martedì 3 settembre 2013

Under the Skin








Immagini di un occhio su sfondo bianco e asettico, che sembrano uscite direttamente da un film di Stanley Kubrick, ci introducono senza spiegazioni inutili e antefatti nel mondo di un alieno che, per poter sedurre gli uomini in modo da poterli utilizzare come fonte di cibo, entra nel corpo di una donna, la morbida Scarlett Johansson, e che, così travestito, esplora il mondo dei terrestri. 

Ambientato nei paesaggi ruvidi e selvaggi della Scozia, Under the Skin è un film che punta tutto sulla creazione di un'atmosfera inquietante e magnetica, fatta di immagini levigate e suoni, in cui un'aliena sensuale dapprima utilizza gli esseri umani soltanto come fossero sacchi di carne e in seguito, contagiata dalla bellezza di una carezza e dal profumo di una torta, comincia a incuriosirsi e a voler sperimentare le emozioni e sensazioni umane, andando però in contro anche a quelle negative. 

Ipnotico ed esteticamente notevole durante i primi 20 minuti, il film si perde man mano che procede e che gli incontri dell'aliena diventano sempre più meccanici e ripetitivi. Tratto dal romanzo di Michel Faber, il copione di Under the Skin è stato scritto tre volte e si vede: la storia si impelaga presto in un'estetica interessante ma fine a se stessa, non in grado di suscitare emozioni. 

Scarlett Johansson si concede generosamente, mostrandosi integralmente nuda, interpretando il ruolo solamente con il linguaggio del corpo: una sfida per l'attrice, che sembra desiderosa di mettersi alla prova e che continuerà di questo passo visto che in Her di Spike Jonze, uno dei suoi prossimi film, reciterà invece solo con la voce.

Non bastano però la presenza scenica della Johansson e la bellezza delle immagini a rendere memorabile il film di Jonathan Glazer: il regista, che viene dal mondo dei videoclip, si è concentrato troppo sulla forma, e le forme, e meno sul costruire un percorso emotivo in grado di trascinare il pubblico, rimanendo congelato nelle sue immagini algide.

Scarlett Johansson


La citazione: "Vieni da me!"

Hearting/Cuorometro: ♥♥

Uscita italiana: 


Titolo originale: Under the Skin
Regia: Jonathan Glazer
Anno: 2013
Cast: Scarlett Johansson, Paul Brannigan
Colore: colore
Durata: 107 minuti
Genere: fantascienza
Sceneggiatura: Walter Campbell, Jonathan Glazer
Fotografia: Daniel Landin
Montaggi0: Paul Watts
Musica: Mica Levi
Paese di produzione: Gran Bretagna
Casa di produzione: Film4, Film Nation
Distribuzione italiana: 

Moebius








Una madre (Lee Eun-Woo), stanca dei continui tradimenti del marito (Jae-hyeon Jo), cerca di evirarlo: non ci riesce e, per vendicarsi dell'uomo, taglia il pene al figlio (Young-ju Seo) adolescente e scappa di casa. Il ragazzo, ormai mutilato, viene deriso e tormentato dai compagni di classe, che gli rendono la vita impossibile. Il padre, che cerca disperatamente di restituire al figlio la sessualità, decide di donargli il suo pene. Nel frattempo, la madre torna a casa e le conseguenze del suo gesto saranno fatali.

Kim Ki-duk è un regista che ama provocare lo spettatore e con Moebius ha realizzato la sua opera più estrema: forte nei temi e nella realizzazione, il film è completamente muto e i personaggi non hanno nome, la pellicola è una grottesca metafora dei rapporti familiari e indugia spesso in dettagli truculenti e, più o meno volutamente, esagera talmente nella rappresentazione pulp da risultare quasi una caricatura. Impossibile non ridere alla scena del pene gettato in strada e schiacciato da un camion o quando il padre si documenta su internet riguardo al trapianto di pene. Inevitabile la forte reazione del pubblico, molto probabilmente vero scopo del regista coreano.

Pesantemente censurato in patria, il film di Kim Ki-duk è stato presentato fuori concorso alla 70esima mostra del cinema di Venezia, sconvolgendo il pubblico, soprattutto quello maschile, che ha potuto apprezzarlo senza tagli, purtroppo solo cinematografici. 


Lee Eun-Woo



Hearting/Cuorometro: 

Uscita italiana: 5 settembre 2013


Titolo originale: 뫼비우스 Moibiwooseu
Regia: Kim Ki-duk
Anno: 2013
Cast: Lee Eun-woo, Cho Jae-hyun, Seo Young-ju
Colore: colore
Durata: 90 minuti
Genere: drammatico
Sceneggiatura: Kim Ki-duk
Fotografia: Kim Ki-duk
Montaggi0: Kim Ki-duk
Musica: Park In-young
Paese di produzione: Corea del Sud
Casa di produzione: Finecut
Distribuzione italiana: M2 Pictures, Eagle Pictures

Ana Arabia








Quartiere Jaffa, giorni nostri: Yael (Yuval Scharf) è una giornalista che ha saputo della storia di un'ebrea sopravvissuta ad Auschwitz, che ha poi sposato un arabo ed è andata a vivere in una zona di Israele dove palestinesi e israeliani convivono. La ragazza si reca sul posto per intervistare il marito della donna e vedere se le differenze tra i due popoli hanno speranza di assottigliarsi.

Raccontato con un unico lunghissimo piano sequenza, mezzo stilistico caro al regista Amos Gitai, che lo ha efficacemente utilizzato anche in film come Free Zone con Natalie Portman, Ana Arabia è un esperimento interessante, che cerca, anche stilisticamente, di abbattere i muri e le differenze tra israeliani e palestinesi, non dividendoli nemmeno con stacchi di montaggio. L'israeliano Gitai da sempre si interroga sulla situazione politica del suo paese e anche questa volta approfondisce l'argomento portando sullo schermo un fatto di cronaca.

Ad accompagnare lo spettatore in questa immersione a tutto tondo in un mondo che, per chi non è avvezzo a situazioni del genere, risulta difficile da comprendere, è la giovane e bellissima Yuval Scharf, attrice dalle labbra e i capelli di fuoco, nuova promessa del cinema israeliano.

Nonostante lo sforzo apprezzabile e l'interessante scelta stilistica, Ana Arabia rischia però di allontanare un pubblico che non conosce aneddoti e riferimenti tipici della cultura e della società israelo-palestinese, ampiamente elargiti nei lunghi dialoghi del film, e contemporaneamente cade più volte nella trappola dei tempi morti dovuti alla mancanza di stacchi. Resta comunque un esperimento ammirevole e con più di uno spunto interessante. 

Yval Scharf



La citazione: "Come puoi vivere con un arabo?"

Hearting/Cuorometro: ♥♥

Uscita italiana: 


Titolo originale: Ana Arabia
Regia: Amos Gitai
Anno: 2013
Cast: Yuuval Scharf
Colore: colore
Durata: 85 minuti
Genere: drammatico
Sceneggiatura: Amos Gitai, Marie-Jose Sanselme
Fotografia: Giora Bejach
Montaggi0: Isabelle Ingold
Paese di produzione: Israele
Produttore: Amos Gitai, Michael Tapuah 
Distribuzione italiana: 


lunedì 2 settembre 2013

Locke







Un uomo, una macchina e la sua scelta: volendo sintetizzare all'estremo, questo è quanto mostrato in Locke, secondo film da regista del brillante sceneggiatore Steven Knight, autore dei copioni di Piccoli affari sporchi di Stephen Frears e di La promessa dell'assassino di David Cronenberg
L'uomo in questione è il Locke del titolo, Ivan, un capo cantiere coscienzioso e preciso, incaricato dai suoi superiori di presiedere alla più grande colata di cemento della sua carriera. Proprio la sera precedente al grande evento, l'uomo riceve una telefonata che sconvolge la sua vita: Bethan, una donna incontrata tempo prima e mai più rivista, è incinta di suo figlio.
Locke, sposato e con due figli, decide di assumersi le proprie responsabilità e fa la scelta più difficile e scomoda: quella giusta. A bordo della sua auto si incammina verso Londra, dove la donna lo aspetta in un ospedale, mandando così in pezzi la sua famiglia e facendo infuriare i suoi capi che contavano su di lui per l'operazione.

Girato in sole otto notti all'interno di un'auto, Locke è un film che in 85 minuti racconta la scelta consapevole di uomo che decide di assumersi le sue responsabilità, che invece di ignorare un errore commesso e di mentire ai suoi cari si fa in quattro e sacrifica se stesso pur di non venir meno ai suoi impegni. Solido e preciso nella sceneggiatura, Locke può volare altissimo grazie all'interpretazione straordinaria di un Tom Hardy che per la prima volta nella sua carriera rinuncia a maschere e stravaganze per rappresentare un uomo normale cui sa infondere una straordinaria umanità. Solo sullo schermo per tutto il tempo e bloccato in una posizione fissa, l'attore può contare unicamente sulla sua voce e sulla mimica del volto, scegliendo di concentrarsi su un tono di voce basso, calmo e risoluto, che non cede né a facili isterismi urlati, né a una sussurrata auto-commiserazione, caratterizzando così ancora di più il suo personaggio, un uomo degno di questo nome, che invece di fuggire si mette in gioco e dimostra di che pasta è fatto. In onore dell'interpretazione di Hardy, si consiglia la visione in lingua originale. 

Girato in tempo reale, il film è un felice connubio di talenti, che mostra come le persone siano fallibili e come questa loro fragilità sia però anche fonte di un'umanità che ci contraddistingue e che possiamo nobilitare facendo la scelta giusta.

Tom Hardy



La citazione: "Fai un solo piccolo errore...alla fine appaiono le crepe"

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥♥

Uscita italiana: 30 aprile 2014


Titolo originale: Locke
Regia: Steven Knight
Anno: 2013
Cast: Tom Hardy
Colore: colore
Durata: 85 minuti
Genere: drammatico
Sceneggiatura: Steven Knight
Fotografia: Haris Zambarloukos
Montaggi0: Justine Wright
Musica: Dickon Hinchliffe
Paese di produzione: USA, Regno Unito
Casa di produzione: IM Global, Shoebox Films
Distribuzione italiana: Good Films


Venezia 2013, Tom Hardy presenta Locke dove interpreta un eroe quotidiano: «Mi piace questo personaggio umile e sobrio»


L’attore è alla 70esima Mostra d’Arte cinematografica per presentare il nuovo film di Steven Knight di cui è protagonista assoluto 

Tom Hardy in una scena del film

In questi ultimi anni ci ha abituato a ruoli estremi e molto fisici come in Bronson di Nicolas Winding Refn e Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno di Christopher Nolan: Tom Hardy, uno dei talenti più brillanti della nuova generazione di attori inglesi, torna a stupire pubblico e critica con un’interpretazione molto diversa dalle precedenti. In Locke, nuova opera di Steven Knight, sceneggiatore di La promessa dell’assassino di David Cronenberg, presentata alla 70esima Mostra d’Arte cinematografica, Hardy interpreta Ivan Locke, direttore dei lavori di un cantiere edilizio, che deve affrontare le conseguenze delle proprie scelte. Protagonista assoluto della pellicola, Hardy recita per tutto il film alla guida di un’automobile che, nel buio della notte, porta il suo personaggio attraverso quello che diventa un percorso quasi spirituale e una vera e propria presa di coscienza, in cui affronta fantasmi del passato e si prende piena responsabilità delle sue azioni. 

Ripreso in sequenza e girato in uno spazio ristretto, il film ha dato la possibilità ad Hardy di sperimentare un tipo diverso di approccio al personaggio, come ha affermato in prima persona: «Questo è un bellissimo ruolo: c’è dramma ma poca azione. Mi ha dato la possibilità di approfondire il personaggio dal punto di vista psicologico e di infondergli integrità e umanità. Recitare in questo film è stato come affrontare un dramma radiofonico: la storia è seguita dal punto di vista del protagonista che però viene definito anche dal suo confronto con gli altri personaggi che si sentono solo come voci. Ho lavorato molto sulla caratterizzazione di Ivan Locke: mi sono fatto crescere la barba e ho addolcito la voce dolce. Mi piace questo personaggio così umile e sobrio». 

Tom Hardy e Steven Knight a Venezia 70


Per stessa ammissione di Hardy il ruolo è dunque ben lontano dal Bane visto nella trilogia di Nolan dedicata a Batman: «Questo è un ruolo molto diverso dai personaggi che si vedono nei film sui supereroi. La differenza c’è perché quello è un tipo di cinema fatto con lo scopo di incassare soldi. Personalmente credo che ci sia bisogno di film di maggiore qualità. Affrontare ruoli di questo tipo è stimolante: per Locke mi sono preparato con degli amici recitando il copione per una settimana, come si fa in teatro». La performance allo stesso tempo misurata e intensa di Tom Hardy è uno dei punti di forza della pellicola, come ha sottolineato il regista Steven Knight: «Il film è tutto basato sulla performance straordinaria di Tom. Il punto centrale del film è descrivere l’importanza e la necessità di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Tom ha saputo dare la giusta umanità a un uomo che cerca di essere migliore del proprio padre. Nel film anche cose che possono sembrare banali diventano centrali. Questa era la sfida maggiore: rendere interessanti cose che sembrano normali; magari a prima vista queste vicende sembrano di poca importanza, ma per le persone che le vivono sono vere e proprie tragedie. Tom ha saputo delineare il personaggio magnificamente e lo ha reso umano in modo da permettere al pubblico di identificarsi in lui».


Pubblicato su BestMovie.
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