giovedì 6 gennaio 2011

VideoRecensioni: Tron Legacy

Dopo le recensioni classiche e la rubrica video Bazinga! sulle serie tv, arrivano anche le videorecensioni di film. 
Si parte con Tron Legacy.
A breve, se tutto va bene, grosse novità in merito.

mercoledì 5 gennaio 2011

Hereafter



Tristo mietitore, Angelo della morte, Thanatos, Enma, Yama: la morte ha molti nomi.
Raffigurata come uno scheletro avvolto in un mantello e pronto a brandire una falce, o come tre vecchiette che tessono e tagliano i fili della vita, una cosa è sicura: la morte è l'unica certezza della vita. Per questo è sempre stata oggetto di interesse, di angoscia, di sofferenza.
Da qualche anno anche il grande vecchio del cinema, l'immenso Clint, ha concentrato la sua opera su questo tema: che sia la morte di un figlio come in Mystic River, quella affrontata per scelta come in Million Dollar Baby o quella imminente di un vecchio abbandonato a se stesso come in Gran Torino, la morte è lo spettro silenzioso che aleggia nella sua produzione recente.
Un tema che deve ossessionarlo a tal punto da renderlo protagonista assoluto della sua ultima pellicola: in Hereafter è la morte che fa da collante tra i protagonisti.

Marie, una giornalista francese di successo, la prova sulla propria pelle durante un terribile tsunami, il piccolo Marcus perde brutalmente qualcuno che ama e il sensitivo George ha il potere di mettersi in contatto con i morti. Una donna francese, un bambino inglese e un sensitivo americano ci presentano la morte secondo il loro punto di vista, che non è mai religioso, ultraterreno o magico, ma è quello umano. Eastwood prende in giro maghi e stregoni vari, cartomanti e sensitivi, fa una capatina nell'ambiente scientifico e cerca senza convinzione un conforto religioso: l'unica storia che gli interessa però è quella dei suoi personaggi. Il regista ci racconta la morte dal punto di vista umano mostrandoci non cosa accade dopo la morte (una domanda di cui ovviamente non conosce la risposta), ma cosa accade a chi resta dopo la morte. In questa ottica il film è struggente ed estremamente umano, garbato ma allo stesso tempo forte, come tutta la grande produzione del regista americano.

A non funzionare però è l'intreccio narrativo. Si aspetta invano che la storia decolli da un momento all'altro e quando finalmente i tre racconti si toccano ormai il film è alla fine. Nonostante i tre percorsi siano tutti interessanti, così frammentati non ci appassionano totalmente, finendo per soffocarsi a vicenda.
L'impressione è che Eastwood questa volta abbia voluto dire troppo: tradendo il suo stile asciutto, è come se facesse pronunciare ai suoi personaggi dei sermoni sulla morte invece di buttarli direttamente nell'azione come al suo solito. E' come se fosse così partecipe dell'argomento da non guardare con obiettività la materia narrativa che ha di fronte.
E' evidente che il tema gli sta molto a cuore e che le ricerche che fanno i suoi protagonisti le ha compiute in prima persona, ma narrativamente questa voglia di discorrere il più possibile su tutto ciò che ruota intorno alla morte non funziona. Sono lontanissimi i momenti altissimi sullo stesso tema come il bacio sulla fronte di Frankie a Maggie, l'urlo di dolore di Jimmy Markum o il ringhio di Walt Kowalski alla vista di un bastone prendi-oggetti.
Siamo comunque di fronte a grande cinema, ma non all'Eastwood più grande.

Matt Damon

La citazione: "Una vita spesa per la morte non è vita".

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥1/2

Titolo originale: Hereafter
Regia: Clint Eastwood
Anno: 2010
Cast: Matt Damon, Cécile De France, Frankie McLaren,  Bryce Dallas Howard


martedì 4 gennaio 2011

Tron Legacy



Un figlio vissuto senza il padre.
Un padre perso nel mondo creato da lui stesso.
Un mondo che è quanto di più affascinante, immersivo e visivamente potente visto fino ad oggi su uno schermo. Dopo Avatar, ed era impresa assai ardua, Tron Legacy è riuscito a creare un mondo perfettamente credibile, dallo stile inconfondibile, che avvolge e circonda lo spettatore allargando la prospettiva e la visione. Altro che i soliti oggetti lanciati in faccia ai poveri spettatori: qui si entra in un nuovo mondo.
L'avvolgente buio della rete, l'ipnotico neon che sottolinea oggetti e persone, la sinuosa e sontuosa musica dei Daft Punk sono davvero favolosi.

Peccato poi che tutto il resto, la storia in primis, sia sacrificata e schiacciata dalla grandiosa messa in scena. La storia non è che un pretesto, e ci può stare, ma pur nella sua linearità in certi passaggi è poco chiara. I personaggi sono appena abbozzati e se Jeff Bridgrs, l'immenso, e Olivia Wilde, la bellissima, reggono bene la scena, il protagonista, Garrett Hedlund, per quanto bello e palestrato, ha l'appeal e la personalità di una zucchina. Sprecatissimo Michael Sheen in una sola scena alla “cappellaio matto del futuro”.

Quindi come porsi di fronte a Tron Legacy?
E' vero i difetti nella storia ci sono, ma è davvero così importante?
In un film che crea un mondo dal nulla, in cui anche gli oggetti hanno una loro personalità, in cui l'atmosfera e la musica ti proiettano letteralmente in un'altra dimensione, come ci si può focalizzare solo sulla storia?
Tron Legacy è bello e affascinante.
Forse non vuole dirci molto, ma un film in cui c'è una gara di moto come quella che si vede nel film ha già vinto in partenza.
I più attenti noteranno anche una comparsata del grande Cillian Murphy.
E poi lo ammetto: voglio la tuta di pelle nera con le lucine blu.

Olivia Wilde

La citazione: "Stai interferendo con il mio momento zen".

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥1/2

Titolo originale: Tron Legacy
Regia: Joseph Kosinski
Anno: 2010
Cast: Garrett Hedlund, Jeff Bridges, Olivia Wilde, Michael Sheen, Beau Garrett


domenica 2 gennaio 2011

Zombi: una metafora in continua evoluzione

Dal film cult di Romero alla recentissima serie tv The Walking Dead, gli zombi sono un fenomeno nato e cresciuto al cinema, in costante evoluzione e dalle multiformi interpretazioni.


In principio fu la magia, anzi, la stregoneria: la nascita degli zombi è avvolta dalla leggenda e dal mistero, ed ha avuto luogo nella calda Haiti, dove sacerdoti detti bokor praticavano il vudù. Questi, si dice, imprigionavano l'anima delle persone in contenitori e le rendevano fantocci da manovrare. A questo mito si ispira il film capostipite del genere, L'isola degli zombies, del 1932, con protagonista Bela Lugosi, nel ruolo dello stregone Legendre, che pratica appunto il vudù.
Per vedere gli zombi così come li conosciamo però bisogna aspettare fino al 1968, anno in cui esce La notte dei morti viventi di George Romero: andatura claudicante, assenza di volontà, fame di carne umana. Eccoli, sono loro: i non-morti che per tutta la seconda metà del Novecento si sono imposti nell'immaginario collettivo come una potente metafora sociale. Una massa indistinta di esseri assetati di sangue, che mangia altri uomini senza poter mai saziare la propria fame e senza un vero scopo, se non quello di contagiare altre persone, ci costringe a riflettere sulle nostre azioni e sul ruolo che abbiamo nella società. Nel film di Romero lo zombi è simile agli esseri umani, solo più pallido, contagia i viventi con il morso e può essere ucciso soltanto con un colpo in testa. Il regista rende queste creature mostruose, guidate da forze elementari prive di logica, la copia demoniaca degli esseri umani, trasformandole nel simbolo del razzismo di quegli anni e della brutalità della guerra del Vietnam.

L'impatto del film di Romero è talmente forte che gli zombi diventano un fenomeno pop, citati e ripresi da numerosi registi: Lucio Fulci, il poeta del macabro, in Zombi 2 unisce l'estetica creata da Romero alle leggende haitiane, privando però le creature della valenza di critica sociale. I suoi zombi sono un puro divertimento splatter, uno stratagemma per spaventare a morte lo spettatore: ecco quindi che il pallore delle creature di Romero viene sostituito con carne putrida fatta a brandelli. Non solo: per aumentare la spettacolarità, questi non-morti sono persino in grado di nuotare e di lottare con gli squali.
Gli zombi non vivono di solo cinema però: in diversi fumetti, come in Tex contro Mephisto e L'alba dei morti viventi della serie di Dylan Dog, ritroviamo i mostri dalla lenta andatura.
Perfino un'icona della musica come Michael Jackson rende omaggio al cinema horror nel video di Thriller: l'andatura barcollante e i gesti automatici degli zombi diventano una coreografia.

Negli anni '90 lo zombi muta ancora: la Capcom crea il videogioco Resident Evil, da cui viene poi tratto l'omonimo film. Qui all'origine dello zombi non c'è più la magia, ma un virus: il virus T, che, con il solo contatto del sangue, trasforma gradualmente il contagiato in un non-morto. Sono gli anni dell'AIDS, delle guerre batteriologiche e dei virus cibernetici che infettano la rete: il mondo ha paura del contagio, sia fisico che virtuale.
Il concetto di contagio segna un solco indelebile e viene ripreso in tutte le produzioni successive: 28 giorni dopo di Danny Boyle e L'alba dei morti viventi di Zack Snyder ne sono un esempio. In queste due pellicole però viene aggiunto ancora un altro elemento: il virus dà super-velocità e super-forza. Questi zombi corrono. La metafora quindi si evolve ancora una volta: sono gli anni post 11 settembre, le certezze sono crollate, è venuto a galla il fatto che ci sono super-potenze come India e Cina che mettono in discussione la supremazia occidentale e scalpitano per emergere.

Arriviamo così a questi ultimi anni: in The Walking Dead, la serie prodotta da Frank Darabont, siamo addirittura di fronte ad un'apocalisse imminente. Gli zombi sono ovunque ma non si vedono quasi mai, sono una minaccia sia fisica che psicologica. Il terrore e l'incertezza avvolge i protagonisti della serie, che però nonostante tutto non riescono ad unirsi per sopravvivere. La crisi economica del 2009 ha reso evidente che una società basata sul consumo sfrenato non è più possibile e di conseguenza lo zombi diventa quasi una vittima inconsapevole che sembra chiedere aiuto per la sua fame insaziabile. Inoltre un altro confine è stato superato: dopo il cinema, i fumetti e i videogiochi, gli zombi hanno invaso anche la tivù: a dimostrazione che sono un simbolo talmente forte e inconscio da poter contaminare, a morsi, diversi generi e mezzi. 



Pubblicato su Kataweb.it
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