mercoledì 3 settembre 2014

VENEZIA 71: ALEX DE LA IGLESIA: “È MOLTO DIFFICILE FARE SESSO CON DIO: SOLO SANTA TERESA CI È RIUSCITA”

La nostra intervista allo scatenato regista spagnolo è uno dei nove autori del progetto collettivo “Words with Gods”, pellicola sul rapporto tra l’uomo e Dio, presentata fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. 




Un killer uccide un uomo di fronte alla sua donna. Colpito a sua volta, fugge nella notte: per salvarsi sale sul taxi di uno strampalato tassista che, scambiandolo per un prete, lo supplica di andare a confessare suo padre, prossimo alla morte, ateo impenitente. 
Comincia come un action movie il corto La confessione, uno dei nove segmenti del progetto collettivo “Words with God”, presentato fuori concorso alla Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia. Autore del cortometraggio è Alex de la Iglesia, regista spagnolo di fede cattolica chiamato dall’amico e collega Guillermo Arriaga, ideatore del progetto, a prendere parte a queste conversazioni con il divino. Nei pochi minuti a disposizione de La Iglesia condensa tutto il suo cinema: commistione di generi, ritmo frenetico, ironia dissacrante sono i suoi tratti distintivi, così come la scrittura brillante; da più di venti anni autore di culto del cinema spagnolo e non solo – suo grandissimo estimatore è il bulimico Quentin Tarantino -, de La Iglesia è ormai una figura di riferimento per gli appassionati di horror e pulp. 

Arrivato a Venezia insieme ad Arriaga e agli altri registi coinvolti, l’indiana Mira Nair, lo jugoslavo Emir Kusturica, il giapponese Hideo Nakata, l’israeliano Amos Gitai, l’argentino Hector Babenco, l’iraniano Bahman Ghobadi e l’australiano Warwick Thornton, de La Iglesia, di ritorno al Lido dopo la vittoria, nel 2010, del Leone D’Argento alla regia per il film Balada triste de trompeta (in Italia Ballata dell’odio e dell’amore), ci ha parlato del suo rapporto con Dio, dell’idea che si è fatto dell’amore, del suo cinema, dei social network e del desiderio di realizzare une serie tv. 

"La confessione" 


E’ curioso vederti parlare di religione dopo il tuo ultimo film, Las Brujas de Zugarramurdi, che si apre con un Gesù Cristo diciamo non convenzionale, un rapinatore travestito da figlio di Dio. Tu hai avuto un’educazione cattolica: qual è il tuo rapporto con la religione? 

«Beh sì, c’è un tipo diverso di Dio nel mio film precedente. Sono un cattolico e all’università ho studiato filosofia e religione: non posso farne a meno, credo che sia parte di me. Sono legato alla fede, anche nei miei film sono spesso presenti preti e riferimenti alla religione: sono ossessionato dalle persone che pregano. In questo cortometraggio all’inizio sembra di vedere un film d’azione ma poi si capisce che si sta parlando di tutt’altro: questo per me è divertente, ovvero parlare di una cosa tramite mezzi inaspettati. Io odio la convenzione nel cinema: mi piace mescolare i generi. Nel mio corto c’è azione, commedia e alla fine si parla di Dio: amo questo tipo di cinema». 

A questo proposito hai dichiarato di essere un “barman”: come mai ami così tanto mescolare i generi? E come riesci a fare la tua magia? 

«Sì lo dico sempre: fare film è un gioco, ma è un gioco serio. Amo giocare in modo serio quando realizzo i miei film e amo mischiare i generi: il mio scopo è scatenare una reazione nella mente del pubblico. Nel corto, visto che è così breve, il cambiamento improvviso si percepisce ancora di più. Amo spiazzare lo spettatore con cambiamenti velocissimi e inaspettati. Sono molto soddisfatto del corto e amo il film nella sua interezza: sono orgoglioso di aver fatto parte di questo progetto. Il film ha un suo ritmo, che cambia con il cambiare dello stile e di argomento: credo che sia intenso, profondo e allo stesso tempo divertente». 

Nel tuo corto l’uomo anziano che sta per morire dice: «Io non sono quello che sogno ma quello che faccio»: puoi approfondire questa idea? 

«Non è una mia idea ma di Kant: è una cosa che Immanuel Kant ha detto molto tempo fa ma è sempre vera. Tutti cercano di sembrare diversi da quello che sono ma noi siamo diversi dai nostri sogni: anche io vorrei essere John Ford o George Lucas ma non lo sono. Per esempio: quando mi chiedono quali sono i più grandi registi vorrei dire il mio nome insieme a quello di Anthony Mann, George Cukor e Luis Buñuel ma non è vero, è un sogno. Noi siamo quello che facciamo ora: questo è il grande problema della vita. Ma è bene saperlo: in questo modo si è sempre pronti a cambiare”. 

Tu sei sempre molto diretto e quasi spietato nell’esprimere le tue idee nei tuoi film: è difficile essere così onesti e liberi in paesi come la Spagna o l’Italia in cui la religione e le convenzioni sociali sono ancora così forti? 

«Per me è fondamentale: secondo me avere fede non vuol dire semplicemente credere. Io sono credente e mi interrogo in continuazione: far parte di una religione vuol dire cercare continuamente di combatterla e di rinnegarla accorgendosi così che si crede nonostante tutto. Per me questa battaglia contro la religione è la vera religione: posso dire di essere un cattolico perché ci penso continuamente, non credo che chi segue tutti i dogmi ciecamente sia un vero religioso. La religione è un modo per dare una risposta al rapporto dell’uomo con la natura e con la realtà». 

Durante la proiezione con il pubblico il tuo corto è stato quello più applaudito: sei contento di come ha reagito la sala? 

«Certo, ma ogni tipo di film scatena una reazione diversa nel pubblico. Per esempio quando si vede un film più riflessivo non ci si alza sulla poltrona. Dipende». 

In passato hai detto che l’amore è spesso un atto di egoismo mosso dallo spirito di sopravvivenza: anche l’amore per Dio è della stessa natura per te? 

«Nei miei due film precedenti c’era un triangolo tra l’amore, l’orrore e l’ironia: se tu combini questi tre aspetti della vita in modo appropriato puoi essere felice. Per essere felice devi cercare di evitare l’orrore e amare le persone, combinando il tutto con dell’ironia: ma è una cosa quasi impossibile. Nel mondo reale bisogna scegliere: nei miei film c’è questa differente combinazione. In Las Brujas ci sono orrore e ironia, in Balada orrore e amore. Credo che l’amore sia amore sempre, in qualsiasi forma e sì, forse anche l’amore per Dio è una forma di egoismo, forse quella più grande. Da sempre l’uomo cerca di dare una risposta alla domanda più importante: perché esistiamo? E credere in Dio risponde a questa risposta. Credo che amare Dio e amare l’umanità siano varie facce della stessa medaglia con soggetti differenti: ma quando si fa sesso tutto si complica. È molto difficile fare sesso con Dio: solo santa Teresa ci è riuscita». 

Parliamo di un tipo diverso di religione: qui a Venezia hai presentato anche il tuo documentario su Messi. Che rapporto hai con il calcio e pensi davvero che Lionel Messi sia una divinità? 

«È vero: il calcio è una forma di religione. Credo che i calciatori siano i santi della nostra epoca e la gente vuole credere ai santi. È strano ma è la verità. I sentimenti nei loro confronti sono assoluti: la gente o ama o odia Messi così come Cristiano Ronaldo, non ci può essere neutralità, il calcio è una religione ortodossa, quasi talebana. Ma io non sono un fan del calcio: ho dovuto fare molte ricerche per il film e facendo le interviste per il documentario ho appreso di più sul calcio. È stato divertente». 

Sei contento di essere tornato a Venezia con ben due film dopo la vittoria del 2010 con Balada triste de trompeta? 

«Credo che Venezia sia il posto migliore per presentare un film: è stato il primo festival di cinema della storia e ora è il miglior festival per quanto mi riguarda in termini di visibilità. Lo preferisco a tutti gli altri. Forse perché non sono a Cannes però! Preferisco comunque Venezia perché la città è bellissima». 

Nel 2010 Quentin Tarantino era a Venezia alla proiezione del tuo film e fu il promotore di una lunga standing ovation in tuo onore: vi siete conosciuti? 

«Sì lui è molto entusiasta, l’ho conosciuto e siamo diventati amici. È una persona davvero brillante, mi piace molto: fa film meravigliosi e ammiro il suo lavoro. Siamo molto diversi: lui vuole intrattenere il pubblico in modo divertente e amo questa cosa, anche io ho lo stesso obiettivo, ma mettiamo in pratica questo scopo in maniera differente. Quando al cinema vuoi per forza dire qualcosa alla fine il film respinge: io non voglio “dire” qualcosa, voglio chiacchierare e avere un dialogo, non voglio imporre alle persone le mie idee. Bisogna prima di tutto intrattenere e magari riuscire anche a dire qualcosa».

Tu scrivi i tuoi film e lo fai in maniera brillante: preferisci scrivere o dirigere? 

«Mi diverto sempre: amo pensare al film, scriverlo, dirigerlo… Ogni volta mi diverto e soffro tantissimo allo stesso tempo. Ogni volta che lavoro a un film è sempre il migliore e il peggiore giorno della mia vita. Il momento in cui si cerca di salvare il film e non impazzire è il montaggio, forse la parte meno sconvolgente del lavoro. Ma mi diverto anche lì. È un processo affascinante: la prima parte, quella di ideazione e scrittura è un sogno, le riprese sono una guerra e il montaggio è il momento del raccolto». 

Hai un profilo Instragram che segui con passione: cosa ti piace di questo mezzo di comunicazione? 

«Mi diverte molto: amo postare immagini di cose che mi colpiscono ogni giorno. Amo anche Twitter ma il problema è che lì è una lotta continua: gli utenti di Twitter sono molto aggressivi». 

Hai qualche nuovo progetto in cantiere? 

«Sto scrivendo un nuovo film: il titolo è Don’t stop the music. È una commedia». 

Ti piacerebbe fare una serie televisiva? 

«Ci sto pensando e ho già un plot: vorrei fare una serie tv horror. Avrebbe per protagonista un prete che vive in una città spagnola». 

Quindi ami la tv? Quali serie segui? 

«Credo che Breaking Bad sia la cosa migliore capitata negli ultimi decenni nel mondo dell’intrattenimento: è incredibile, la adoro».


Pubblicato su XL.

IL LEONE ALLA CARRIERA FREDERICK WISEMAN: 'POVERO CHI FA A MENO DELL'ARTE'

Per voi una interessante intervista esclusiva con il celebre documentarista americano che è stato appena insignito del Leone d'oro alla carriera alla 71. Mostra del cinema di Venezia. 




Il documentarista americano, autore di opere incredibili come Titicut Follies, La Danse - Le Ballet de l'Opera de Paris e National Gallery, sua ultima fatica girata all'interno del famoso museo di Londra e presentata all'ultimo festival di Cannes, ha ricevuto il Leone d'oro alla carriera alla 71esima Mostra del Cinema di Venezia. Lo abbiamo incontrato per parlare della sua idea di cinema e del suo ultimo lavoro. 

Lo sguardo lucido e curioso di Frederick Wiseman è stato spesso definito "un tesoro americano": nella sua lunga e prolifica carriera di documentarista il regista ha visitato decine di luoghi al cui interno la vita quotidiana e l'ingegno umano si esprimono al meglio, microcosmi di cui svela i segreti e fa diventare metafora universale. Grazie al suo punto di vista preciso e quasi invisibile, Wiseman è in grado di portare lo spettatore all'interno dei luoghi che esplora, facendo vivere allo spettatore le atmosfere e il respiro di quegli ambienti, come se fosse un'ape che osserva silenziosa un mondo rimasto misterioso fino a quel momento. 

DALLA FOLLIA DELLA MENTE AI MISTERI DELLA NATIONAL GALLERY PASSANDO PER L'ARMONIA DELLA DANZA



Dopo aver dissezionato con la cura di un entomologo le stanze di un manicomio psichiatrico in Titicut Follies" (1969), osservato la flora e la fauna di Central Park nel film omonimo (1989), visto volteggiare le ballerine dell'American Ballet Theatre in Ballet (1995) e quelle dell'Opera di Parigi in La Dance (2009) ed essere tornato all'università in At Berkeley" (2013), Frederick Wiseman ha deciso di esplorare le stanze e svelare i segreti della National Gallery, il famoso museo di Londra. Il documentario, intitolato appunto National Gallery, è stato presentato quest'anno al Festival di Cannes, nella sezione Quinzaine des Réalisateurs.

Artista prolifico (ha diretto 41 pellicole in quasi 50 anni), uomo di cultura (ha conseguito due lauree, una, nel 1951, in materie umanistiche al Williams College e l'altra, nel 1954, in economia alla Yale Law School) e membro di diverse associazioni culturali, come Les Amis du Cinéma du Réel Association e Academy of Motion Pictures Arts and Sciences, Frederick Wiseman vedrà presto premiato il suo brillante percorso alla 71esima Mostra del Cinema di Venezia, dove riceverà il Leone d'oro alla carriera insieme a Thelma Schoonmaker, storica montatrice dei film di Martin Scorsese. Per Wiseman si tratta del coronamento di un rapporto fruttuoso: il regista ha infatti partecipato a otto edizioni della Mostra, l'ultima delle quali l'anno scorso, quando presentò fuori concorso il documentario "At Berkeley". 

Abbiamo incontrato il futuro Leone d'oro a Cannes, dove ci ha parlato della sua idea di cinema, di come l'arte sia un valore assolutamente irrinunciabile e della sua ultima fatica, National Gallery, costatagli 14 mesi di lavoro, 12 settimane di riprese e 170 ore di girato per ottenere i 180 splendidi minuti finali. In Italia National Gallery è stato presentato in anteprima al Biografilm Festival di Bologna e sarà distribuito in autunno da I Wonder Pictures in collaborazione con Sky Arte. 


FARSI TROVARE DALL'ARTE



Segue qualche regola particolare quando dirige un film? 

No, l'unica regola che ho è cercare di capire se una scena è buona oppure no. 

È lei a cercare l'argomento dei suoi film o sono i suoi film che trovano lei? 

A volte li trovo per caso. Per esempio ho trovato National Gallery mentre stavo sciando in Svizzera: c'era una donna, un'amica di un mio amico, che lavora alla National Gallery e ha cominciato a parlarmene, abbiamo discusso e lei mi ha detto che avrei dovuto fare un film sulla galleria di Londra. Questa cosa mi è successa diverse volte, certo non sempre sciando in Svizzera! L'argomento mi ha colpito perché trovo che la pittura sia una forma diversa di racconto. 


L'ARTE DI SCOMPARIRE IN MEZZO ALLA FOLLA

Per National Gallery ha girato molte scene tra la folla: è facile scomparire in mezzo alle persone con una macchina da presa? 

In molti dei miei film mi trovo nella condizione di dover lavorare in mezzo alla folla, altre volte invece, come nel film in cui ho girato in un monastero dove in tutto c'erano solo 25 persone, l'atmosfera è più intima. Fondamentalmente cerco di comportarmi in maniera naturale, non provo mai nulla, e in genere le persone si abituano alla telecamera in tre secondi. Per questo film in particolare comunque all'ingresso del museo c'era un cartello che avvertiva i visitatori: quindi chi è stato ripreso lo sapeva e nessuno si è rifiutato di apparire nel film, credo per una combinazione di indifferenza e narcisismo. 


L'ARTE COME VALORE IRRINUNCIABILE



Per la grande massa i musei sono considerati qualcosa di noioso e morto, invece dal suo film emerge che la National Gallery è un microcosmo vitale e pieno di energia in cui dietro ogni dipinto c'è una storia differente: cosa l'ha attratta di più di questo mondo così singolare?

Quando ho cominciato a fare il film pensavo che la cosa più attraente fossero le opere d'arte esposte al museo e invece ho presto scoperto che tutto ciò che c'è dietro le quinte è forse ancora più interessante. Il dipartimento di restauro mi ha affascinato moltissimo: poter vedere cosa c'è al di sotto di un Rembrandt grazie ai raggi X è stata un'esperienza eccezionale, ho potuto vedere sia il dipinto reale che quello originale. Inoltre i restauratori sono delle figure che mi affascinano: devono essere grandi pittori a loro volta, sono tecnicamente impeccabili ma non hanno la fantasia o quel quid che porti alla creazione di un'opera d'arte unica e quindi mettono al servizio del genio la loro tecnica. 

L'arte oggi non è considerata molto attraente, mentre nel film vediamo che nella National Gallery ci sono visite guidate organizzate appositamente per i bambini e per le persone cieche: per lei è stato importante diffondere l'idea che studiare arte e ammirare delle opere sia ancora fondamentale? 

È terribile pensare che ci siano persone che la pensano così, ma in effetti anche nel film parliamo di un aspetto fondamentale nella vita del museo: ovvero come attirare un pubblico. Le persone che pensano che l'arte non sia "cool" si privano di una grande ricchezza: di ogni periodo storico quello che durerà nel tempo è la grande arte, in qualsiasi forma si presenti. Del Medioevo quello che è rimasto vitale sono le grandi chiese, le statue e i dipinti, mentre di quello che è considerato "cool" oggi non si ricorderà nessuno. 

Ha provato un piacere particolare nel poter girare liberamente nella National Gallery? 

È stato un grande privilegio poter girare da solo nel museo quando non c'era nessuno. C'erano comunque delle guardie, forse nel caso impazzissi e rubassi un Rembrandt. Comunque è meraviglioso essere da solo in una galleria vuota: stimola la tua immaginazione. 

Da persona che crea storie, la affascina il fatto che un dipinto racconti una storia con una sola immagine? 

Questo è proprio uno dei punti centrali del film: mettere a confronto varie forme espressive. Un film, un dipinto, una scultura, una coreografia raccontano tutti una storia in modi differenti. I dipinti mi affascinano perché è come se si trattasse di una serie di fotogrammi che raccontano una storia tutti insieme contemporaneamente. 


TUTTA QUESTIONE DI RITMO, EQUILIBRIO E SGUARDO



Lei gira sempre molto materiale: come sceglie cosa mettere nel film definitivo? 

Nel caso di National Gallery avevo materiale per almeno sei ore di film. Ogni volta che giro una scena prendo degli appunti e così facendo già seleziono la metà del materiale. Al momento del montaggio poi effettuo un'ulteriore scrematura e, una volta che ho sotto mano tutte le scene montate candidabili per il montaggio finale, decido quale sarà la struttura del film. Il risultato finale dipende molto da come stanno le scene una accanto all'altra. Quindi non so bene come sarà il film fino a che non mi metto a lavorarci, inizialmente sono sicuro solo dell'idea e delle sensazioni che voglio affrontare. Il montaggio somiglia molto al lavoro dello scrittore: lo scrittore trasmette la sua immaginazione attraverso le parole, io uso il materiale girato. 

Lei attraverso i suoi film riesce a trasmettere il ritmo dei palazzi e degli ambienti: come fa? 

Il ritmo è una cosa che si trova ogni giorno: per esempio mentre si cammina il ritmo dei passi sulla terra scandisce la tua giornata. La stessa cosa succede nei film: al momento del montaggio cerco di trovare un ritmo, accostando determinate sequenze ad altre. C'è anche un ritmo astratto: non si può accostare una scena emotiva con un'altra scena emotiva, c'è un equilibrio da mantenere. 

Nel film si dice che quando rivediamo un'opera questa cambia ogni volta perché muta il nostro sguardo: capita anche a lei rivedendo i suoi film? 

Ogni film è sempre diverso sì, anche se tendenzialmente evito di riguardare i miei vecchi film perché li conosco molto bene: per esempio non credo che dopo Cannes rivedrò National Gallery, l'ho visto talmente tante volte al montaggio, poi una volta finito, poi al festival... Per me è un capitolo chiuso. 

Che cosa l'ha sorpresa di più della National Gallery? C'era qualcosa che non si aspettava?

Non sapevo cosa aspettarmi, prima ero stato un semplice visitatore, ma credo di aver imparato molto su come si legge un dipinto: ascoltando tutte le storie dietro a ogni quadro, ora so come guardare un'opera. Prima sapevo come leggere un romanzo o una poesia, ora so molto di più sull'arte. Per esempio guardando il ritratto che Cézanne ha fatto a suo padre, se non sai che quello è il padre del pittore vedi soltanto il ritratto di un uomo anziano e ti perdi tutto l'affetto che Cézanne ci ha messo nel dipingerlo. Ogni quadro nasconde storie e aneddoti che se non li conosci riducono la tua comprensione dell'opera. 

Parliamo della lunghezza dei suoi film: crede che le tre ore di "National Gallery" possano spaventare il pubblico? 

Non decido a monte quanto durerà un mio film: la forma definitiva dipende dal materiale che ho girato. Possiamo dire che in un certo senso è il film stesso che decide la sua durata. Credo che ogni opera abbia la sua giusta lunghezza: per quanto riguarda me mi sento quasi obbligato, nei confronti di chi mi ha dato la possibilità di affrontare un determinato argomento, a parlare nella maniera più esaustiva possibile di quel soggetto.


Pubblicato su Movieplayer.

martedì 2 settembre 2014

Guillermo Arriaga, nove registi per raccontare la religione in "Words with Gods"

Il regista, ospite alla Mostra di Venezia dove ha presentato il suo nuovo lavoro, progetto collettivo a "18 mani" sul rapporto con i diversi credo, racconta: "Ogni religione dovrebbe essere un punto d'incontro, non una giustificazione per la morte o il rifiuto" 




VENEZIA - In passato ha affrontato, come sceneggiatore, le diverse sfumature della morte e dell'incomunicabilità tra le persone nella cosiddetta "trilogia della morte"- il tris di pellicole Amores perros, 21 grammi e Babel -, firmata insieme al collega Alejandro González Iñárritu e ha messo in scena una famiglia distrutta nel suo esordio The Burning Plan, presentato nel 2008 proprio al festival di Venezia: oggi, tornato al Lido per la 71esima Mostra d'Arte Cinematografica, il regista messicano Guillermo Arriaga ha scelto di parlare del suo rapporto con Dio e con la religione nel film collettivo Words with Gods, coinvolgendo nel progetto altri otto colleghi. Presentata fuori concorso, la pellicola coinvolge in tutto nove autori di altrettante nazionalità e religioni, cui è stata data carta bianca per parlare della loro visione del divino: un'impresa difficile e ambiziosa, fortemente voluta da Arriaga, ideatore del progetto. 

Il regista messicano ha scelto personalmente i colleghi: lo spagnolo Alex de la Iglesia, l'indiana Mira Nair, lo jugoslavo Emir Kusturica, il giapponese Hideo Nakata, l'israeliano Amos Gitai, l'argentino Hector Babenco, l'iraniano Bahman Ghobadi e l'australiano Warwick Thornton. Arriaga ha lasciato per sé l'ultimo corto, Il sangue di Dio, dedicato all'ateismo, in cui dal cielo comincia improvvisamente a piovere sangue quando un uomo si uccide dopo aver sentito Dio dirgli del suo desiderio di morire. Un tema certamente complesso e una metafora potente, racchiusi in un progetto cui ha partecipato anche Peter Gabriel, che ha composto la musica per questo corto. Abbiamo discusso del progetto proprio con Arriaga, voce gentile e sguardo cristallino, che ci ha parlato del suo rapporto con la religione e dei suoi progetti futuri. 




Lei è il creatore del progetto: perché ha voluto realizzare un film su Dio? 

"Sono convinto che la religione non possa essere una giustificazione per la morte o il rifiuto: credo piuttosto che dovrebbe essere un punto d'incontro. La morale del nostro film consiste nel dire che è arrivato il momento di conoscerci l'un l'altro davvero. E credo nel fatto che il cinema possa essere una delle forze in grado di portare avanti questo processo". 

Nei suoi film, come Babel, spesso le persone non riescono a comunicare: oggi viviamo un paradosso in cui grazie alla tecnologia riusciamo a essere sempre connessi con chiunque e ovunque ma forse non comunichiamo sul serio. Secondo lei come mai? 

"Siamo informati: ma non comunichiamo davvero. Credo che anzi ci siano sempre più problemi di comunicazione: ed è terribile perché quando ci sono problemi a capirsi si diventa nemici. Per me il cinema può essere un veicolo, magari modesto, ma comunque un mezzo efficace per guardarsi intorno e arricchire la propria mente. Grazie a Words with Gods per esempio ho scoperto che in India le case hanno una stanza dedicata a Dio o che in Giappone hanno otto categorie di sofferenze: è una cosa importante apprendere perché con una maggiore conoscenza si può comunicare meglio". 

Quindi che opinione si è fatto degli ultimi avvenimenti nella striscia di Gaza? Pensa che anche lì ci sia un problema di comunicazione dovuto alla differenza di religione? 

"Credo che debbano fermarsi: devono fermarsi. Dobbiamo tornare alle origini del problema e smettere di focalizzarci ogni volta su chi ha lanciato i razzi per primo: se si continua ad accusare l'una o l'altra parte si andrà avanti all'infinito. Per uscirne davvero deve esserci però la volontà di trovare un accordo da parte di entrambi ed è necessario anche il supporto della comunità mondiale". 

Come ha messo insieme il gruppo di Words with Gods? 

"Ho scelto tutti i registi personalmente: ho una profonda ammirazione per ognuno di loro. Inoltre volevo dei registi che avessero una voce originale, una forza visiva che significasse qualcosa e che fossero ben consapevoli della religione di cui avrebbero parlato: volevo che ognuno di loro fosse immerso in quella determinata cultura". 

Lei ha scelto di parlare dell'ateismo: nel suo corto c'è una metafora molto forte, sembra quasi che il mondo stia per collassare. Cosa voleva dire? 

"Io sono ateo e volevo realizzare qualcosa di ambiguo: volevo che guardando il corto la gente si facesse delle domande, come: Dio esiste? Dio può morire? È solo la visione di un uomo che è impazzito e vuole uccidersi? Volevo essere il più ambiguo possibile e confondere lo spettatore. Non voglio emettere una sentenza sull'argomento: voglio suscitare dei sentimenti e far sorgere delle domande. Credo che l'arte difficilmente possa dare delle risposte ma che invece debba porre domande". 

Generalmente le persone credenti etichettano negativamente gli atei dal punto di vista morale. Lei invece si fa delle domande e si interroga. Come risponderebbe a una critica del genere? 

"Gli atei possono essere estremamente morali, esattamente come tutte le altre persone. L'altro giorno parlavo con una persona religiosa che mi ha detto: 'Tu sei ateo, quindi sei un nichilista' e gli ho chiesto perché pensasse questo. La sua risposta è stata: 'Perché dal tuo punto di vista nessuno ti sta guardando': mi domando perché la conclusione sia questa. Io mi guardo ogni giorno: non ho bisogno di qualcuno che mi giudichi o mi punisca, so cosa è giusto o sbagliato e mi comporto di conseguenza. Desidero essere una brava persona esattamente come gli altri: non vedo perché un ateo debba per forza essere immorale. Un ateo è un umanista: non guarda in alto ma direttamente negli occhi delle persone che ha di fronte". 

Spesso nei suoi film sono messi in scena rapporti difficili tra genitori e figli: come mai la colpiscono così tanto i drammi familiari? 

"Mi affascina la complessità delle relazioni umane: non siamo bianchi o neri, credo che il mondo sia governato dal paradosso e per questo amo personaggi pieni di contraddizioni. Amo il fatto che guardando i miei personaggi la gente possa dire: "Lo detesto ma lo capisco". Inoltre quando scrivo è come se non avessi davvero una mia volontà: è come se una forza esterna mi obbligasse a scrivere quello che vedo nella mia mente". 

Allora crede che ci siano delle forze più grandi dell'uomo? 

"Non devono essere necessariamente forze divine: sono umori che si trovano nell'aria, che derivano dalle esperienze delle altre persone che ti sono intorno. Quello che mi ispira è tutto ciò che arriva dall'esterno: leggendo i notiziari, ascoltando i racconti degli amici. Queste sono le forze esterne a cui mi riferisco". 

Perché nel suo corto è data grande importanza alla natura? 

"Ho usato la metafora della natura perché l'uomo è in cima alla natura e può cambiare il mondo: in un certo senso ha il destino della natura nelle sue mani e quindi deve prendersene cura". 

Ha qualche nuovo progetto in cantiere? 

"Sto finendo un romanzo e ho appena concluso un altro progetto collettivo: si intitola Rio, I Love You, simile al progetto Paris, je t'aime, sono uno dei dieci registi coinvolti". 

Ha salutato il suo collega Iñárritu qui al festival? Ha visto il suo nuovo film Birdman? Pensa che lavorerete ancora insieme in futuro? 

"No. Gli auguro fortuna per il suo film ma non credo che lavoreremo più insieme. Abbiamo divorziato".


Pubblicato su Repubblica.it

Paul Wesley: “Sono geloso di Ian Somerhalder: fare il cattivo è più divertente”

Il protagonista di “The Vampire Diaries” alla Mostra del cinema di Venezia con il film “Before I disappear” nella sezione Giornate degli autori. Al Lido ci ha parlato dei suoi gusti in fatto di serie tv, libri e cinema, del sogno di fare il regista e del rapporto con i colleghi della serie vampiresca 




Jeans scuri, maglietta bianca, occhiali da sole, pelle d’alabastro, capelli tirati su con il gel e bottiglia di birra in mano: se non fosse per la bevanda alcolica, Paul Wesley sembrerebbe uscito direttamente dal set di “The Vampire Diaries”, serie della TheCW in cui interpreta il vampiro Stefan Salvatore, personaggio che di solito beve liquidi ad alto tasso di emoglobina. L’attore americano è arrivato al Lido di Venezia dove ha presentato il film “Before I disappear”, di cui è anche produttore, in cui interpreta Gideon, personaggio diverso dal ruolo televisivo che l’ha reso celebre ma segnato sempre da un rapporto difficile con la donna amata. Presentato nella sezione Giornate degli autori, il film è diretto da Shawn Christensen, amico d’infanzia di Wesley e vincitore nel 2012 del premio Oscar al miglior cortometraggio per “Curfew”, opera da cui è tratta proprio la pellicola proiettata a Venezia.

Subito dopo la proiezione del film (resa più vivace dall’allarme anti incendio, scattato inaspettatamente: “Per un momento ho pensato che i tecnici del suono avesseo azzardato una sperimentazione interessante” ha commentato Wesley), ci ha parlato delle sue passioni, del sogno di fare il regista e del rapporto con i colleghi di “The Vampire Diaries”, in particolare con Ian Somerhalder, che nella serie interpreta suo fratello. 


Sei diventato produttore e sei alla mostra di Venezia, come è accaduto? 

“Shawn (il regista N.d.R.) è un mio caro amico, ci conosciamo da quando avevamo 13-14 anni, abbiamo frequentato corsi di recitazione insieme a New York, l’ho sempre ammirato come persona e come musicista. Quando era in tour con la sua band ha cominciato a scrivere delle scene di una storia e me le ha fatte leggere: ho pensato che fossero scritte in maniera splendida e l’ho incoraggiato a trasformarle in una sceneggiatura. Quando l’ha finita l’ho data al mio agente, perché Shawn non sapeva nulla della parte più pratica del cinema: ha trovato un agente e dieci anni dopo ha vinto un Oscar. Siccome siamo amici sono sempre stato coinvolto nei suoi progetti e quindi adesso abbiamo avuto la possibilità di collaborare: mi ha chiesto di produrre il suo film e sono stato felice di farlo, l’ho incastrato nella mia tabella di marcia e mi sono buttato”. 

Oltre a produrre questo film hai diretto alcune puntate di “The Vampire Diaries”: nel tuo futuro vedi anche una carriera da regista e produttore oltre a quella di attore? 

“Sì, continuerò a fare il regista: tra un paio di mesi dirigerò un nuovo episodio di The Vampire Diaries e con Shawn stiamo lavorando a un altro progetto insieme. Amo recitare, ma è solo una parte del puzzle: quando sei parte di una serie tv per sei anni di fila cominci a sentirti un po’ confinato, ovviamente è un’occasione straordinaria, ma in qualche modo mi sento insoddisfatto e quindi voglio collaborare con persone che possano permettermi di migliorare e Shawn è una di queste”. 

Quando giri “The Vampire Diaries” sei costretto a seguire un certo stile, mentre se potessi dirigere un progetto scelto da te quale pensi che sarebbe il tuo sguardo personale? 

“Dipende dalla sceneggiatura: credo che sia meglio cambiare stile a ogni film. Ci sono ovviamente delle eccezioni: Wes Anderson ha uno stile molto preciso e identificabile, tutti i suoi film sono geometrici, ogni cosa è lineare e al suo posto nei suoi film e quello è uno stile identificabile e brillante. Non so se ho uno stile preciso: so che ci sono alcune cose che mi colpiscono di più. Per esempio quando vedo i film di Woody Allen mi accorgo che gira molte scene lunghe con pochi stacchi di montaggio, mentre gli episodi di The Vampire Diaries sono tutti: scena, stacco, bum, azione, musica, bam… le telecamere si muovono in continuazione, non si possono mai fermare: se le telecamere si fermano siamo finiti! Quello è lo stile di The Vampire Diaries. Altri film invece inquadrano per ore due personaggi e basta: ogni storia ha il suo stile giusto. Bisogna quindi prima trovare la storia e poi trovare il giusto modo di raccontarla”. 

È più facile o difficile lavorare con gli amici? 

“Quando ho fatto il regista sul set di The Vampire Diaries mi complimentavo sempre con tutti: dicevo in continuaione “oh mio dio sei fantastico, sei il migliore”… E non ero falso, non stavo mentendo, sentivo che fare complimenti agli attori e metterli a loro agio era il metodo migliore per ottenere quello che volevo. Quando vedevo qualcosa che non mi piaceva ovviamente lo dicevo apertamente ma mai con tono di rimprovero: secondo me è importante far sentire sicuri gli attori, perché stai chiedendo loro di essere vulnerabili. Certo se qualcuno non ha talento non si può creare: è una cosa che ho imparato presto, non si può trasformare una banana in una mela. Devi capire quello che hai a disposizione e usarlo al meglio: per fortuna gli attori con cui ho lavorato erano tutti talentuosi. Devi farli sentire sicuri soprattutto per mettere a nudo le loro emozioni piuttosto che i loro corpi”. 

Se potessi scegliere un ruolo da interpretare o un film da girare quale sceglieresti? 

“Ho sempre pensato che Luci della città di Charlie Chaplin, che parla di una ragazza cieca che si innamora di un tipo strano, fosse una storia bellissima e mi piacerebbe poterne fare una versione moderna prima o poi”. 

Quali sono i tuoi film preferiti? 

“Ho diversi film che mi hanno scosso e influenzato: “Scene da un matrimonio”, di Ingmar Bergman, mi ha lasciato scosso per diversi giorni, poi i primi film di Scorsese come “Quei bravi ragazzi” e forse il regista che più mi affascina è Stanley Kubrick. Amo inoltre i film di Woody Allen: “Io e Annie”, “Manhattan” e “Hannah e le sue sorelle” potrei guardarli all’infinito”. 

Nessun film sui vampiri? 

“No, non fanno per me”. 

E la tv la guardi? Segui delle serie in particolare? 

“Non guardo molta televisione: fino a qualche anno fa non avevo nemmeno la tv via cavo! Poi ho dovuto comprarla per quando venivano gli amici a casa. Mi piace comunque il fatto che ora si siano diffuse le mini-serie: trovo che fare 22-23 episodi a stagione sia esagerato, non ho tempo per vedere serie così lunghe! Mentre riesco a godermi prodotti da 6-8 episodi e devo dire che anche i film per la tv ora sono a un ottimo livello: sull’aereo per Venezia ho visto “The Normal Heart” e mi è piaciuto molto. Ho visto la prima parte di “True Detective” perché volevo scoprire come mai tutti fossero impazziti e ho visto le prime due stagioni di “Breaking Bad” e “Game of Thrones”". 

Cominci ma poi ti fermi sempre… 

“Sì…non so perché. Riconosco che sia coinvolta una quantità enorme di talento in questi progetti ma per qualche motivo non riesco mai a guardare una serie per intero. Sarà che quando torno a casa esausto per il lavoro mettermi in poltrona a guardare la tv non è il mio primo pensiero. Sono però ossessionato dal mio iPad: sono sempre a leggere notizie, a fare download, a sentire musica su iTunes. Non ho tempo per la tv!”. 

Pensi quindi che il cinema e la televisione diventeranno sempre più una sola cosa? 

“Sì assolutamente: siamo solo all’inizio, ma penso che prima o poi si fonderanno”. 

Interpreti sempre ruoli molto intensi che hanno a che fare con la morte, come in “Before I disappear” e “The Vampire Diaries”, è una scelta oppure ti piacerebbe fare anche qualcosa di più leggero come una commedia? 

“Amo le commedie e credo che le persone più tormentate siano le più divertenti: se qualcuno mi offrisse la possibilità mi piacerebbe molto interpretarne una. Ho preso parte a una commedia anni fa, si intitola “Roll bounce”, in cui ero un campione di skateboard e indossavo canotte luccicanti: quando la gente vede questo film dice “ma davvero quello è Stefan di The Vampire Diaries?!”. Non voglio essere confinato solo in un genere: adorerei fare delle commedie”. 

Quindi sei geloso di Ian Somerhalder che in “The Vampire Diaries” è il vampiro divertente?

“Sì! È stato fortunato, ha avuto il ruolo divertente: è sempre più divertente essere il cattivo! È più facile per un attore: è stancante mostrarsi continuamente vulnerabile e mostrare emozioni come invece fa il mio personaggio”.


Pubblicato su TvZap.

THE STRAIN: COMMENTO ALL'EPISODIO 1X07, FOR SERVICES RENDERED

Un eclatante colpo di scena finale fa scoprire che non tutti i vampiri vengono per nuocere 



Plot 

Grazie al diabolico piano di Palmer (Jonathan Hyde) e Eichorst (Richard Sammel), a New York sono saltate tutte le telecomunicazioni: vista la gravità della situazione, Setrakian (David Bradley) propone un nuovo piano, vuole uccidere il Maestro, in modo da eliminare così tutti gli altri vampiri controllati da lui. Per attuare questo piano, Ephraim (Corey Stoll) chiede aiuto a Jim (Sean Astin): l'uomo deve ricattare Eichorst nella speranza che li conduca dal Maestro. La moglie di Jim, Sylvia (Melanie Merkosky) scopre i segreti del marito e sconvolta, lo abbandona; come se non bastasse Eichorst fiuta la trappola e affronta direttamente Setrakian: grazie all'aiuto di Ephraim e Nora, Setrakian riesce però a cavarsela e il vampiro è messo in fuga. Grazie a dei flashback, scopriamo inoltre che è stato proprio Setrakian a costruire la bara del Maestro, istigato da Eichorst, che era la sua guardia nel campo di concentramento. Nel frattempo Gus e Felix vengono arrestati dalla polizia, proprio quando quest'ultimo è stato appena contagiato da uno strigoi. Non se la cava meglio Joan (Leslie Hope): ormai trasformatasi del tutto, la donna sta per uccidere i suoi figli, quando una misteriosa squadra di vampiri la uccide. 


Cosa ci è piaciuto 

Il colpo di scena finale: la scoperta dell'esistenza di un gruppo di vampiri che lotta contro i suoi simili apre nuove incredibili possibilità alla serie e infittisce ulteriormente il mistero dell'origine e del vero scopo degli strigoi. Menzione anche per il duello tra Setrakian e Eichorst: questi due personaggi quando interagiscono, grazie anche alla bravura degli attori, fanno scintille. 


Cosa non ci è piaciuto 

Se proprio vogliamo trovare un difetto all'episodio possiamo dire che la storia è ancora molto frammentata e a volte questo toglie ritmo: si capisce però che non appena i fili narrativi di tutti i personaggi si uniranno la serie decollerà sul serio. 


L'angolo del mostro 

Questo episodio di The Strain insegna che non tutti i vampiri vengono per nuocere: oltre al Maestro e a suoi scagnozzi esiste infatti anche un gruppo di strigoi che lotta contro i propri simili. 




What's Next 

Chi sono i vampiri che lottano contro i propri simili? Perché hanno deciso di schierarsi contro il Maestro? Sono dei ribelli derivati sempre da lui oppure esiste un altro vampiro originale? Che ruolo avranno Gus e Vasily nella storia? Le domande continuano a moltiplicarsi. 


Voto 4/5


Pubblicato su Movieplayer.

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