venerdì 10 ottobre 2008

Citazione cinematografica n. 34

"-Una volta mi hai scritto una cartolina in cui dicevi "Nella vita tutto è bello!!!”. Ci credi ancora?
-No. Toglierei i punti esclamativi".

da: La meglio gioventù


Alessio Boni e Luigi Locascio



Titolo originale: Id.
Regia: Marco Tullio Giordana
Anno: 2003
Cast: Luigi Locascio, Alessio Boni, Jasmine Trinca, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Andrea Tidoni, Maya Sansa

giovedì 9 ottobre 2008

Babylon A. D.



In un futuro non troppo lontano e apocalittico, Toorop (Vin Diesel), un ex veterano di guerra diventato mercenario, deve scortare, dalla Russia in America, una ragazza, Aurora (Melanie Thierry), che, come una Madonna postmoderna, porta in grembo il prodotto non di un’immacolata concezione ma di un esperimento genetico.
E…basta.
Questo è tutto ciò che si può dire di Babylon A. D. adattamento cinematografico del romanzo “Babylon Babes” di Maurice G. Dantec: in un’ora e mezza di pellicola non succede nient’altro!


Vin Diesel

I personaggi appena abbozzati si muovono come marionette senz’anima in questo mondo a metà tra un set di fantascienza anni ’80 e un grande magazzino di prodotti elettronici.
Kassovitz, attore passato dietro la macchina da presa, che nel 1995 si è fatto onore vincendo con “L’odio” la palma per la miglior regia a Cannes, con questo film tocca il punto più basso della sua carriera da regista. Il francese costruisce infatti una pellicola inconcludente, irrisolta e sicuramente mutilata in più parti: inspiegabili alcuni stacchi di scena e irritante il finale frettoloso e quasi tagliato con l’accetta. La fotografia troppo cupa e i colori saturi non aiutano la riuscita stilistica del film, che dà l’idea di un vecchio video-gioco ormai non al passo con i tempi.
Il film sembra inoltre saccheggiare qua e là vari aspetti di pellicole e libri di fantascienza illustri: il richiamo al recente e sorprendente “I figli degli uomini” è evidente, non mancano sensazioni alla “Blade Runner” ed echi dei racconti di Philip K. Dick; il risultato è un pastiche dal sapore confuso e banale, deludente persino nella scena sulla neve – uno dei pezzi forti del film – che sembra presa da un film di James Bond.


Michelle Yeoh, Melanie Thierry e Vin Diesel


In tutto questo caos Vin Diesel svolge senza infamia e senza lode il suo compito, confermandosi come l’erede legittimo di Stallone e Schwarzenegger, ormai troppo vecchi per il ruolo dell’omaccione palestrato pronto a salvare il mondo.
Imbarazzanti invece i grandi Depardieu e Rampling: attori di serie A costretti a personaggi che sono in realtà delle macchiette, totalmente fuori posto in un prodotto di questo tipo.
La bella Melanie Thierry invece oltre al suo viso angelico offre ben poco alla pellicola, così come Michelle Yeoh, ormai confinata al ruolo di donna letale che si fa strada a colpi di kung-fu.
Passi la gestazione travagliata del film, passi la difficoltà di tradurre un romanzo di più di 600 pagine in pellicola, ma tutta questa approssimazione non è accettabile e fa di “Babylon A.D.” un ibrido prematuro che avrebbe potuto dare di meglio e che invece è destinato a finire nel dimenticatoio.
In sostanza “Babylon A.D.” ci propone cose che noi umani abbiamo già visto e immaginato più e più volte.


La citazione: "Questo maledetto riscaldamento globale sta mandando in puttane gli affari!"

Voto:♥

Uscita italiana: 24 ottobre

Pubblicato su Cineforme.

The Women


Quattro amiche di New York, scarpe firmate, saloni di bellezza, lingerie provocante, profumi costosi, amori, diete, botulino e tradimenti.
No, non è una puntata di Sex & the City.
Ma ci siamo quasi.
Mary Haines (Meg Ryan) ha una vita perfetta: villa lussuosa con tanto di servitù, marito mago della finanza, figlia modello, lavoro nella società paterna. Tra una serata di beneficenza, cene con le amiche e sedute dall’estetista tutto sembra andare a gonfie vele.
Ma all’improvviso, tra una manicure e l’altra, Mary scopre che il suo mondo perfetto nasconde qualche crepa: suo marito ha una relazione con Crystal Allen (Eva Mendes), una procace commessa. Le sue amiche di sempre Silvye (Annette Bening), Edie (Debra Messing, la Grace di “Will & Grace”) e Alex (Jada Pinkett Smith) l’aiutano ad accusare il colpo, fino a quando proprio Silvye, la migliore amica di Mary, per salvare la sua brillante carriera, non tradisce la fiducia della moglie afflitta.
Tra pianti, vendette, crisi emotive compensate con panetti di burro intinti nello zucchero e solidarietà femminile le quattro amiche riescono a risolvere i loro problemi, senza che mai nessun uomo (o quasi) compaia sullo schermo.


Meg Ryan e Annette Bening


A settant’anni da “Donne” di George Cukor, la regista Diane English ripropone la storia scritta da Claire Booth Luce, aggiornandola agli anni 2000.
Le protagoniste sono diventate quindi rampanti donne in carriera, indipendenti economicamente e mentalmente, sicure e sfacciate, non più angeli del focolare pronte ad accudire il marito, ma professioniste competitive dai sandali firmati e i capelli perfetti.
Al giorno d’oggi infatti le donne, almeno quelle che vivono a Manhattan, sembrano aver capito che il matrimonio e il marito non possono essere il centro del loro mondo e che devono mettere al primo posto se stesse e i loro sogni: ecco perché il tradimento che fa più male è quello della migliore amica piuttosto che quello del marito.
Le battute ci sono, il ritmo anche, ma la pellicola pur mostrando evidenti ammiccamenti a “Sex & the City”, non ha la stessa forza dissacrante e graffiante del telefilm: in fondo si tratta sempre di signore bene che affrontano il dispiacere andando a sfilate di moda e comprando borse Prada, realtà ben lontana dalla vita di tutti i giorni delle donne medie. Il risultato è un ibrido tra l’atmosfera delle “Casalinghe disperate” e i vestiti di “Sex & The City”, che si limita a mettere in scena una commedia al femminile leggera e rassicurante.


Eva Mendes


Il cast svolge egregiamente il suo compito e su tutte spicca Annette Bening, attrice dotata di grande talento e classe, purtroppo poco valorizzata dall’industria cinematografica americana, che monopolizza l’attenzione oscurando persino la protagonista Meg Ryan.
Fantastiche Bette Midler, in un cammeo esilarante, e Candice Bergen, che dimostrano come anche a sessant’anni si può essere affascinanti e brillanti.
Proprio Meg Ryan invece non è all’altezza della situazione: le evidenti operazioni chirurgiche, che hanno dato al suo viso un innaturale eterno sorriso alla Joker, sfigurano la sua fisionomia, rendendo il suo volto inespressivo e irriconoscibile. La fidanzatina d’America ha lasciato il posto a quella che sembra una paziente di Sean McNamara e Christian Troy, i chirurghi plastici di “Nip/Tuck”.
A conti fatti, la pellicola si lascia comunque guardare piacevolmente ed è perfetta per una serata con le amiche, rigorosamente senza fidanzati e mariti al seguito.


La citazione: "Se mi ci metto riesco a succhiare via i chiodi dai muri!"

Voto: ♥♥

Uscita italiana: 10 ottobre 2008

Pubblicato su Cinema4stelle.

lunedì 6 ottobre 2008

Miracolo a St. Anna



New York, 1983: un impiegato delle poste uccide a sangue freddo un uomo dall’accento italiano.
Nel suo appartamento viene ritrovata la testa di un’antica statua.
Perché un reduce di guerra prossimo alla pensione dovrebbe compiere un gesto apparentemente così insensato? Con un salto temporale di quarant’anni scopriamo che la spiegazione va cercata in un episodio della Seconda Guerra Mondiale: nel 1944 a Sant’ Anna di Stazzema, i nazisti uccidono 560 civili. Nei giorni in cui la strage ha luogo, le vite di partigiani, nazisti e di un gruppo di soldati americani di colore appartenenti alla 92° divisione di fanteria, chiamata “Buffalo”, si intrecciano.
Il soldato Train (Omar Benson Miller), ragazzone enorme e dall’animo semplice, ritrova la testa di una statua e salva un bambino. Train si convince che la statua sia un portafortuna e il bambino un messaggero del Signore. Insieme a tre suoi compagni trova rifugio in un paesino della Versilia, dove partigiani e nazisti si combattono.


Matteo Sciabordi, Omar Benson Miller, Michael Ealy, Derek Luke e Laz Halonso


Spike Lee porta sullo schermo il romanzo di James McBride e confeziona un film a strati.
In primo luogo c’è l’episodio storico: episodio storico che però è solo un pretesto per raccontare una storia romanzata e totalmente inventata. Lo stratagemma narrativo di McBride di trovare la spiegazione della strage in un presunto tradimento di uno dei partigiani è infatti pura finzione e ha destato non poche polemiche, soprattutto in Italia, facendo guadagnare al libro e al film l’accusa di revisionismo storico. In realtà il centro d’interesse della pellicola non è la strage, ma le vicende dei soldati di colore mandati a morire come carne da macello dai comandanti bianchi razzisti.
Le truppe di soldati di colore che parteciparono alla Seconda Guerra Mondiale non sono quasi mai ricordate e Lee ha cercato di ridare dignità a queste persone che sono morte per una patria che non le accettava.
E’ anche un film sulla fede: soldati, partigiani, civili e nazisti nei momenti di maggiore disperazione si affidano tutti a Dio e la fede fa da filo conduttore tra le storie dei vari personaggi.


Omar Benson Miller e Matteo Sciabordi


Il problema della pellicola è però quello di voler affrontare tanti, troppi argomenti, senza approfondirne realmente nessuno: ecco quindi la superficialità nell’analizzare l’episodio storico e l’eccessiva retorica nel trattare le vicende dei “Buffalo soldiers”. Guardando il film si ha infatti la sensazione di doversi commuovere per forza di fronte alle storie di questi personaggi, impressione acuita da una colonna sonora troppo ingombrante, con il risultato di far perdere forza alla storia.
Non mancano comunque sequenze ben girate e un cast particolarmente ispirato: tra tutti risalta la figura del partigiano interpretato da Pierfrancesco Favino, “la grande farfalla”, combattente ma in primo luogo uomo che si interroga se sia giusto o no uccidere a prescindere dal colore della divisa. E proprio qui sta il problema: come valore assoluto questo principio è sacrosanto, ma nell’ambito della Seconda Guerra Mondiale dove i nazisti elaborarono le leggi razziali e diedero vita ai campi di concentramento questo discorso non ha senso: certo che c’è una differenza tra partigiani e nazisti, affermare il contrario vuol dire non conoscere a fondo la storia.
Anche dal punto di vista del ritmo il film a lungo andare perde mordente, concludendosi con un finale che risulta stonato e forzato.
Una pellicola quindi riuscita soltanto a metà e che sicuramente continuerà a far discutere.


La citazione: "Io so chi è l'uomo che dorme!"

Voto:
♥1/2

Pubblicato su Meltin'Pot.

Conferenza stampa del film “Miracolo a Sant’Anna”

Incontro con il regista Spike Lee, lo sceneggiatore James McBride e il cast.


Spike Lee (foto Valentina Ariete)


Al cinema Warner Moderno di Roma, Spike Lee ha incontrato la stampa italiana, insieme al cast del suo ultimo film “Miracolo a Sant’Anna”. Film che ha destato non poche polemiche per il fatto che attribuisce la causa delle strage di Sant’Anna di Stazzema al tradimento di un partigiano, in combutta con i nazisti.

Interrogato sull’argomento il regista ha detto che la strage è un fatto storico e fare in modo di ricordarla non può che essere positivo. Ha aggiunto che è stato affascinato dalla storia scritta da McBride soprattutto per come affronta la fede, e di come permetta di parlare dell’incontro tra persone e culture diverse.

Nella conferenza stampa si è parlato anche di aspetti attuali: l’attore Derek Luke, che interpreta il soldato Stamps, interrogato sul fatto che negli ultimi tempi gli stranieri negli U.S.A siano molto controllati e sull’ atteggiamento quasi ostile nei loro confronti ha spiegato che l’11 settembre ha causato un sentimento di paura e diffidenza nella popolazione americana e quindi il governo controlla maggiormente le persone.

Pierfrancesco Favino, che interpreta il partigiano Peppi, personaggio tormentato che si interroga molto, ha detto di essersi preparato per il ruolo attingendo dalla sua cultura generale, dai libri di Fenoglio che ama e dal romanzo di McBride.
E riguardo al suo personaggio ha detto: “Con questo ruolo non volevo dire qualcosa sull’unificazione, a me interessava rendere lo stato d’animo di un uomo che dopo aver combattuto per quattro anni si interroga se sia giusto o no. Sono fiero di essere figlio del dubbio, mi auguro che in ogni guerra ci sia qualcuno che si pone questa domanda”.

A McBride è stato chiesto perché ha parlato del tradimento di un partigiano, e lo scrittore ha risposto: “E’ una storia di finzione. In più ci sono diverse versioni dei fatti. A me ha colpito il fatto che a Sant’Anna nessuno parlasse di questa strage. Allora ho trovato una maniera per raccontare questa storia e ho dovuto decidere se scrivere un libro di storia o un romanzo. Questo è un romanzo in cui voglio mostrare come in guerra i rapporti tra amici e familiari si logorano. Non ce l’ho con i partigiani, non era mia intenzione offendere nessuno. Quello che è successo nelle Seconda Guerra Mondiale è di tutti, non solo dei partigiani, quindi ho voluto parlarne anche io. Meglio far riflettere i giovani su argomenti come questo che non su American Idol”.

Spike Lee ha invece scelto una linea più dura dicendo: “Io non mi scuso di aver fatto questo film. Ci sono tante questioni aperte, i partigiani non erano amati da tutti: per ogni tedesco ucciso dovevano morire dieci italiani e i partigiani si rifugiavano sulle montagne lasciando subire le conseguenze alla popolazione”.

Valentina Cervi, che interpreta Renata, ha detto di essere fiera di essere stata diretta da Spike Lee perché: “Sono cresciuta con i film di Spike Lee e mi è sempre piaciuto come ritrae le donne nei suoi film. Anche se sono maltrattate e sottomesse sono sempre vincenti”.

C’è stato tempo per parlare anche delle imminenti elezioni presidenziali americane e al regista è stato chiesto quanto peserà il colore della pelle, Lee ha risposto: “Ci sono molti in America che non amano Obama per il colore delle sua pelle ma non sono abbastanza. Io credo che Obama vincerà anche perché se lo avessero votato solo gli afro-americani non sarebbe lì adesso”.

Il film di Lee in America è stato pesantemente stroncato, in particolare dall’importante rivista Variety, e sulla questione il regista ha detto: “Se sei un artista ti esponi, e se vieni criticato che devi fare, tagliarti la gola? Buttarti giù dall’Empire State Building? Faccio film da 23 anni, che dovrei fare ritirarmi semplicemente perché a Variety non è piaciuto il mio film?”.


Pubblicato su Meltin'Pot.
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