giovedì 17 gennaio 2013
100° puntata Superga Cinema On Air
lunedì 17 maggio 2010
SupergaCinemusicNight 18 maggio 2010
lunedì 29 marzo 2010
Superga Cinema Night #3 - 30 marzo 2010

SupergaCinema Night
I Love Rock ‘n’ Roll 50/60s
A cura e di Giulio Della Rocca, Valerio Del Vasto e Riccardo Iannaccone
“SupergaCinema Night” è l’evento per tutti gli amanti della buona Musica e gli appassionati di Cinema…
DJ set del “guru” Rimmel dei Maskara.
Ingresso 2 euro. Shottini 1 euro.
Martedì 30 Marzo (dalle 22.30 a mattina) terza serata firmata SUPERGACINEMA NIGHTdedicata al Rock anni 50 e 60!!
Il viaggio esperienziale/musicale prevede Beatles, Rolling Stones, Elvis Presley, Buddy Holly, Platters, Neil Sedaka, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, The Doors, Pink Floyd, Kinks, Small Faces, Ribelli, Corvi, Patty Pravo, Celentano, Equipe 84, Rokes, Mal & The Primitives, James Brown, Little Richard, Pat Boone, Johnny Cash, Gene Vincent, Janis Joplin, Animals, Procol Harum, Hendrix, Beach Boys…
Il tutto alla Locanda Atlantide – via dei Lucani 22b (San Lorenzo – Roma)
Il Rock da ballare per farti sognare…
lunedì 1 febbraio 2010
venerdì 8 gennaio 2010
Io, loro e Lara

Che fare se ad un certo punto della vostra vita, dopo aver trascorso dieci anni in Africa come missionario, sentite che state perdendo la fede?
Ma è ovvio: ritornare a casa tra le mura familiari e cercare il sostegno di genitori e parenti.
Sbagliato!
L'incauto padre Carlo fa proprio questo e la situazione in cui si trova immerso è più intricata e pericolosa della foresta nera: il padre si è sistemato con una donna slava molto più giovane di lui, Olga, i fratelli Bea (la strepitosa Anna Bonaiuto, rilanciata da Sorrentino in Il divo) e Luigi (Marco Giallini, che i fan della serie tv Romanzo Criminale riconosceranno come Il terribile) sono una psichiatra ancora più nevrotica dei suoi pazienti con una figlia dalle tendenze emo, e un cocainomane con la passione per le belle donne. Entrambi cercano di far rinsavire il padre temendo che la nuova compagna possa mettere le mani sulla loro eredità.
Dopo un evento inatteso, sulla scena compare un altro personaggio a portare scompiglio: è Lara, la misteriosa e intrigante figlia di Olga.
Un ritorno atteso e in grande stile per il Carlone nazionale, che per questo nuovo film sceglie di interpretare un personaggio onesto, innocente, dall'alta moralità, tutto il contrario dell'italiano medio truffaldino e chiassosso che nelle sue pellicole ha sempre delineato così bene.
A mettere in scena tutti i vizi e le ossessioni della società italiana contemporanea sono invece i numerosi personaggi di contorno: un cast d'alto livello, ben orchestrato, con ottimi tempi comici. Ottime, come sempre, la Bonaiuto e la Finocchiaro, e sorprendente Giallini, finalmente in un ruolo comico dopo tanti personaggi sofferti e criminali.
L'unica a non convincere forse è proprio la Lara del titolo, la Laura Chiatti che tutti i registi italiani sembrano cercare, nonostante le sue qualità artistiche lascino spesso perplessi.
Un film corale quindi per Verdone, che per una volta ha scelto di non essere il mattatore assoluto della sua pellicola, arrivando ad un livello forse maggiore di maturità, lasciandosi alle spalle i personaggi macchiettistici dei precedenti lavori e concentrandosi di più sull'efficace messaggio dolce-amaro della storia.
Un bel ritorno dopo un decennio di alti e bassi e un film precedente, Grande, grosso e Verdone, che, nonostante il grande successo di pubblico, si era rivelato deludente.
Fa piacere quindi ritrovare Verdone in piena forma all'inizio di questo nuovo decennio - soprattutto dopo la perdita del padre -, uno dei comici italiani che meglio ha saputo mettere alla berlina vizi privati e pubbliche virtù della società italiana.
Carlo continua così!
La citazione: "Sapete che ve dico? Che me manca tanto l'Africa!"
Voto: ♥♥♥
Pubblicato su Supergacinema.it
martedì 20 ottobre 2009
Incontro Tornatore-Muccino

lunedì 16 giugno 2008
L'incredibile Hulk

Per questo motivo a quel film non sono seguiti sequel, prequel e simili e i fan della creatura hanno dovuto aspettare che una nuova produzione si cimentasse in una differente rivisitazione del personaggio creato da Stan Lee.
Nuova produzione significa nuovo regista, il francese e giovanissimo Louis Leterrier, autore di “Danny the dog”, e soprattutto nuovo cast. Niente più divi muscolosi e aitanti come Eric Bana: Bruce Banner stavolta ha il volto intelligente e riflessivo di Edward Norton, la fidanzata di Bruce, Betty, è interpretata da Liv Tyler, il cattivo di turno, il militare Emil Blonsky, ha il volto crudele di Tim Roth e nei panni del generale Ross c’è il grande William Hurt.
La pellicola fin da subito si distacca dal precedente lavoro: la storia non comincia con la creazione del mostro, tutta la parte del percorso che porta lo scienziato Bruce Banner a diventare un gigante verde dalla forza sovrumana è infatti condensata in appena due minuti di flashback del protagonista, che si trova in Brasile per cercare di sconfiggere la belva che cela dormiente dentro di sé.
Un incidente fatale porta il generale Ross e una squadra speciale, capitanata dall’ambizioso Blonsky, sulle tracce di Bruce dando inizio a un inseguimento che dura per tutto il resto del film.
Durante questa caccia al mostro, Bruce ritrova la sua amata Betty, unico essere vivente di fronte a cui Hulk si calma, e Blonsky, accecato dal desiderio di ottenere gli stessi poteri del colosso, si fa trasformare in una creatura mostruosa dalla forza portentosa: il terribile Abominio.

Il film parte in maniera promettente: grazie alla presenza di un grandissimo cast sembra possibile la magia che si creò con il primo “Spiderman” - intrattenimento spettacolare di qualità - ma non è così.
Nonostante Edward Norton sia uno dei migliori attori della sua generazione e sia stato affiancato dal grande Tim Roth e dal mostro sacro William Hurt, il contesto soffoca le interpretazioni dei tre attori, generando un ammasso confuso di inseguimenti, lotte, esplosioni e effetti speciali.
La prima parte va troppo per le lunghe, mostrandoci il mostro dopo una buona mezz’ora; la parte centrale presenta le lacune più evidenti, buchi mostruosi nella sceneggiatura e dialoghi imbarazzanti; il finale risolleva la pellicola, regalandoci uno dei combattimenti più lunghi tra good e bad guy: Hulk e Abominio se le danno di santa ragione monopolizzando la scena a suon di onde d’urto e urla disumane.
Grande pecca della pellicola è proprio la regia: la mano di Leterrier non è sicura, a volte sembra che non sappia dove posizionare la macchina da presa e tutto il film dà l’idea di un gigantesco video clip di serie b, facendoci rimpiangere la regia virtuosa di Ang Lee. Anche il montaggio non funziona, presentando degli stacchi a volte veramente troppo bruschi e irrisolti, fiaccando in questo modo il ritmo del film.
Il regista ha inoltre seminato nella pellicola diverse citazioni, non tutte riuscite: il bacio sotto la pioggia tra Betty e Bruce alla “Spiderman”, Hulk e Betty moderni King Kong e Ann Darrow, laboratori con macchinari riportanti il logo dell’industria del Tony Stark di “Iron Man”.
Altra cosa che non convince è la coppia Norton – Tyler: tra i due non c’è un gran feeling, e la Tyler risulta troppo poco incisiva.
I momenti migliori sono i camei di Stan Lee e Lou Ferrigno e il colpo di scena finale: si prevede un altro capitolo forse ben più entusiasmante di questo.
Insomma ancora una volta l’incredibile Hulk si è mostrato non così incredibile, portando a pensare che forse il suo destino è quello di rimanere un prodotto più adatto alla tv che al grande schermo.
Voto: ♥1/2
Uscita italiana: 18 giugno 2008
Pubblicato su Supergacinema.
martedì 10 giugno 2008
Noi due sconosciuti

L’iniziale disprezzo che Audrey prova per Jerry si tramuta pian piano in un bisogno disperato d’aiuto e quando l’uomo riesce a farsi amare dai figli dell’amico, i sentimenti della vedova si tramutano in profondo affetto ed entrambi trovano una solida pietra d’appoggio su cui far ripartire le loro vite.
La regista danese Susanne Bier è al suo esordio americano e ha il compito difficile di conciliare due megastar hollywoodiane come la Berry e Del Toro con una storia dal sapore più intimo ed europeo.
Il tocco personale della regista c’è e si vede, ma al contrario dei suoi film precedenti l’effetto non è quella stessa delicatezza e profondità di sentimenti: la storia si impelaga ben presto in una rappresentazione esasperata e stereotipata del dolore, risultando a tratti poco sincera, come se in realtà lo scopo fosse quello di strappare a tutti i costi una lacrima allo spettatore.
Ne risulta così un drammone pesante, che non commuove fino in fondo il pubblico: non si può cedere totalmente ad un tale ricatto psicologico.
Di conseguenza l’interpretazione dei protagonisti risulta spesso sopra le righe: la Berry fa quasi la parodia di se stessa in “Monster’s ball” e Del Toro non deve far altro che mettere mano al suo, ormai vasto, repertorio di espressioni da drogato dal cuore buono.
Anche lo stile della regia risulta forzato e a tratti ridondante: l’intuizione buona di fare continui primissimi piani degli occhi dei protagonisti e di soffermarsi su vari dettagli anatomici alla lunga esaspera e toglie ritmo alla pellicola.
Anche il montaggio con le sequenze temporali alterate sembra un espediente per infondere più ritmo ad una storia che sembra immobile nella sua linearità.
In un film dalla musica assente per sottolineare il dramma esistenziale dei protagonisti in cui purtroppo non ci si identifica quasi mai, il silenzio diventa quasi insopportabile e a vincere sopra ogni cosa è la noia.
Speriamo che la Bier torni all’ispirazione di un tempo.
Voto: ♥♥
Pubblicato su Supergacinema.
Uscita italiana: 12 giugno 2008
Conferenza stampa "Noi due sconosciuti"

Al cinema Eden di Roma una radiosa Susanne Bier, la regista di “Non desiderare la donna d’altri”, colei che detiene, unica donna al mondo, il record di biglietti venduti nella natia Danimarca, si è concessa alla stampa. Inoltre era a Roma anche per presentare il primo cofanetto italiano di dvd dedicato al suo lavoro.
Ecco come ha risposto alle domande dei giornalisti.
Come è stato lavorare con Halle Berry e Benicio Del Toro che sono due star hollywoodiane?
S.B.: Con attori così grandi non è difficile lavorare, io voglio trovare in loro dei momenti profondi e soprattutto veri e loro li hanno. Quello che cambia è l’entourage, attori di questo calibro infatti arrivano sul set con cinque macchine: una per i truccatori personali, l’altra per i parrucchieri… Benicio però arrivava ogni giorno sul set estremamente preparato e pieno di idee per le sue scene.
Come è stato il suo sbarco in America?
S.B.: Quando ho letto questa sceneggiatura ne avevo lette altre 200, tutte in lingua inglese, e quelle belle erano solo 10 ma erano già state prese da altri registi.
Poi mi è capitata sotto mano questa e mi ha colpito perché i personaggi sono veri, non da fumetto.
La produzione mi ha dato molte libertà, non volevano un film in stile americano, e mi hanno permesso di cambiare l’inizio e la fine dando un’impronta molto più personale.
Come mai nei suoi film c’è sempre un triangolo amoroso con la morte di uno dei tre protagonisti?
S.B.: Non ho mai analizzato questa cosa. E forse in effetti anche nel mio nuovo film ci saranno tre personaggi protagonisti! Questa sceneggiatura non l’ho scritta io, quindi è stata una scelta inconscia. Forse perché sono affascinata dall’amicizia tra uomini, dal rapporto tra fratelli e mi piace quando entra in gioco una donna che fa funzionare tutto.
Gli studios le faranno rifare un film del genere? E lei vorrebbe ripetere quest’esperienza?
S.B.: Spero di si. Io non condivido quest’atteggiamento secondo cui i film europei sono fantastici e quelli americani delle cose orribili. In Europa c’è la tendenza a esaltare tutto ciò che un artista di successo propone, invece a me piace trovare una resistenza, così le mie idee devono essere buone.
E’ vero che c’è il lato glamour ma ci sono anche i grandi attori che se il ruolo lo richiede non vogliono essere truccati alla perfezione.
Lo script in origine era più lineare, lei invece ha mescolato le sequenze temporali: perché?
S.B.: La sceneggiatura era molto più lineare: la famiglia felice, la morte, il lutto e la storia tra i due personaggi. In fase di montaggio ci siamo accorti che c’erano 20 minuti troppo noiosi, in cui si aspettava che il film cominciasse; allora abbiamo pensato di introdurre i personaggi nel momento del dolore e abbiamo cambiato il finale: doveva finire con la ragazzina che corre dietro alla macchina, invece ho voluto dare un senso di speranza.
Questo è anche un film sulla dipendenza, che può essere da una persona, dall’amore o dalla droga. Inoltre ritorna spesso il tema dell’acqua, come mai?
S.B.: E’ diverso essere dipendente da una droga e dall’amore. Volevo mostrare il dolore che causa la dipendenza dalla droga, non renderla affascinante o trasgressiva. Quando perdi una persona che ami il dolore forse è simile.
L’acqua mi affascina molto ma non mi va di spiegare questo aspetto.
Ci parla della sua scelta di utilizzare dei primissimi piani, in particolare degli occhi?
S.B.: Non erano presenti nella sceneggiatura, l’ho deciso io.
I primi piani degli occhi erano funzionali al film: un dettaglio diventa un’immagine astratta, una cosa più universale. Per il personaggio di Halle Berry erano importanti perché Audrey non esprime i suoi sentimenti, quando però vediamo i suoi occhi non può più fingere, perché con gli occhi è più difficile mentire.
Pubblicato su Supergacinema.
Sex & the City

Alla fine della sesta stagione avevamo lasciato le quattro amiche tutte felicemente accasate: Miranda ha sposato Steve, Charlotte e Hanry hanno adottato una bambina cinese, Samantha ha sconfitto il cancro al seno ed è diventata monogama grazie a Jerry e Carrie si è finalmente fidanzata con il suo amore di sempre mister Big.
Carrie e Big decidono allora di andare a vivere insieme, lui le regala addirittura un armadio grande come un aeroporto e, a sorpresa, le chiede di sposarlo.
Per anni i fan hanno atteso questo momento: Carrie in un meraviglioso abito bianco che può finalmente dire si all’uomo che ha amato perdutamente per ben sei stagioni di fila.
Ma c’è un ma, e il matrimonio non va esattamente come ci si aspetta, anzi, non va proprio: come Julia Roberts in “Se scappi ti sposo” mister Big fa dietro front e spezza per l’ennesima volta il cuore di Carrie. Nel frattempo Miranda scopre che Steve l’ha tradita e la sua felice vita matrimoniale va in pezzi, Samantha, che si è trasferita a Los Angeles, non è felice perché Jerry non c’è mai e la trascura e Charlotte invece ha finalmente una bella sorpresa.
Insomma sono passati gli anni ma i problemi sono sempre tanti e il finale da favola sembra farsi sempre più lontano; ma siccome ormai le “ragazze” non sono più tanto ragazze, avendo superato la soglia dei famigerati “anta”, e sentono il bisogno di dare stabilità alle loro vite, con qualche compromesso tutto si aggiusta e il tanto sospirato happy ending arriva puntuale come la settimana della moda newyorchese.
Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha da formidabili conquistatrici e maghe del sesso si sono trasformate in quattro casalinghe disperate dagli abiti superfirmati: dove sono finite le quattro pazze che parlavano esplicitamente di sesso con la naturalezza di chi si informa sulle previsioni del tempo? Anche la moda, elemento fondamentale nel telefilm, è diventata solo un pretesto per mettere in mostra i prodotti degli sponsor e il risultato è una sfilata di abiti dal cattivo gusto decisamente esagerati e fuori luogo.
Un’altra pecca è rappresentata dagli uomini: Big, Harry, Steve e Jerry nella serie erano forti, dalla personalità spiccata, rappresentavano l’altra faccia della medaglia di Carrie, Charlotte, Miranda e Samantha ma nel film sembra che siano dei pupazzi destinati soltanto a comparire come figuranti.
In questo modo anche le protagoniste sembrano meno incisive e tutta la vicenda si risolve in una serie di momenti noiosi e forzati per di più condensati in due ore e mezza di film che scoraggerebbero anche il più accanito fan.
Peccato perché la serie televisiva così come si era conclusa era perfetta e deliziosa e con questo film dall’umorismo annacquato si è fatta una pura operazione commerciale che non soddisfa gli appassionati e annoia i neofiti.
In più gli autori non ci hanno risparmiato nemmeno la morale da Baci Perugina: la pellicola si conclude infatti con la melensa frase “L’amore è l’unica griffe che non passa mai di moda”.
A quanto pare l’umorismo invece si.
La citazione: "Tesoro non è vero che non ti amo, ma amo me stessa di più!"
Voto: ♥♥
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sabato 26 aprile 2008
L’altra donna del re

Inghilterra, 1500: due giovani e belle fanciulle di buona famiglia, le sorelle Mary (Scarlett Johansson) e Anne (Natalie Portman), stanno per prendere parte ad uno dei triangoli amorosi più torbidi della storia dell’umanità.
Sì, perché le due sorelle in questione non sono due ragazze qualsiasi: di cognome fanno Boleyn e l’uomo al vertice di questo triangolo è niente di meno che Enrico VIII (Eric Bana), re d’Inghilterra.
Enrico è impaziente di avere un figlio maschio in modo di assicurarsi una salda discendenza, ma la sua sposa, Caterina D’Aragona (Ana Torrent), gli ha dato solo una figlia femmina e una serie di bambini nati morti. Per rimediare alle “mancanze” della moglie Enrico cerca giovani fanciulle in grado di soddisfare le sue esigenze e, spinto dal suo consigliere il Duca di Norfolk (David Morrisey), va a far visita a Lady Elizabeth Boleyn (Kristin Scott Thomas), che ha due splendide figlie in età da marito.
Mary ha appena sposato William Carey (Benedict Cumberbatch), un modesto nobile, e quindi è fuori dai giochi, Anne invece è la figlia scelta per sedurre il re e convincerlo a fare di lei la sua amante. Anne però è troppo ambiziosa e orgogliosa e invece di sedurre il re lo umilia pubblicamente, causandogli una brusca caduta da cavallo. Entra in gioco allora Mary, più semplice e remissiva, che con la sua dolcezza conquista i favori del re.
Costretta ad andare a corte, Mary diventa l’amante di Enrico e finisce per innamorarsene. I due avranno un figlio maschio, ma Anne, decisa ad avere il suo momento, approfittando della gravidanza della sorella, tesse una sottile tela di seduzione e attira a sé il desiderio del re.
La sua abilità è tale da convincere Enrico a cacciare Mary e suo figlio, ad esiliare la regina e a sposarla, causando la rottura con la Chiesa Cattolica.
Anne diventa quindi regina, il massimo per una ragazza ambiziosa come lei, ma i problemi arrivano quando il primo figlio avuto dal re si rivela essere una femmina e la sua posizione crolla del tutto quando perde il secondo figlio prematuramente.
L’epilogo della vicenda è noto: Anne sarà decapitata, il re sposerà Jane Saymur (e successivamente altre quattro donne) e quella figlia apparentemente sfortunata e non voluta si rivelerà essere Elisabetta I, la più grande sovrana d’Inghilterra.
Il regista Justin Chadwik, fino ad ora solamente regista televisivo, confeziona una pellicola pomposa, patinata e più simile ad una soap opera che a un grande dramma in costume.
La vicenda presto abbandona i binari dell’intrigo politico per seguire quelli dei movimenti in camera da letto, costruendo un intreccio di amori e tradimenti che alla lunga annoiano anche il più pettegolo degli spettatori. Dalla pellicola sembra che Enrico VIII abbia regnato ragionando con i suoi attributi maschili piuttosto che con il cervello, arrivando a separarsi dalla Chiesa Cattolica Romana soltanto per il capriccio di avere una donna, e che si occupasse soltanto di chi avere nel letto piuttosto che amministrare un’intera nazione!
Inoltre il tema centrale, il rapporto tra le due sorelle, non è ben trattato dato che il film si limita a presentare le due ragazze l’una l’opposto dell’altra: Mary è dolce, gentile e bionda, Anne è invece ambiziosa, manipolatrice e bruna; la caratterizzazione dei personaggi si ferma qui, non emerge infatti quel rapporto complesso di amore – odio che avrebbe dovuto catalizzare l’attenzione dello spettatore. Le due fanno a gara a chi è più seducente e bella, a chi riesce meglio a soddisfare il re, costruendo una storia degna della miglior puntata di Beautiful.
La regia si allinea perfettamente al taglio dato alla storia e risulta spesso ridondante - soprattutto nelle innumerevoli inquadrature ai palazzi con cielo plumbeo sullo sfondo - a volte quasi barocca, volendo strafare con l’effetto “occhio che guarda dal buco della serratura”.
La musica è ripetitiva e monotona, spesso anonima e per nulla incisiva.
La fotografia è cupa e si ispira spudoratamente a quella del film “Elizabeth” di Shekhar Kapur ma senza ottenere lo stesso effetto di intrigo e mistero.
Nota di merito invece ai costumi, fedeli ai quadri d’epoca e molto ricercati nei dettagli (come la collana con la “B” portata da Anna Bolena).
L’unico punto di forza della pellicola è il cast: il duo Natalie Portman – Scarlett Johansson catalizza l’attenzione e tra le due attrici si instaura un duello di bravura. La Portman vince a mani basse sul piano dell’interpretazione e - ma forse non tutti saranno d’accordo - anche dal punto di vista estetico: la Portman ha un viso molto più espressivo ed è dotata di un grande talento, la Johnasson invece sembra avere a disposizione una gamma ben misera di espressioni e si riscatta soltanto nel finale.
Eric Bana se la cava discretamente, anche se il suo è un Enrico VIII decisamente più in forma di quello che la storia ci ha tramandato, riuscendo a modulare la sua interpretazione a seconda che si trovi ad interagire con l’una o l’altra sorella.
Ottimo il cast di contorno: ritroviamo, nei panni del fratello delle due Boleyn, il sorprendente Jim Sturgess (l’indimenticabile Jude di “Across the Universe”), la raffinata Kristin Scott Thomas (che dà una lezione a tutti), un perfido David Morrisey e un Benedict Cumberbatch viscido (visto nel ruolo di Paul Marshall in “Espiazione”).
Peccato perché avrebbe potuto essere un buon film.
La citazione: "Ho lacerato questo paese in due per voi!"
Voto: ♥♥
Pubblicato su Superga Cinema.









