giovedì 29 agosto 2013

Tracks - Attraverso il deserto








Nel 1977, a 27 anni, Robyb Davidson, ragazza australiana anticonformista e indipendente, ha intrapreso un viaggio con cui ha sfidato la sua selvaggia terra natia e soprattutto se stessa: dopo due anni di preparazione in cui ha addestrato cammelli e si è indurita i piedi, la Davidson ha percorso, accompagnata soltanto da quattro cammelli e dal suo cane Diggity, 2700 km a piedi attraverso il deserto australiano, da Alice Springs fino all'Oceano Indiano, facendo immortalare la sua impresa da Rick Smolan, fotografo della National Geographic, finanziatrice del suo viaggio. Da quell'esperienza Robyn ha tratto un romanzo, divenuto un best seller in patria, portato ora sul grande schermo da John Curran, regista di Il velo dipinto

A interpretare la testarda e solitaria Robyn è Mia Wasikowska, talento poliedrico e sempre più in ascesa, che si impegna al massimo per immergersi in un personaggio che non ha paura di affrontare sete, sole e di sporcarsi di terra, di vivere a stretto contatto con gli animali e di intraprendere un viaggio che è prima di tutto un percorso interiore di scoperta e meditazione. Peccato che, seppur supportata da splendide immagini che ripercorrono fedelmente il servizio fotografico originale, l'attrice non sia quasi mai messa in grado di affrontare il lato oscuro e più pauroso del viaggio, non essendo quasi mai presente una dimensione di riflessione e di paura reale che vadano oltre alle semplici immagini da cartolina. La musica invadente non lascia inoltre quasi mai spazio ai silenzi necessari, uccidendo l'atmosfera solitaria e intima del viaggio della protagonista, appesantito da inutili e mai approfonditi accenni alla sua difficile vita domestica, perfettamente intuibili e non necessari. Purtroppo a prevalere non è lo sguardo della protagonista, ma quello del fotografo, sprecando così l'opportunità di approfondire un percorso interiore a contatto con la natura selvaggia come accaduto invece in Into the Wild di Sean Penn

Soltanto in un momento lo spettatore è realmente coinvolto: quando al buio, sola e senza aiuto, la protagonista è alla ricerca disperata del suo cane: in quell'istante la solitudine e il pericolo diventano reali, il viaggio diviene metafora del percorso difficile e imprevedibile della vita e la storia palpabile. Ma non basta.



Mia Wasikowska


La citazione: "Quando mi chiedono perché lo faccio rispondo: perché no?"

Hearting/Cuorometro: ♥♥1/2

Uscita italiana: 24 aprile 2014


Titolo originale: Tracks
Regia: John Curran
Anno: 2014
Cast: Mia Wasikowska, Adam Driver, Emma Booth
Colore: colore
Durata: 112 minuti
Genere: biografico
Sceneggiatura: Marion Nelson
Fotografia: Mandy Walker
Montaggi0: Alexandre de Franceschi
Musica: Garth Stevenson
Paese di produzione: Australia 
Casa di produzione: See-Saw Film
Distribuzione italiana: BIM distribuzione

Via Castellana Bandiera




Carnale, passionale, esplosiva e pronta a sperimentare: Emma Dante, attrice, regista di teatro e scrittrice, è un talento poliedrico che chi ha visto sul palcoscenico sa che porta sulle tavole di legno la polvere e gli odori della Sicilia, sua terra natale cui è legata da un cordone che l'artista sembra allo stesso tempo voler abbandonare e tenersi stretto. Fondatrice della compagnia Sud Costa Occidentale, autrice di opere magnetiche come mPalermu, la Dante è diventata in pochi anni uno dei nomi di punta del panorama teatrale italiano, arrivando a dirigere, nel 2009, la prima della Carmen di Bizet al Teatro alla Scala. In quell'occasione le reazioni furono contrastanti: alcuni parlarono di innovazione e della capacità di incarnare il vero spirito del personaggio di Carmen, altri invece gridarono allo scandalo di una protagonista troppo "popolana". Che la si ami o la si odi, Emma Dante non lascia mai indifferenti e, data la sua propensione alla sperimentazione di diversi mezzi narrativi, era inevitabile un suo esordio dietro la macchina da presa.

Per la sua prima pellicola da regista l'artista siciliana ha scelto di portare sul grande schermo il suo romanzo Via Castellana Bandiera, pubblicato nel 2009 e vincitore del Premio Vittorini. La storia parla di tre donne, Rosa (Emma Dante), siciliana che ha si è lasciata alle spalle un provincialismo che le stava stretto, Clara (Alba Rohrwacher), sua compagna di vita, e Samira (Elena Cotta), madre che ha perso sette anni prima una figlia per colpa di un cancro e che da allora ha smesso di parlare. 
Alla guida delle loro auto, Rosa e Samira si trovano bloccate in una strada senza senso di marcia a Palermo, la via Castellana Bandiera del titolo, e, partendo da motivazioni differenti, instaurano un duello psicologico a colpi di clacson decise a non cedere il passo all'altra.

Girato come un western urbano, il film sfugge alla trappola di portare il teatro al cinema e tesse una violenta metafora di un luogo che diventa simbolo di un intero paese: nella loro ostinata immobilità, le due donne si fanno carico di tutte le tensioni e le contraddizioni di un popolo che è smarrito e non sa scuotersi, che non sa trovare spunti oltre al proprio piccolo interesse personale, che è fermo nella propria decadenza e ostinato a lasciarsi morire lentamente contro ogni razionalità.
Un racconto duro ed estremo, in cui non è un caso che a fronteggiarsi siano due donne: gli uomini che fanno loro da contorno sono ostili, gretti, preferiscono manipolarle e scommettere piuttosto che risolvere la situazione. 
Come ogni duello che si rispetti non può che arrivare la tragedia: risolutivo e presagito, l'infausto evento arriva fuori campo, in una scena finale che esprime tutta la potenza espressiva della Dante e che mostra il suo talento nell'usare gli spazi e le scene di massa.

Un esordio sanguigno e viscerale, aiutato da una coppia di interpreti all'altezza del compito: la Dante riesce a lavorare di sottrazione mostrando di essere un'ottima interprete anche al cinema e la Cotta, con la sola potenza dello sguardo, crea un mondo oscuro e primordiale che incute timore. 

Uno degli esordi più interessanti del cinema italiano contemporaneo.  

Emma Dante e Alba Rohrwacher


La citazione: "C'hanno tutti ragione e c'hanno tutti torto"

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥

Uscita italiana: 19 settembre 2013


Titolo originale: Via Castellana Bandiera
Regia: Emma Dante
Anno: 2014
Cast: Emma Dante, Alba Rohwacher, Elena Cotta, Renato Malfatti, Dario Casarolo
Colore: colore
Durata: 90 minuti
Genere: drammatico
Sceneggiatura: Emma Dante e Giorgio Vasta 
Fotografia: Gherardo Gossi
Montaggi0: Benni Atria
Musica: Enzo e Lorenzo Mancuso
Paese di produzione: Italia, Svizzera, Francia
Casa di produzione: Vivo Film
Distribuzione italiana: Rai Cinema

Why don't you play in hell? (Jigoku de naze warui)







Un'adorabile bambina con i codini e i denti bianchissimi canta una canzoncina accattivante nello spot di un dentifricio: la stessa bimba, rientrando in casa, trova il soggiorno completamente inondato di sangue. La piccola Mitsuko è infatti figlia di un boss della yakuza, Muto (Jun Kunimura), acerrimo rivale di Ikegami (Shinichi Tsutsumi), altro criminale invaghito della bambina. Passano gli anni e per non far dispiacere la madre di Mitsuko (Fumi Nikaido), ormai diventata una splendida donna, che sognava per la figlia un futuro da stella del cinema, il boss Muto ingaggia una banda di aspiranti cineasti, che si fanno chiamare Fuck Bombers, per girare un film con protagonista la figlia. 

Basterebbe solo la geniale scena iniziale a rendere memorabile il nuovo film dell'irriverente e irrefrenabile Sion Sono, cineasta giapponese che con la sua nuova pellicola urla al mondo il suo amore per il cinema e per le infinite possibilità che offre. L'incontro tra un gruppo di ragazzi cinefili e la yakuza diventa infatti l'occasione per mettere in atto un divertissement coloratissimo e allucinato che omaggia il cinema d'azione orientale, i film sulla malavita nipponica, il mito di Bruce Lee e prende in giro Quentin Tarantino e il suo Kill Bill, che a sua volta citava lo stesso genere. 

In una giostra letale e ironica lanciata a velocità supersonica, Sion Sono si diverte a giocare e sperimentare con vari riferimenti, a parlare del suo amore per la settima arte e di come chi ha la febbre del cinema non possa che consacrare la sua vita a quest'arte così giovane eppure così piena di spunti. Tra combattimenti e battute, il regista trova anche il tempo di parlare del tempo che passa, dei cambiamenti inevitabili e di come questi non siano necessariamente un male ma invece un'occasione per mettersi alla prova, come mostra il discorso sul passaggio dalla pellicola al digitale.

Grazie ad alcune trovate geniali (lo spot del dentifricio, il boss tradizionalista ma che poi è succube del fascino di Mitsuko, la vendetta con il vetro che la ragazza infligge al suo fidanzato fedifrago solo per citarne alcune) e a un cast eccezionale (irresistibile il volto scolpito con l'accetta di Jun Kunimura), Why don't you play in hell? è un piacere per cinefili puri, che non hanno paura di mescolare generi e si divertono di fronte all'entusiasmo straripante di un regista originale come Sion Sono.

Fumi Nikaido


La citazione: "Let's go!"

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥1/2

Uscita italiana: 


Titolo originale: 地獄でなぜ悪い Jigoku de naze warui
Regia: Sion Sono
Anno: 2013
Cast: Jun Kunimura, Shinichi Tsutsumi, Fumi Nikaido, Tomochika, Hiroki Hasegawa, Gen Hoshino
Colore: colore
Durata: 129 minuti
Genere: azione
Sceneggiatura: Sion Sono
Fotografia: Hideo Yamamoto
Montaggi0: Jun'ichi Itô
Musica: Sion Sono
Produttore: Takuyuki Matsuno 

Venezia 2013, l’esordio di Emma Dante al cinema: «Un western a colpi di clacson, con citazioni di Sergio Leone»



L’attrice, regista e scrittrice siciliana ha presentato alla 70esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia “Via Castellana Bandiera”, suo esordio dietro la macchina da presa, tratto dall’omonimo libro scritto dalla stessa autrice e pubblicato nel 2008 

Il poster del film


Occhi scuri che scrutano con curiosità, una passionalità difficile da nascondere e una particolare predisposizione per tutto ciò che è vitale e carnale: la regista teatrale, attrice e scrittrice Emma Dante è una delle figure artistiche più interessanti presenti nel panorama culturale italiano contemporaneo. Nata a Palermo e profondamente influenzata dalle contraddizioni e dai contrasti della sua terra d’origine, la Dante sono anni che, insieme alla sua compagnia teatrale, la Sud Costa Occidentale, porta in scena il sudore, la polvere e la forza delle strade siciliane. Talento poliedrico, Emma Dante ama sperimentare: passando dalla drammaturgia classica a linguaggi a volte quasi astratti, l’artista siciliana fonde il suo bagaglio culturale ai classici del passato, come ha dimostrato con la sua originale versione della Carmen di Bizet rappresentata al Teatro Alla Scala di Milano nel 2009. Non stupisce quindi che il suo desiderio di provare sempre nuovi mezzi narrativi l’abbia spinta anche dietro la macchina da presa. Un passaggio che lei stessa ha definito estremamente naturale: “Questa storia mi sembrava molto adatta per il cinema: avevo bisogno della strada, della polvere, della carnalità delle persone. Non avrei potuto farlo a teatro“. Presentato alla 70esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, l’esordio cinematografico di Emma Dante, tratto dal suo omonimo libro Via Castellana Bandiera, pubblicato nel 2009 e vincitore del Premio Vittorini, racconta la storia di tre donne ostinate che instaurano un duello psicologico a colpi di clacson occupando una piccola strada di Palermo. Il film ha sorpreso la stampa, che l’ha subito definito un “western del Sud Italia”, definizione che l’autrice ha apprezzato: “Ho sempre sognato di fare un western: chi non vorrebbe? Quindi mi sembra una definizione pertinente“, non nascondendo una sua personale passione per l’opera di Sergio Leone: “Il cinema di Leone mi ispira molto, è un grande regista e per questo film ho approfondito il mio studio su di lui. Nel film infatti ho inserito delle citazioni al suo lavoro“. 


Emma Dante a Venezia 70


Un western del sud, dicevamo: alla domanda sul perché parli costantemente della Sicilia nelle sue opere, l’autrice ha affermato: “Io in realtà volevo ambientare la storia a Begamo… No, sto scherzando. Io sono palermitana e parto sempre dalle mie radici, dalla mia storia, dalla mia lingua. Non so esattamente cosa vuol dire “raccontare il sud”: il film parla di una comunità, di un paese, di uno stato dell’essere, racconta l’Italia ma potrebbe essere anche un altro luogo. Ho voluto rappresentare uno stato particolare che caratterizza la nostra epoca: alla fine del film (SPOILER) non abbiamo voluto far vedere il precipizio e far vedere o sentire la macchina che cade per un motivo ben preciso: volevo dire che oggi noi non riusciamo a cadere, non percepiamo il precipizio, c’è una situazione stallo nella società (FINE SPOILER)". 

Protagonista della pellicola è una coppia al femminile che si reca in Sicilia per un matrimonio e durante il viaggio vede messo a dura prova il proprio rapporto sentimentale; l’autrice, interrogata sull’argomento, non ha voluto sottolineare il fatto che si tratti di una coppia dello stesso sesso: “La vera strada di Via Castellana Bandiera per me è quella del finale, non quella bloccata che si vede nel film: noi oggi spesso occupiamo uno spazio e lo definiamo come nostro escludendo gli altri. Per me c’è spazio per tutti. Sono stanca di parlare di “storie di omosessuali”: per me le protagoniste sono due persone che si amano, punto. Perché dobbiamo parlare di “amore diverso” o trovare modi diversi per raccontarlo? Il personaggio più positivo del film infatti, il ragazzino, non giudica: è un personaggio illuminato, è uno che parla un’altra lingua rispetto alla famiglia di origine, è una piccola luce, una fiammella che porta speranza“. 


Alba Rohrwacher a Venezia 70


Le co-protagoniste femminili, Alba Rohrwacher, che interpreta Clara, la compagna della protagonista, Rosa (la stessa Emma Dante), ed Elena Cotta, che dà volto a Samira, la granitica donna che si mette letteralmente sulla loro strada, hanno dichiarato di aver amato i propri personaggi e di essere molto felici di aver avuto la possibilità di lavorare con la Dante: “Uno dei miei desideri come attrice è sempre stato quello di poter recitare un ruolo fatto solo di sguardi“, ha detto la Cotta “e questa è stata l’occasione. Ringrazio Emma per questo. Con ruoli di questo tipo devi rinunciare agli artifici della recitazione, devi asciugare tutto per diventare semplicemente un viso. È un’esperienza irripetibile: una sfida, bellissima e forte. Ho lavorato bene in un clima straordinario, cosa che mi ha aiutato molto. Sono stata molto felice di lavorare a questo film“. Dello stesso entusiasmo Alba Rohrwacher: “Emma è una regista bravissima, è la regista del mio cuore, mi ha insegnato quasi tutto quello che provo a fare. Il “metodo Emma Dante” credo funzioni molto bene: lei fa un lavoro molto duro, in cui sei portato all’estremo e che ti fa dare molto, ma alla fine sei guidata da mani esperte. Lavorare a teatro con Emma è qualcosa di irripetibile: lei dagli attori tira fuori dei fantasmi. È capace di evocare dei fantasmi che io non sapevo di avere dentro. Lavorare con Emma è sorprendente“. 


Elena Cotta a Venezia 70


A fine conferenza stampa la regista ha rivelato di essere molto affascinata dai personaggi che rivelano una mostruosità latente: “Non so come si può definire il carattere di queste donne: all’inizio sono ottuse, tenaci, ma poi cominciano a fare il punto della propria vita. Sono come il Minotauro che si guarda allo specchio e riconosce il mostro. Se non ci interroghiamo mai su noi stessi, non riusciamo mai a tirare fuori la verità, mentre se ci fermiamo di fronte a un altro che è diverso da noi la mostruosità può venire a galla. Loro sono mostruose alla fine del film: e questo mi piace. La loro mostruosità è la loro verità, è quello che non sono riuscite a dirsi fino ad ora. Nella loro mostruosità sono molto umane“.


Pubblicato su BestMovie.

mercoledì 28 agosto 2013

Gravity








Spazio: davanti a noi si manifesta in tutta la sua bellezza il pianeta azzurro, la Terra, con i suoi monti e fiumi, abbagliante come mai si era vista prima al cinema. Lentamente si impadronisce dell'inquadratura un puntino minuscolo che diventa poi una figura umana, un astronauta, in missione per riparare un telescopio. Comincia così Gravity, nuova pellicola di Alfonso Cuaron, a sette anni dal precedente I figli degli uomini, con un lungo e strabiliante piano sequenza che lascia a bocca aperta e dà un nuovo senso all'uso del 3D al cinema. 

Dopo lo stupore iniziale, il film entra subito nel vivo dell'azione, gettando lo spettatore in un vortice di tensione che non lo abbandonerà più per tutto il resto della pellicola: gli astronauti americani protagonisti del film, lo smargiasso Matt Kowalski, un George Clooney che sembra Buzz Lightyear, e Ryan Stone (Sandra Bullock), medico alla sua prima missione nello spazio, sono infatti vittime di un incidente che li lascia soli e alla deriva nello spazio. A questo punto Gravity diventa una lunga lotta per la sopravvivenza, che comincia dove finiva quella di Frank Poole, l'astronauta abbandonato dal computer Hal 9000, in 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Sperduti nel vuoto freddo e senza suono, i due astronauti, come degli Adamo ed Eva spaziali, compiono un percorso che diviene presto metafora della vita umana, meravigliosa e terribile allo stesso tempo, perennemente in balia di forze più grandi come lo spazio e il tempo, continuamente minacciata dal pericolo e dalla morte. Un viaggio nel metafisico che è contemporaneamente una ricerca interiore e spirituale, in cui i propri ricordi e il vissuto personale diventano l'unica ancora cui appigliarsi.

La maestria di Cuaron lascia senza fiato e non solo per la sua abilità nel creare immagini spettacolari: il regista messicano riesce a realizzare un film totale, in cui la fantascienza si fonde con una storia di formazione e di riflessione spirituale, in cui lo spazio diventa l'ultima frontiera possibile dove allestire un western dell'anima in cui dal caos può sempre emergere la vita e la speranza. Negli occhi di una Sandra Bullock, forse mai così in parte, c'è tutta la forza della specie umana: una forma di vita che non si scoraggia di fronte al grande mistero di cui fa parte e che, nonostante la sofferenza e le alterne fortune, ha la forza di lottare e di rimettersi in piedi, per quanto la caduta sia rovinosa.

Un cinema dalle ambizioni altissime, che racconta la storia più antica e appassionante che ci sia: quella della vita.


Sandra Bullock e George Clooney


La citazione: "Vuoi tornare a casa o vuoi restare qui? Certo è bello quassù! Puoi chiudere tutti quanti gli impianti; spegnare tutte le luci; chiudere gli occhi e scordarti il mondo. Qui nessuno ti fa del male; sei al sicuro. Che senso ha andare avanti? Che senso ha vivere?... Devi piantare bene i piedi per terra e cominciare a vivere... Ehi, Ryan!... è ora di tornare a casa!"

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥♥♥

Uscita italiana: 3 ottobre 2013


Titolo originale: Gravity
Regia: Alfonso Cuaron
Anno: 2013
Cast: Sandra Bullock, George Clooney
Colore: colore, 3D
Durata:  90 minuti
Genere: fantascienza 
Sceneggiatura: Alfonso Cuaron e Jonas Cuaron
Fotografia: Emmanuel Lubezki
Montaggi0: Alfonso Cuaron, Mark Sanger
Musica: Steven Price
Paese di produzione: USA, Regno Unito
Casa di produzione: Warner Bros.
Distribuzione italiana: Warner Bros.


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