venerdì 4 aprile 2008
Citazione cinematografica n. 9
"Non sempre bisogna perdonare"
da: Rocco e i suoi fratelli
Original: id.
Titolo originale: Rocco e i suoi fratelli
Regia: Luchino Visconti
Anno: 1960
Interpreti: Alain Delon, Renato Salvatori, Annie Girardot, Katina Paxinou, Spiros Focas, Max Cartier, Rocco Vidolazzi, Corrado Pani, Claudia Cardinale
mercoledì 2 aprile 2008
Interview
La guerra tra i sessi in un’intervista.

Sienna Miller

Un uomo, una donna, un loft.
Lui, Pierre (Steve Buscemi), giornalista specializzato in politica estera, deve intervistare suo malgrado la conturbante lei: Katya (Sienna Miller), protagonista di soap televisive e horror di serie b, famosa più per le sue relazioni sentimentali e i suoi fluttuanti attributi fisici che per la sua abilità interpretativa.
Lui, Pierre (Steve Buscemi), giornalista specializzato in politica estera, deve intervistare suo malgrado la conturbante lei: Katya (Sienna Miller), protagonista di soap televisive e horror di serie b, famosa più per le sue relazioni sentimentali e i suoi fluttuanti attributi fisici che per la sua abilità interpretativa.
L’incontro al bar per l’intervista comincia subito male: lui non sa nulla di lei e della sua carriera e come se non bastasse le sbatte in faccia il fatto che occuparsi di celebrità del suo livello è degradante per un professionista come lui, lei, divisticamente, lo tratta come una nullità.
Pierre comincia a capire che dietro quei capelli biondo platino e le operazioni di chirurgia plastica c’è più di una semplice attricetta sexy, Katya si lascia andare e abbandona il suo atteggiamento da star per mostrare il suo lato più vulnerabile e dolce.
Ma non sempre le cose sono come sembrano.Tra i due presto si instaurerà una vera lotta fisica e soprattutto intellettuale, che ricalca alla perfezione le dinamiche del rapporto di coppia uomo-donna, in cui quasi sempre c’è un vinto e un vincitore. Anche qui lo stratega più abile si farà beffe dell’altro, in un finale a sorpresa.
Steve Buscemi, regista e interprete della pellicola, ha deciso di prendere parte al progetto, ideato dai produttori Bruce Weiss e Gijs van de Westelaken, per celebrare lo scomparso regista Theo Van Gogh, brutalmente ucciso nel 2004 da un fanatico religioso, che prevede il remake di tre suoi film.
Buscemi firma il primo capitolo della trilogia, Stanley Tucci e Bob Balaban continueranno l’opera.
Il film è girato molto bene, usando la stessa tecnica e la stessa troupe di Van Gogh: tre telecamere, una che riprende costantemente il protagonista maschile, una quella femminile e la terza che riprende la scena d’insieme. In questo modo il tutto ha un gusto vagamente teatrale, gli attori esprimono al meglio le loro potenzialità e lo spettatore è veramente coinvolto, come se stesse comodamente seduto sul divano dell’appartamento di Katya a guardare questo balletto verbale.
Certo si tratta di un remake, ma la pellicola ha una sua originalità e Buscemi ha saputo fare un ottimo lavoro nella direzione delle scene e degli interpreti e, come al solito, ha dato una grande prova d’attore. Su tutto comunque spicca la bellezza luminosa di Sienna Miller e la sua sorprendente interpretazione: l’attrice, proprio come il personaggio che interpreta, famosa fino ad ora più per le sue relazioni che per i ruoli interpretati, dimostra un magnetismo particolare in grado di bucare lo schermo e una naturalezza e freschezza nella recitazione che affascinano e seducono.
Un film da godere tutto d’un fiato, dai dialoghi intriganti, divertenti e appassionanti, che si conclude proprio come un incontro che dura una sola notte: l’esperienza intensa lascia il posto all’amarezza per poi svanire nel caos della città.
Un incidente d’auto galeotto li porta a passare tutta la notte nel lussuoso loft della diva. Qui tra iniziale diffidenza, rabbia, giochi di seduzione, confessioni, i due intraprendono un violento e sensuale tango di complicità e confronto, disprezzo e attrazione.
Pierre comincia a capire che dietro quei capelli biondo platino e le operazioni di chirurgia plastica c’è più di una semplice attricetta sexy, Katya si lascia andare e abbandona il suo atteggiamento da star per mostrare il suo lato più vulnerabile e dolce.
Ma non sempre le cose sono come sembrano.Tra i due presto si instaurerà una vera lotta fisica e soprattutto intellettuale, che ricalca alla perfezione le dinamiche del rapporto di coppia uomo-donna, in cui quasi sempre c’è un vinto e un vincitore. Anche qui lo stratega più abile si farà beffe dell’altro, in un finale a sorpresa.
Steve Buscemi, regista e interprete della pellicola, ha deciso di prendere parte al progetto, ideato dai produttori Bruce Weiss e Gijs van de Westelaken, per celebrare lo scomparso regista Theo Van Gogh, brutalmente ucciso nel 2004 da un fanatico religioso, che prevede il remake di tre suoi film.
Buscemi firma il primo capitolo della trilogia, Stanley Tucci e Bob Balaban continueranno l’opera.
Il film è girato molto bene, usando la stessa tecnica e la stessa troupe di Van Gogh: tre telecamere, una che riprende costantemente il protagonista maschile, una quella femminile e la terza che riprende la scena d’insieme. In questo modo il tutto ha un gusto vagamente teatrale, gli attori esprimono al meglio le loro potenzialità e lo spettatore è veramente coinvolto, come se stesse comodamente seduto sul divano dell’appartamento di Katya a guardare questo balletto verbale.
Certo si tratta di un remake, ma la pellicola ha una sua originalità e Buscemi ha saputo fare un ottimo lavoro nella direzione delle scene e degli interpreti e, come al solito, ha dato una grande prova d’attore. Su tutto comunque spicca la bellezza luminosa di Sienna Miller e la sua sorprendente interpretazione: l’attrice, proprio come il personaggio che interpreta, famosa fino ad ora più per le sue relazioni che per i ruoli interpretati, dimostra un magnetismo particolare in grado di bucare lo schermo e una naturalezza e freschezza nella recitazione che affascinano e seducono.
Un film da godere tutto d’un fiato, dai dialoghi intriganti, divertenti e appassionanti, che si conclude proprio come un incontro che dura una sola notte: l’esperienza intensa lascia il posto all’amarezza per poi svanire nel caos della città.
Sienna MillerLa citazione:
"- Sei brava a sedurre gli uomini?
- Ma che sei gay Pierre?"
Voto: ♥♥♥
Pubblicato su Meltin' Pot.
"- Sei brava a sedurre gli uomini?
- Ma che sei gay Pierre?"
Voto: ♥♥♥
Pubblicato su Meltin' Pot.
Speciale: 2001 Odissea nello spazio
“Un dramma epico di avventura ed esplorazione”.

All’alba dell’uomo un misterioso monolite nero compare sulla terra e sembra influenzare i primi uomini – scimmia; uno di loro scopre che un osso può essere usato come arma di difesa e strumento di caccia: è il primo passo verso lo sviluppo tecnologico e scientifico dell’umanità. L’osso diventa, in una delle sequenze più belle e famose della storia del cinema, un’astronave: siamo ora nel 2000 e l’astronauta David Bowman sta andando verso la base spaziale Clavius, su Giove, dove è stato trovato un monolite nero. Durante il viaggio qualcosa va storto: il computer di bordo, HAL 9000, impazzisce ed elimina uno per uno i componenti della nave tranne Bowman, che riesce a disattivarlo e a fuggire. David compie così il suo viaggio verso l’infinito: dopo aver attraversato una strana dimensione spazio-temporale arriva in una stanza settecentesca, dove invecchia, muore e rinasce all’ombra del monolite.

Questa la trama del film “2001 Odissea nello spazio”, uscito nel 1968, capostipite del genere “Fantascienza d’autore” e vero e proprio capolavoro: con quest’opera Stanley Kubrick ha fatto e cambiato la storia del cinema.
Tratto dal romanzo “La sentinella” di Arthur C. Clarke, il film ha gettato le basi del genere “Science Fiction”: grazie all’uso di tecniche innovative, che permisero al regista di far vedere le astronavi in volo nello spazio, Kubrick riuscì a rendere in immagini la bellezza dei racconti di fantascienza, che, fin da Jules Verne, il pubblico aveva potuto soltanto immaginare. La cosa è straordinaria se si pensa che l’atterraggio dell’uomo sulla Luna risale al 1969 e che il regista ha dovuto ricostruire, senza punti di riferimento, il movimento dei corpi nello spazio.

In più, oltre ad aver inventato un nuovo tipo di effetti speciali, da cui George Lucas ha preso ispirazione per il suo “Guerre Stellari”, Kubrick con questa pellicola ha rivoluzionato anche il “tempo” cinematografico: dilatando i tempi e le scene fino all’esasperazione, facendo salti temporali, quasi azzerando il dialogo (45 minuti di parlato su 160 di pellicola!), il regista americano ha inventato un nuovo tipo di linguaggio frammentando e dilatando la storia come mai era stato fatto. Kubrick stesso ha infatti affermato: “Non ho pensato di dare con questo film un messaggio traducibile in parole. 2001 è un’esperienza di tipo non verbale. Ho cercato di creare un’esperienza visuale che trascendesse le limitazioni del linguaggio e penetrasse direttamente nel subcosciente con la sua carica emotiva e filosofica”.
Questo stile quindi è funzionale alla complessa storia raccontata, che ha numerosi spunti filosofici e simbolici: il film, come è proprio del genere della “Science Fiction”, è basato sul tema del viaggio, che in questa particolare pellicola è sia un viaggio fisico sia interiore. Il viaggio qui proposto è il tipico “viaggio dell’ eroe” che, cercando di raggiungere una meta/obiettivo, si confronta con un altrove misterioso: deve affrontare prove, ostacoli, antagonisti e alla fine matura spiritualmente e intellettualmente. Kubrick scelse di adottare il mito per raccontare la sua storia: si ispirò ai grandi poemi greci, in particolare all’ “Odissea” di Omero e al mito degli “Argonauti”, che fin da bambino lo aveva appassionato particolarmente. Il film però, oltre al tema del viaggio, evidenzia il legame che c’è tra l’uomo, lo spazio e il tempo e i suoi rapporti con la scienza e la tecnologia. Infatti, per le sue riflessioni filosofiche, per le immagini suggestive e oniriche, la pellicola è stata più volte definita “capolavoro metafisico”. Grazie quindi a immagini dal potere immaginifico ed evocativo senza precedenti il regista è riuscito a rendere concreti temi molto complessi. In una scena drammatica e simbolica uno degli astronauti viene ucciso dal computer ribelle, che lo abbandona nello spazio freddo e nero: il corpo senza vita dell’uomo è inghiottito dall’immensa oscurità spaziale e scompare a poco a poco; la scena simboleggia l’annullarsi ed il riemergere dall’oscurità dello spazio, che è scendere nella parte più nascosta del proprio animo per poi tornare con una maggiore consapevolezza.

“L’eterno ritorno dell’eguale”, teorizzato da Nietzsche, è un altro tema portante della pellicola, evocato anche dalla musica di Strauss “Così parlò Zarathustra”, che sottolinea i momenti chiave del film, quelli in cui appare il monolite nero, l’oggetto misterioso che segna il passaggio dell’uomo ad un livello evolutivo superiore: in origine una scimmia, poi un uomo, che attraverso una tecnologia avanzatissima è riuscito a superarsi e a cambiarsi in un nuovo essere, il feto stellare, che potrebbe essere “il superuomo” teorizzato dal filosofo tedesco.
Il feto, però, simboleggia anche il ritorno dell’uomo: Bowman, dopo aver attraversato la dimensione spazio-temporale, approda in una stanza del Settecento, in stile rococò, che rappresenta il ritorno al passato; l’astronauta qui invecchia, muore e poi rinasce di fronte al monolite nero, che sembra la causa di tutto anche se non si sa da dove venga e che cosa significhi. Queste immagini simboliche esprimono visivamente ciò che la teoria di Nietzsche afferma: il tempo non ha fine, il divenire non ha scopo. Il tempo, infatti, non è lineare, non procede in modo rettilineo, non va verso un fine trascendente o una finalità immanente: l’uomo è condizionato dal passato irreversibile e il futuro è un evento incombente sul presente. Kubrick ha espresso tutto ciò tramite simboli, di cui il più difficile da interpretare è proprio il monolite sempre presente ad ogni cambiamento dell’uomo: forse rappresenta proprio la ciclicità degli eventi umani, destinati a ripetersi all’infinito.

Oltre ai temi filosofici, Kubrick ha ripreso anche il tema della Guerra Fredda (che aveva già affrontato in chiave satirica in “Il Dottor Stranamore”), il cui spettro ancora aleggiava in quegli anni, immaginando che in un futuro non lontanissimo l’America e la Russia sarebbero state alleate e avrebbero collaborato alle imprese spaziali: infatti l’equipaggio della nave “Discovery” è composto da astronauti russi e americani. Questo è molto interessante, se si pensa che proprio negli anni sessanta c’era una terribile competizione tra le due superpotenze per andare nello spazio: nel 1969 “vinsero” gli U.S.A, che mandarono il primo uomo sulla Luna, anche se i russi con Gagarin erano riusciti per primi a mandare un uomo in orbita.

Interessante nel film la riflessione sull’universo: in una delle scene più belle l’astronauta Bowman, dopo essersi liberato del computer impazzito, cerca di salvarsi dall’avaria dell’astronave lanciandosi nello spazio. Nella sequenza “Verso l’infinito e oltre”, Kubrick ha cercato di spiegare come è fatto l’universo, in un certo senso possiamo dire che ha costruito una sua cosmologia. Infatti, Bowman, dopo aver percorso distanze enormi nello spazio nero e misterioso, entra in una strana dimensione spazio-temporale, in cui ogni cosa sembra distorcersi e annullarsi in un tripudio di colori: alla fine l’astronauta arriva nella stanza settecentesca e lì invecchia, muore e rinasce. Kubrick ha reso in immagini la così detta “teoria dell’ inflazione” che ipotizza l’Universo come un enorme frattale in cui coesistono e anzi si formano continuamente diversi universi che si espandono e si evolvono incessantemente. Inoltre, questi universi, che sono immaginati come delle bolle, sarebbero collegati tra loro tramite dei “ponti” spazio-temporali costituiti dai buchi neri. Questa teoria così suggestiva non poteva essere rappresentata meglio da Kubrick, che ha reso poetico questo concetto così difficile raffigurandolo come un vortice magico di colori.

Il film dunque è un capolavoro che spazia dalla filosofia alla scienza, dalla storia all’arte visiva, in una commistione di arte e spettacolo che non ha precedenti e successori nella storia del cinema.
L’importanza di quest’opera è quindi indiscutibile, tanto che il film è stato più volte eletto il migliore di tutti i tempi e che ancora oggi critici e filosofi si interrogano sul reale significato dell’opera. A questo interrogativo non c’è miglior spiegazione di quella che Kubrick stesso ha dato: “Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico e allegorico del film. Io ho cercato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’ inconscio”.
Voto: ♥♥♥♥♥

Questa la trama del film “2001 Odissea nello spazio”, uscito nel 1968, capostipite del genere “Fantascienza d’autore” e vero e proprio capolavoro: con quest’opera Stanley Kubrick ha fatto e cambiato la storia del cinema.
Tratto dal romanzo “La sentinella” di Arthur C. Clarke, il film ha gettato le basi del genere “Science Fiction”: grazie all’uso di tecniche innovative, che permisero al regista di far vedere le astronavi in volo nello spazio, Kubrick riuscì a rendere in immagini la bellezza dei racconti di fantascienza, che, fin da Jules Verne, il pubblico aveva potuto soltanto immaginare. La cosa è straordinaria se si pensa che l’atterraggio dell’uomo sulla Luna risale al 1969 e che il regista ha dovuto ricostruire, senza punti di riferimento, il movimento dei corpi nello spazio.

In più, oltre ad aver inventato un nuovo tipo di effetti speciali, da cui George Lucas ha preso ispirazione per il suo “Guerre Stellari”, Kubrick con questa pellicola ha rivoluzionato anche il “tempo” cinematografico: dilatando i tempi e le scene fino all’esasperazione, facendo salti temporali, quasi azzerando il dialogo (45 minuti di parlato su 160 di pellicola!), il regista americano ha inventato un nuovo tipo di linguaggio frammentando e dilatando la storia come mai era stato fatto. Kubrick stesso ha infatti affermato: “Non ho pensato di dare con questo film un messaggio traducibile in parole. 2001 è un’esperienza di tipo non verbale. Ho cercato di creare un’esperienza visuale che trascendesse le limitazioni del linguaggio e penetrasse direttamente nel subcosciente con la sua carica emotiva e filosofica”.
Questo stile quindi è funzionale alla complessa storia raccontata, che ha numerosi spunti filosofici e simbolici: il film, come è proprio del genere della “Science Fiction”, è basato sul tema del viaggio, che in questa particolare pellicola è sia un viaggio fisico sia interiore. Il viaggio qui proposto è il tipico “viaggio dell’ eroe” che, cercando di raggiungere una meta/obiettivo, si confronta con un altrove misterioso: deve affrontare prove, ostacoli, antagonisti e alla fine matura spiritualmente e intellettualmente. Kubrick scelse di adottare il mito per raccontare la sua storia: si ispirò ai grandi poemi greci, in particolare all’ “Odissea” di Omero e al mito degli “Argonauti”, che fin da bambino lo aveva appassionato particolarmente. Il film però, oltre al tema del viaggio, evidenzia il legame che c’è tra l’uomo, lo spazio e il tempo e i suoi rapporti con la scienza e la tecnologia. Infatti, per le sue riflessioni filosofiche, per le immagini suggestive e oniriche, la pellicola è stata più volte definita “capolavoro metafisico”. Grazie quindi a immagini dal potere immaginifico ed evocativo senza precedenti il regista è riuscito a rendere concreti temi molto complessi. In una scena drammatica e simbolica uno degli astronauti viene ucciso dal computer ribelle, che lo abbandona nello spazio freddo e nero: il corpo senza vita dell’uomo è inghiottito dall’immensa oscurità spaziale e scompare a poco a poco; la scena simboleggia l’annullarsi ed il riemergere dall’oscurità dello spazio, che è scendere nella parte più nascosta del proprio animo per poi tornare con una maggiore consapevolezza.

“L’eterno ritorno dell’eguale”, teorizzato da Nietzsche, è un altro tema portante della pellicola, evocato anche dalla musica di Strauss “Così parlò Zarathustra”, che sottolinea i momenti chiave del film, quelli in cui appare il monolite nero, l’oggetto misterioso che segna il passaggio dell’uomo ad un livello evolutivo superiore: in origine una scimmia, poi un uomo, che attraverso una tecnologia avanzatissima è riuscito a superarsi e a cambiarsi in un nuovo essere, il feto stellare, che potrebbe essere “il superuomo” teorizzato dal filosofo tedesco.
Il feto, però, simboleggia anche il ritorno dell’uomo: Bowman, dopo aver attraversato la dimensione spazio-temporale, approda in una stanza del Settecento, in stile rococò, che rappresenta il ritorno al passato; l’astronauta qui invecchia, muore e poi rinasce di fronte al monolite nero, che sembra la causa di tutto anche se non si sa da dove venga e che cosa significhi. Queste immagini simboliche esprimono visivamente ciò che la teoria di Nietzsche afferma: il tempo non ha fine, il divenire non ha scopo. Il tempo, infatti, non è lineare, non procede in modo rettilineo, non va verso un fine trascendente o una finalità immanente: l’uomo è condizionato dal passato irreversibile e il futuro è un evento incombente sul presente. Kubrick ha espresso tutto ciò tramite simboli, di cui il più difficile da interpretare è proprio il monolite sempre presente ad ogni cambiamento dell’uomo: forse rappresenta proprio la ciclicità degli eventi umani, destinati a ripetersi all’infinito.

Oltre ai temi filosofici, Kubrick ha ripreso anche il tema della Guerra Fredda (che aveva già affrontato in chiave satirica in “Il Dottor Stranamore”), il cui spettro ancora aleggiava in quegli anni, immaginando che in un futuro non lontanissimo l’America e la Russia sarebbero state alleate e avrebbero collaborato alle imprese spaziali: infatti l’equipaggio della nave “Discovery” è composto da astronauti russi e americani. Questo è molto interessante, se si pensa che proprio negli anni sessanta c’era una terribile competizione tra le due superpotenze per andare nello spazio: nel 1969 “vinsero” gli U.S.A, che mandarono il primo uomo sulla Luna, anche se i russi con Gagarin erano riusciti per primi a mandare un uomo in orbita.

Interessante nel film la riflessione sull’universo: in una delle scene più belle l’astronauta Bowman, dopo essersi liberato del computer impazzito, cerca di salvarsi dall’avaria dell’astronave lanciandosi nello spazio. Nella sequenza “Verso l’infinito e oltre”, Kubrick ha cercato di spiegare come è fatto l’universo, in un certo senso possiamo dire che ha costruito una sua cosmologia. Infatti, Bowman, dopo aver percorso distanze enormi nello spazio nero e misterioso, entra in una strana dimensione spazio-temporale, in cui ogni cosa sembra distorcersi e annullarsi in un tripudio di colori: alla fine l’astronauta arriva nella stanza settecentesca e lì invecchia, muore e rinasce. Kubrick ha reso in immagini la così detta “teoria dell’ inflazione” che ipotizza l’Universo come un enorme frattale in cui coesistono e anzi si formano continuamente diversi universi che si espandono e si evolvono incessantemente. Inoltre, questi universi, che sono immaginati come delle bolle, sarebbero collegati tra loro tramite dei “ponti” spazio-temporali costituiti dai buchi neri. Questa teoria così suggestiva non poteva essere rappresentata meglio da Kubrick, che ha reso poetico questo concetto così difficile raffigurandolo come un vortice magico di colori.

Il film dunque è un capolavoro che spazia dalla filosofia alla scienza, dalla storia all’arte visiva, in una commistione di arte e spettacolo che non ha precedenti e successori nella storia del cinema.
L’importanza di quest’opera è quindi indiscutibile, tanto che il film è stato più volte eletto il migliore di tutti i tempi e che ancora oggi critici e filosofi si interrogano sul reale significato dell’opera. A questo interrogativo non c’è miglior spiegazione di quella che Kubrick stesso ha dato: “Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico e allegorico del film. Io ho cercato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’ inconscio”.
Voto: ♥♥♥♥♥
Pubblicato su Meltin' Pot.
Pesci d'aprile!
martedì 1 aprile 2008
Conferenza stampa Interview: conversazione con Steve Buscemi
Al Politecnico Fandango l’attore cult per eccellenza si racconta.
Steve Buscemi è un mito.
Protagonista di pellicole indimenticabili, come “Mystery Train” di Jim Jarmush o “Le Iene” di Quentin Tarantino, sa dare ad ogni personaggio un’impronta personalissima e unica, che affascina da decenni gli appassionati di cinema.
Al Politecnico Fandango, a Roma, l’attore ha presentato la sua ultima fatica da attore-regista: “Interview”, in cui recita al fianco della splendida Sienna Miller.
L’attore si è concesso generosamente alla stampa, dimostrando una tranquillità e una pacatezza che sono lontane mille miglia dai personaggi psicopatici, assassini o al limite della realtà che spesso interpreta.
Ecco come ha risposto alle domande della stampa.
D: La sua sua carriera è stata particolare. Prima di fare l’attore è vero che è stato pompiere?
S.B.: Negli anni ’80 cercavo di fare teatro e per sbarcare il lunario ho fatto vari mestieri tra cui il cameriere e il pompiere. In quegli anni scrivevo testi insieme al mio amico Mark Boone. Rappresentando queste cose che scrivevamo ho incontrato gente come Jim Jarmush, che allora era solo agli inizi.
D: Le migliori interviste sono quelle in cui ci si trova in difficoltà?
S.B.: Davanti a tanti giornalisti non sono incentivato ad essere critico sui media. Nel film ero più interessato al personaggio, non a criticare lo star system, questo non mi interessa, ho incentrato l’attenzione sul rapporto che si instaura tra i due personaggi. Un rapporto che nel giro di poche ore porta i personaggi a condividere le esperienze di tutta una vita.
D: Robert De Niro dice che gli altri attori si fidano di più di lui come regista perché anche lui è attore. Sienna Miller come si è trovata a girare con lei?
S.B.: Non fidatevi mai di un attore! Da attore capisco e do una mano agli attori, valuto le loro idee, perciò credo che Sienna si sia fidata di me. Avevamo nove giorni per girare il film e abbiamo provato per dieci giorni prima delle riprese e questo ha dato sicurezza a entrambi.
Non necessariamente gli attori fanno buoni film da registi, ma non si può mai dire perché uno dei miei registi preferiti è Cassavetes, che era anche un attore.
D: Come si è trovato a lavorare con la troupe di Van Gogh? E non pensa che questo modo di girare sia proprio delle serie tv?
S.B.: Van Gogh girò il film con tre telecamere e in sequenza; lui amava girare prima i primi piani, cosa che in America si fa per ultima per far abituare l’attore, così siamo stati liberi di improvvisare. Era come fare una commedia perché la performance veniva sempre ripresa.
Le serie tv usano più telecamere ma il modo di girare è più simile al cinema.
D: Tra i vari registi che ha citato non parla di Mamet. Si è ispirato a lui per questo film? E la musica che importanza ha per lei in un film?
S.B.: Non so se Van Gogh fosse ispirato da Memet. Io non pensavo a lui mentre facevo il film.
La musica per me è importante, ma spesso è l’assenza della musica a essere fondamentale.
A me non piace che la musica in un film mi dica come mi devo sentire.
D: Questo è il primo omaggio a Van Gogh di cui sento. Lei ha avuto il coraggio di fare un omaggio a un regista ucciso in quel modo per i film che faceva.
S.B.: Non vedo il pericolo nel rifare un suo film, non sto diffondendo le sue idee. Fare il film nel miglior modo possibile è il mio modo di omaggiarlo.
D: Voleva puntare il dito contro chi ha la responsabilità del modo in cui oggi si fa informazione?
S.B.: Oggi ci sono costantemente shows di notizie, ma credo che ci siano anche perché c’è molta gente che ha interesse per queste cose, basta guardare le notizie sulla nostra campagna elettorale, bisogna arrivare così fino a novembre! Sono sorpreso di quanti show ci siano sulle celebrità, a me non piace fare parte del mondo delle celebrità, ormai l’ho accettato, ma io ho fatto la scelta di non guardare la tv, anche se ogni tanto guardo queste cose: a meno che non sia roba su di me!
D: Le è capitato di subire un’intervista particolare, come nel film?
S.B.: No, niente di simile al film. La cosa più strana che mi è accaduta è stata quando stavo facendo un’intervista telefonica e il giornalista nell’articolo scrisse che l’incontro era avvenuto in un bar e che a un certo punto poi era arrivato Tim Roth. Mi ricordai che in un’intervista che avevo fatto precedentemente c’era anche Tim Roth. Il giornalista impepò l’articolo con una vecchia intervista. Forse pensava che quella che avevamo fatto per telefono non fosse così interessante.
Ma sono sicuro che con voi questa cosa non accadrà!
Steve Buscemi è un mito.
Protagonista di pellicole indimenticabili, come “Mystery Train” di Jim Jarmush o “Le Iene” di Quentin Tarantino, sa dare ad ogni personaggio un’impronta personalissima e unica, che affascina da decenni gli appassionati di cinema.
Al Politecnico Fandango, a Roma, l’attore ha presentato la sua ultima fatica da attore-regista: “Interview”, in cui recita al fianco della splendida Sienna Miller.
L’attore si è concesso generosamente alla stampa, dimostrando una tranquillità e una pacatezza che sono lontane mille miglia dai personaggi psicopatici, assassini o al limite della realtà che spesso interpreta.
Ecco come ha risposto alle domande della stampa.
D: La sua sua carriera è stata particolare. Prima di fare l’attore è vero che è stato pompiere?
S.B.: Negli anni ’80 cercavo di fare teatro e per sbarcare il lunario ho fatto vari mestieri tra cui il cameriere e il pompiere. In quegli anni scrivevo testi insieme al mio amico Mark Boone. Rappresentando queste cose che scrivevamo ho incontrato gente come Jim Jarmush, che allora era solo agli inizi.
D: Le migliori interviste sono quelle in cui ci si trova in difficoltà?
S.B.: Davanti a tanti giornalisti non sono incentivato ad essere critico sui media. Nel film ero più interessato al personaggio, non a criticare lo star system, questo non mi interessa, ho incentrato l’attenzione sul rapporto che si instaura tra i due personaggi. Un rapporto che nel giro di poche ore porta i personaggi a condividere le esperienze di tutta una vita.
D: Robert De Niro dice che gli altri attori si fidano di più di lui come regista perché anche lui è attore. Sienna Miller come si è trovata a girare con lei?
S.B.: Non fidatevi mai di un attore! Da attore capisco e do una mano agli attori, valuto le loro idee, perciò credo che Sienna si sia fidata di me. Avevamo nove giorni per girare il film e abbiamo provato per dieci giorni prima delle riprese e questo ha dato sicurezza a entrambi.
Non necessariamente gli attori fanno buoni film da registi, ma non si può mai dire perché uno dei miei registi preferiti è Cassavetes, che era anche un attore.
D: Come si è trovato a lavorare con la troupe di Van Gogh? E non pensa che questo modo di girare sia proprio delle serie tv?
S.B.: Van Gogh girò il film con tre telecamere e in sequenza; lui amava girare prima i primi piani, cosa che in America si fa per ultima per far abituare l’attore, così siamo stati liberi di improvvisare. Era come fare una commedia perché la performance veniva sempre ripresa.
Le serie tv usano più telecamere ma il modo di girare è più simile al cinema.
D: Tra i vari registi che ha citato non parla di Mamet. Si è ispirato a lui per questo film? E la musica che importanza ha per lei in un film?
S.B.: Non so se Van Gogh fosse ispirato da Memet. Io non pensavo a lui mentre facevo il film.
La musica per me è importante, ma spesso è l’assenza della musica a essere fondamentale.
A me non piace che la musica in un film mi dica come mi devo sentire.
D: Questo è il primo omaggio a Van Gogh di cui sento. Lei ha avuto il coraggio di fare un omaggio a un regista ucciso in quel modo per i film che faceva.
S.B.: Non vedo il pericolo nel rifare un suo film, non sto diffondendo le sue idee. Fare il film nel miglior modo possibile è il mio modo di omaggiarlo.
D: Voleva puntare il dito contro chi ha la responsabilità del modo in cui oggi si fa informazione?
S.B.: Oggi ci sono costantemente shows di notizie, ma credo che ci siano anche perché c’è molta gente che ha interesse per queste cose, basta guardare le notizie sulla nostra campagna elettorale, bisogna arrivare così fino a novembre! Sono sorpreso di quanti show ci siano sulle celebrità, a me non piace fare parte del mondo delle celebrità, ormai l’ho accettato, ma io ho fatto la scelta di non guardare la tv, anche se ogni tanto guardo queste cose: a meno che non sia roba su di me!
D: Le è capitato di subire un’intervista particolare, come nel film?
S.B.: No, niente di simile al film. La cosa più strana che mi è accaduta è stata quando stavo facendo un’intervista telefonica e il giornalista nell’articolo scrisse che l’incontro era avvenuto in un bar e che a un certo punto poi era arrivato Tim Roth. Mi ricordai che in un’intervista che avevo fatto precedentemente c’era anche Tim Roth. Il giornalista impepò l’articolo con una vecchia intervista. Forse pensava che quella che avevamo fatto per telefono non fosse così interessante.
Ma sono sicuro che con voi questa cosa non accadrà!
Iscriviti a:
Post (Atom)












