la sua fiaschetta


Emma Stone con il suo Lego Oscar (e Edward Norton che trolla da dietro)


Neil Patrick Harris in mutande sul palco degli Oscar 2015


Diabolici inoltre i geni del male che hanno avuto un pensiero per Leonardo DiCaprio:




Per il resto dicevamo serata fiacca, la comicità di Tina Fey e Amy Poehler si è fatta rimpiangere. Per fortuna ci sono stati diversi numeri musicali degni nota, primo su tutti l'interpretazione di "Everything is Awesome", canzone di The Lego Movie (ingiustamente e inspiegabilmente non candidato tra i migliori film di animazione), l'omaggio di Lady Gaga ai 50 anni di Tutti insieme appassionatamente, con tanto di arrivo sul palco di Julie Andrews, e l'interpretazione di John Legend di "Glory", colonna sonora di Selma, premiata come miglior brano.

Everything is Awesome

Lady Gaga e Jule Andrews


John Legend canta Glory



Commovente inoltre un altro momento cruciale, presentato da Meryl Streep, "In Memoriam", con il ricordo di tutti gli artisti scomparsi: magone vero per Robin Williams, Bob Hoskins e Richard Attenbourough, praticamente metà della mia infanzia cinematografica è scomparsa quest'anno. 

Deludente il mancato omaggio al regista Francesco Rosi e a Joan Rivers.





Da segnalare inoltre la bellezza e la classe abbagliante della, almeno per me, coppia più bella vista agli Oscar 2015: Idris Elba e Jessica Chastain, chiamati a presentare il premio per la Miglior Fotografia, andato a Emmanuel Lubezki per Birdman, annunciato affettuosamente dalla Chastain come "Chivoooo" (i due hanno lavorato insieme sul set di The Tree of Life di Terrence Malick).


Idris Elba e Jessica Chastain belli, belli in modo assurdo





I PREMI


E arriviamo alla ciccia vera: i premiati.
Dicevo quest'anno le eccellenze vere non sono state nominate a monte, quindi la lotta si è ridotta essenzialmente ai tre titoli più gettonati, ovvero Birdman, Boyhood e The Grand Budapest Hotel. Tra i tre leoni si è fatto strada, con mio grande piacere, anche Whiplash, film passato in sordina qui da noi ma decisamente da recuperare, scritto e girato da un regista nemmeno trentenne, Damien Chazelle, che ha saputo costruire una storia piena di energia retta sulle spalle di un mastodontico J.K. Simmons, che, grazie all'interpretazione feroce e anche un po' folle del jazzista Terence Fletcher si è guadagnato l'Oscar come Migliore Attore Non Protagonista.
Bello il suo discorso, in cui ha ringraziato i genitori e invitato i figli di tutto il mondo a sentire il più spesso possibile i propri: "Chiamate vostra madre, chiamate vostro padre, se siete fortunati abbastanza da avere un genitore o entrambi in vita chiamateli, non madate loro messaggi o email, chiamateli al telefono e ditegli che li amate, ringraziateli e ascoltateli fino a quando hanno voglia di parlarvi".

J.K. Simmons migliore attore non protagonista per Whiplash


Miglior attrice non protagonista è stata invece Patricia Arquette per Boyhood (anche se per me la migliore interpretazione in questa categoria per quest'anno è stata quella di Julianne Moore in Maps to the Stars), che alla fine è stato il premio più importante vinto dalla pellicola di Linklater che a inizio stagione sembrava dover vincere tutto ma che invece ha ceduto il passo in favore di Birdman, mattatore della serata, e anche rispetto a The Grand Budapest Hotel.

Grandioso il discorso fatto dalla Arquette che ha rivendicato i diritti delle donne in America, suscitando un vero e proprio tifo da stadio da parte di Meryl Streep e Jennifer Lopez, alzatesi in piedi per omaggiarla. Arquette ha detto: "A ogni donna che ha fatto nascere un pagatore di tasse e un cittadino di questa nazione, abbiamo combattuto per gli uguali diritti di chiunque altro. È arrivato finalmente il momento di avere gli stessi stipendi e diritti per tutte le donne degli Stati Uniti d'America".

Patricia Arquette miglior attrice per Boyhood


Il tifo da stadio di Meryl Streep e Jennifer Lopez




Miglior attrice Julianne Moore per Still Alice: un premio che in realtà sarebbe dovuto andare alla strepitosa Rosamund Pike di Gone Girl, ma che arriva dopo una serie di torti durata quasi 20 anni nei confronti della rossa Julianne, una delle migliori interpreti americane ingiustamente sempre snobbata agli Oscar. Anche se il film tratta la malattia senza mai addentrarsi davvero nel dolore terribile che la malattia mentale comporta, edulcorando il processo degenerativo della protagonista che è una ricca, bella e brava donna di successo, mai che in questi film venga rappresentata gente "normale", l'interpretazione della Moore è comunque ottima, ma il genio della Pike nei panni di Amazing Amy è ben altra cosa. 

Julianne Moore miglior attrice per Still Alice


A dimostrazione di come la malattia e i biopic paghino agli Oscar, il premio al miglior attore protagonista è andato a Eddie Redmayne, che in La teoria del tutto ha messo in scena la vita del fisico Stephen Hawking: filmetto ricattatorio e strappalacrime, La teoria del tutto è, insieme a The imitation game, il grande intruso di quest'anno agli Oscar, pellicole quasi televisive e patetiche che ammiccano in continuazione allo spettatore, non approfondendo mai l'aspetto scientifico della vita dei due scienziati raccontati e, almeno per Alan Turing interpretato da Benedict Cumberbatch, nemmeno quello umano, relegando alcuni aspetti fondamentali delle loro vicende umane a semplici aneddoti, preferendo puntare su scene madri e strappalacrime. Redmaine, attore generalmente medio, si porta così a casa un Oscar soprattutto per la sua capacità mimetica con Hawking, piuttosto che per l'abilità interpretativa. 
Peccato per il mancato premio a Michael Keaton che È Birdman, con tutto il discorso metacinematografico che ne deriva. E poi sarebbe stato bellissimo vederlo ritirare il premio masticando la gomma che non ha mai sputato per tutta la sera. 

Eddie Redmayne miglior attore per La teoria del tutto


Infine i premi più importanti, ovvero regia e miglior film, sono finiti nelle rapaci mani di Alejandro Gonzalez Inarritu e il suo Birdman: battendo il favoritissimo, almeno fino a poco fa, Boyhood, il regista messicano ha scalato Hollywood, esattamente un anno dopo l'impresa del suo amico e collega Alfonso Cuaron. Fantastico l'annuncio di Sean Penn, chiamato a presentare il miglior film, che ha urlato: "Chi ha dato la green card a questo figlio di puttana?!".

Sean Penn annuncia il miglior film

Alejandro Gonzalez Inarritu è il miglior regista per Birdman, anche miglior film


Formalmente impeccabile, Birdman alla fine l'ha spuntata su Boyhood, grande idea del regista Richard Linklater, che ha ripreso i suoi attori nel corso di 12 anni seguendone la crescita e l'evoluzione, ma che forse poi nel complesso è sì un ottimo film, ma non il capolavoro che molti hanno descritto. Lo stesso vale per The Grand Budapest Hotel, anche questo formalmente impeccabile, con un grande e variegato cast, ma forse più un giocattolo in mano al suo autore, Wes Anderson, che in passato ha fatto di molto meglio. 

Dispiace per il mancato premio alla fotografia di Dick Pope, che in Turner ha fatto un lavoro straordinario, e all'ancora una volta snobbato Paul Thomas Anderson, che non ha vinto il premio alla migliore sceneggiatura non originale, andato al banale e dimenticabile script di The Imitation Game, anche se il commovente discorso di Graham Moore, che ha confessato di aver tentato il suicidio per essersi sentito diverso, ha fatto passare il tutto in secondo piano. "Stay weird, stay different", (ovvero "siate strani, siate diversi", che richiama lo "stay hungry, stay folish" di Steve Jobs, uno dei potenti dell'informatica che molto deve ad Alan Turing) la sintesi del discorso di Graham.



Perplessità anche sul miglior film straniero, Ida, in una categoria in cui un film straordinario come il Mommy di Xavier Dolan non è stato nemmeno inserito, e sul miglior film d'animazione, che ha visto trionfare Big Hero 6 a discapito di prodotti straordinari come La storia della principessa splendente o The Lego Movie, nemmeno inserito in categoria.
Da segnalare l'Oscar per migliori costumi a Milena Canonero, che, con The Grand Budapest Hotel, ha vinto la sua quarta statuetta.

Milena Canonero firma i migliori costumi per The Grand Budapest Hotel



Questo è tutto.
Chissà se il prossimo anno ce la farò a tirare ancora una volta fino alle sei del mattino.
Nel frattempo, se non li avete visti, recuperate Michael Mann, Paul Thomas Anderson, Xavier Dolan e David Cronenberg e date una possibilità all'incredibile progetto di Jessica Chastain con il suo The Disappearance of Eleanor Rigby, film composto da due parti chiamate "Her" e "Him", ovvero le due versioni della stessa storia viste attraverso gli occhi del personaggio femminile e maschile.
Io ho, qui a fianco a me, l'edizione inglese di Gone Girl, con tanto di libro di Amazing Amy, che sta già tramando la sua vendetta.



OSCAR 2015 TUTTI I VINCITORI

MIGLIOR FILM Birdman di Alejandro Gonzalez Inarritu
MIGLIORE REGIA Alejandro Gonzalez Inarritu per Birdman
MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA Eddie Redmayne per La teoria del tutto
MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA Julianne Moore per Still Alice
MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA J.K. Simmons per Whiplash
MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA Patricia Arquette per Boyhood
MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE Big Hero 6 di Don Hall, Chris Williams and Roy Conli
MIGLIOR FILM STRANIERO Ida di Pawel Pawlikowski
MIGLIOR DOCUMENTARIO CitizenFour di Laura Poitras, Mathilde Bonnefoy and Dirk Wilutzky
MIGLIOR DOCUMENTARIO BREVE Crisis Hotline: Veterans Press 1 di Ellen Goosenberg Kent and Dana Perry
MIGLIOR CORTOMETRAGGIO The Phone Call di Mat Kirkby and James Lucas
MIGLIOR CORTOMETRAGGIO D'ANIMAZIONE Feast di Patrick Osborne and Kristina Reed
MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE Alejandro G. Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris, Jr. e Armando Bo per Birdman
MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE Graham Moore per The Imitation Game
MIGLIORE FOTOGRAFIA Emmanuel Lubezki per Birdman
MIGLIORI COSTUMI Milena Canonero per The Grand Budapest Hotel
MIGLIOR TRUCCO Frances Hannon and Mark Coulier per The Grand Budapest Hotel
MIGLIOR SCENOGRAFIA Adam Stockhausen (Production Design) e Anna Pinnock (Set Decoration) per The Grand Budapest Hotel
MIGLIOR MONTAGGIO Tom Cross per Whiplash
MIGLIOR COLONNA SONORA Alexandre Desplat per The Grand Budapest Hotel
MIGLIOR CANZONE "Glory" di John Stephens and Lonnie Lynn per Selma
MIGLIOR MONTAGGIO SONORO Alan Robert Murray and Bub Asman per American Sniper
MIGLIOR SOUND MIXING Craig Mann, Ben Wilkins and Thomas Curley per Whiplash
MIGLIORI EFFETTI SPECIALI Paul Franklin, Andrew Lockley, Ian Hunter and Scott Fisher per Interstellar


venerdì 17 ottobre 2014

Chi è Neil Patrick Harris, il conduttore degli Oscar 2015

Attore, cantante, ballerino, regista, doppiatore e prestigiatore: Neil Patrick Harris sarà il presentatore della prossima notte degli Oscar, dopo aver aperto a sorpresa quella del 2010 e condotto gli Emmy e i Tony Awards. Ripercorriamo la carriera della star di “How I Met Your Mother”, dai primi passi in teatro al cinema di David Fincher




Per il grande pubblico resterà sempre Barney Stinson, incallito donnaiolo che nella serie “How I met your mother” si inventa migliaia di modi per conquistare le ragazze, raccolti nel testo “The Playbook”, sempre perfettamente vestito e incline a inventare storie assurde: Neil Patrick Harris, attore nato a Albuquerque, New Mexico, è un artista poliedrico, che in più di 25 anni di carriera ha fatto di tutto, dal prestigiatore al regista, cantante e ballerino. E ultimamente si è tolto anche la soddisfazione di celebrare le sue nozze con il compagno David a Perugia, dove per legge non è previsto. 

Nato in una famiglia di avvocati, Harris ha cominciato a dimostrare interesse per la magia e il teatro fin da piccolo, partecipando alle recite scolastiche e imparando da autodidatta giochi di prestigio (hobby che lo ha portato poi a entrare nel consiglio di direzione del Magic Castle di Hollywood: club privato per appassionati di magia): una passione talmente forte da portarlo, a soli 15 anni, a debuttare al cinema nel film del 1988 “Il grande cuore di Clara” dove recita al fianco di Whoopi Goldberg nel ruolo di David, ragazzo che ha appena perso la sorella, per cui ottiene la sua prima nomination ai Golden Globes. 

Neil Patrick Harris e Whoopi Goldberg in “Il grande cuore di Clara” (1988)


Il film è il trampolino di lancio per la sua carriera d’attore: dopo aver partecipato a diverse serie televisive, il giovane Neal viene scelto come protagonista di “Doogie Howser”, serie creata da David E. Kelly, autore di “Ally McBeal”, in cui interpreta un ragazzo prodigio laureato in medicina a 14 anni e che esercita la professione medica a 16. Harris ottiene grande fama in America grazie al ruolo di Doogie, che porta avanti per quattro stagioni, arrivando a interpretare il personaggio anche in altre serie, come “I Simpson” e “Pappa e Ciccia”. 

Neil Patrick Harris è il protagonista della serie “Doogie Howser” (1989 – 1993)


Terminata “Doogie Howser”, Harris partecipa come guest star a diverse serie tv, tra cui “La signora in giallo” (1993) e “Will and Grace” (2000), presta la voce a Max, uno dei personaggi della serie animata “Capitol Critters”, e torna al cinema grazie a “Starship Troopers”, film di fantascienza del 1997 diretto da Paul Verhoeven, in cui è il colonnello Carl Jenkins, e “Sai che c’è di nuovo”, del 2000, commedia romantica in cui recita al fianco di Madonna e Rupert Everett. 

Neil Patrick Harris insieme a Angela Lansbury in “La Signora in giallo”


Gli anni 2000 sono anni cruciali per Harris: impegnato sentimentalmente dal 2004 con il collega David Burtka, l’attore ha fatto coming out nel 2006, tramite un’intervista alla rivista People e nel 2007, alla cerimonia degli Emmy Awards, la coppia si è presentata ufficialmente in pubblico per la prima volta. 

Harris insieme a Burkta e i figli, Harper Grace e Gideon Scott, vestiti a tema “Alice nel paese delle meraviglie” per Halloween


Nel 2005 è inoltre arrivato il ruolo che ha donato popolarità mondiale a Harris: l’attore è stato scelto per interpretare Barney Stinson in “How I met your mother”, ruolo che ha interpretato per 9 stagioni, e che ha reso nota in tutto il mondo la sua verve. Harris ha anche diretto un episodio della serie, la première della quinta stagione, debuttando così dietro la macchina da presa. 

Neil Patrick Harris è Barney Stinson in “How I Met Your Mother” (2005 – 2014)


La sua propensione per il ballo e il canto gli hanno permesso di esibirsi in diverse occasioni: Joss Whedon l’ha voluto come protagonista della sua mini-serie musical “Dr. Horrible’s Sing-along Blog”, Ryan Murphy ha creato appositamente per lui il personaggio di Bryan Ryan in “Glee”, per la cui interpretazione del numero “Dream On” ha vinto l’Emmy Awards nel 2010 come migliore guest star in una serie comica, e, sempre nel 2010, ha aperto la cerimonia degli Oscar. 

Harris si esibisce alla cerimonia di apertura degli Oscar 2010


Grazie al grande successo ottenuto con Barney, ruolo per cui è uno degli attori più pagati della televisione, sono poi arrivate diverse soddisfazioni personali e professionali: il 12 ottobre 2010 sono nati i gemelli Harper Grace e Gideon Scott, figli dell’attore insieme al compagno concepiti grazie a una madre surrogata, il 15 settembre 2011 gli è stata dedicata una stella nella Hollywood Walk of Fame e nel 2014 Rolling Stone gli ha dedicato la sua copertina. 

Harris posa vicino alla sua stella sulla Hollywood Walk of Fame


Conclusa “How I met your mother”, l’attore ha potuto dedicarsi al suo primo grande amore, il teatro, interpretando a Broadway il travestito Hedwig nello spettacolo “Hedwig and the Angry Inch”, ruolo che ha coperto fino ad agosto 2014, per poter poi affrontare un’altra grande prova: l’8 settembre 2014, nel Castello di Procopio a Perugia, Harris e il compagno si sono sposati, con una cerimonia celebrata dalla regista di “How I Met Your Mother”, e amica, Pamela Fryman, in cui si è esibito il cantante Elthon John. 

Harris e David Burtka sposi a Perugia nel Castello di Procopio


Per concludere in bellezza l’anno, Harris è stato scelto da David Fincher per il film “Gone Girl - L’amore bugiardo”, con protagonista Ben Affleck, probabile titolo di spicco ai prossimi Oscar, che sarà proprio l’attore a presentare. Lo scorso 15 ottobre, il giorno dopo l’uscita della sua autobiografia intitolata “Choose Your Own Autobiography”, è stato infatti comunicato ufficialmente che Harris sarà il conduttore della prestigiosa serata, che, visti i suoi precedenti, sarà sicuramente piena di musica e coreografie. L’attore ha commentato la notizia con un video in cui finge di accettare l’incarico al telefono e poi spunta la casella “presentare la notte degli Oscar” nella sua lista dei sogni della vita.


Pubblicato su TvZap.

giovedì 3 aprile 2014

Finale discusso per ‘How I met your mother’

Negli Stati Uniti la serie “How I met your mother” è appena terminata con una doppia puntata che ha lasciato di stucco i fan 




Nove anni fa, nell’ormai lontano 2005, esattamente un anno dopo la conclusione di “Friends”, sitcom da cui ha preso il maggiore spunto e di cui si è dichiarata fin da subito naturale erede, esordiva sugli schermi televisivi americani “How I met your mother”, creata da Craig Thomas e Carter Bays, commedia sulle avventure di cinque amici ventenni a New York. Il filo conduttore della storia è il racconto di Ted Mosby (Josh Radnor), affermato architetto, che nell’anno 2030 decide di raccontare ai suoi figli la storia di come ha conosciuto la loro madre: un intento dichiarato fin dal titolo. 

La cornice di “How I met your mother”, seppur originale e sempre presente, è stata però la scusa per raccontare le gag e le avventure di un gruppo di personaggi che da subito è riuscito a fare breccia nel cuore del pubblico: il già citato Ted, eterno romantico un po’ pedante, Lily (Alyson Haningan), estroversa maestra elementare dalle aspirazioni artistiche, il suo fidanzato Marshall (Jason Segel), gigante dal cuore buono e futuro dottore in legge, Robin (Cobie Smulders), bella e risoluta giornalista canadese e infine Barney Stinson (Neil Patrick Harris), incallito playboy e uomo d’affari. 

Nel corso della serie Ted e soci sono cresciuti, hanno subito molti cambiamenti, hanno conosciuto decine di persone e sono rimasti sempre uniti, intraprendendo letteralmente un percorso insieme ai propri spettatori, grazie anche al sapiente dosaggio di commedia e dramma. 

Il forte impatto che la serie ha avuto sulla cultura pop è palpabile e dovuto principalmente alla capacità degli autori di costruire una mitologia riconoscibile, continuamente rimarcata e autocitata, e di regalare alcuni tormentoni entrati di diritto nell’uso comune, forniti principalmente dal personaggio di Barney Stinson, genio comico baciato dall’ “effetto Fonzie”, trasformandosi da spalla iniziale a centro della serie. Il manuale di seduzione, “The Playbook”, e quello sull’amicizia, “The Bro Code”, scritti da Barney, i suoi stratagemmi al limite della follia, la cravatta con le paperelle di gomma, le sue frasi caratteristiche – “it’s gonna be legend…wait for it…dary!” (sarà leggen…ora arriva…dario!), “suit up!” (mettiti il vestito!) e “challenge accepted!” (sfida accettata!) – hanno fatto scuola. Perle geniali come la lotta con la capra, la trovata dell’ombrello giallo, quella della sfida di schiaffi e Robin Sparkles, l’alter ego musicale di Robin, hanno fatto il resto.




Non stupisce dunque che, nonostante gli autori abbiano, dalla sesta stagione in poi, annacquato eccessivamente la serie, ci fosse grande attesa per il finale di “How I met your mother”. La nona e ultima stagione, concentrata tutta nel weekend del matrimonio tra Barney e Robin, trovata quanto mai ammirevole, sembrava conclusa con il penultimo episodio: Ted si trasferisce a Chicago, Marshall e Lily hanno un secondo figlio e Robin e Barney si sposano, infrangendo per sempre i sogni d’amore di Ted, nati rubando un corno francese blu da un ristorante per quella che credeva la donna della sua vita: Robin appunto. Invece gli autori hanno voluto mischiare le carte un’ultima volta, fornendo al pubblico diversi colpi di scena che hanno spiazzato anche i fedelissimi. 

Se ancora non avete visto il finale di “How I met your mother” è meglio che smettiate di leggere. 

Comunque, che il finale sia piaciuto o no, è innegabile riconoscere a questa serie il merito di aver portato alla ribalta dei personaggi straordinari, Barney su tutti, e di aver mostrato la bravura di attori poliedrici come Neil Patrick Harris, Jason Segel e Cobie Smulders, talenti comici straordinari in grado di far affezionare il pubblico a tal punto da considerarli come amici di famiglia, proprio come se a ogni bevuta nel MacLaren’s pub, locale storico della serie, si fossero seduti di volta in volta anche tutti gli spettatori. 


IL FINALE DI HOW I MET YOUR MOTHER [attenzione SPOILER]

L’ultimo episodio di “How I met your mother”, una speciale doppia puntata, mischia ancora una volta le carte: Barney e Robin si sono sposati, Marshall e Lily hanno fatto pace e sono in attesa del secondo figlio e Ted è pronto a trasferirsi a Chicago. Il gruppo si saluta, tutti sono molto tristi, poi però succede l’impensabile: al matrimonio Ted conosce finalmente Tracy (Cristin Milioti), la misteriosa ragazza con l’ombrello giallo che ha inseguito per anni e che si rivela essere proprio la madre del titolo. Grazie a Tracy Ted decide di rimanere a New York, le chiede di sposarlo e ha i due figli che si sono visti per nove stagioni a ogni inizio puntata. Fino a qui nulla di nuovo. 

Ted e la madre si incontrano al matrimonio di Robin e Barney


E’ qui però che gli autori fanno compiere un ultimo ottovolante emotivo ai suoi personaggi e al loro pubblico: tre anni dopo il matrimonio, nel 2015, le cose non vanno bene come tutti hanno sperato. Marshall ha dovuto rinunciare all’incarico di giudice e odia il suo lavoro, Ted non si è ancora sposato e Barney e Robin hanno divorziato. Ebbene sì: un’intera stagione basata su un matrimonio sfumato in appena tre anni e in poco più di quindici minuti di puntata. La causa? Il lavoro di Robin, che la porta ai quattro angoli del mondo, e l’istinto da seduttore mai sopito di Barney. Ma non è finita: Lily e Marshall hanno un terzo figlio, sono quindi costretti a cambiare casa e ad abbandonare lo storico appartamento della serie, Robin si allontana dal gruppo e Barney torna a essere un playboy a tempo pieno, riesumando addirittura il suo manuale di seduzione, che diventa “The Playbook II”.

Essere un playboy incallito comporta però dei rischi: una delle tante conquiste di Barney rimane incinta e gli dà una figlia, Ellie. Per la prima volta Barney può dire di amare incondizionatamente e totalmente una donna. 

Barney diventa padre


Nel frattempo Marshall riesce finalmente a diventare giudice e Ted e Tracy, dopo sette anni di fidanzamento e due figli, si sposano: è il 2020. 

Marshall diventa giudice


La storia sembrerebbe finire qui, invece, negli ultimissimi minuti, “How I met your mother” si gioca il ribaltone finale; conclusa la storia dell’incontro con la madre, avviene la scioccante rivelazione: Tracy, la madre del titolo, colei che è stata inseguita per nove stagioni, è morta. Uscita di scena a causa di una malattia, Tracy è solo un ricordo nei racconti di Ted. La serie avrebbe potuto concludersi qui, ma c’è tempo per un’ulteriore sorpresa: a sei anni dalla morte di Tracy, ovvero quando comincia a raccontare la storia ai suoi figli, Ted chiede loro il permesso di poter tornare a frequentare Robin, suo eterno primo amore mai dimenticato. Così, nell’ultimo minuto della serie, nel 2030, a 25 anni di distanza dall’inizio della storia, si torna al punto di partenza: un uomo cerca di far impressione sul suo grande amore con un corno francese blu. Questa volta però avrà più fortuna.

la scena finale di How I met your mother



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